OTTOBRE 2016
 
Valutare l'impatto sociale. La questione della misurazione nelle imprese sociali

Valutare l'impatto sociale. La questione della misurazione nelle imprese sociali

Abstract

La necessità di soffermarsi sul tema dell’impatto generato dalle imprese sociali nasce dal passaggio da un modello di welfare state ad uno di welfare society (o “civile”), all’interno del quale il terzo settore – agente fondamentale del rinnovato modello di welfare – subisce anch’esso una metamorfosi, passando dall’essere redistributivo a produttivo. Ciò indica una diversa modalità di reperimento delle fonti di finanziamento, con inevitabili conseguenze sulla necessità di implementare strumenti per la valutazione dell’impatto del proprio operato. All’interno di questo cambiamento di scenario, il presente saggio intende approfondire il tema della valutazione dell’impatto delle imprese sociali a partire dalla definizione di nuove modalità di produzione di valore aggiunto, evidenziando come l’utilizzo di elementi legati al concetto di impatto (la catena del valore dell’impatto, il coinvolgimento degli stakeholder nel processo di misurazione, ecc.) siano strategici per generare valore e per la sua conseguente valutazione in termini di impatto. A seguito di una ricognizione di metodologie e strumenti esistenti a livello internazionale sul tema, il saggio intende offrire una proposta elaborata dagli autori (Social Enterprise Impact Evaluation – SEIE), ovvero una griglia composta da sette dimensioni, ciascuna declinata in indicatori volti a rilevare il contributo specifico in termini di impatto da parte delle imprese sociali.


The need to argue on the impact of social enterprises stems from the shift from a model of welfare state to one of welfare (or “civil”) society, within which the third sector - a fundamental actor in the new welfare model - is undergoing a transformation itself, from being redistributive to being productive. This implies a different way of recovering funding sources, and leads to unavoidable consequences on the need to implement tools measuring the impact of its own action. Within such a change of scenery, this essay aims at studying in depth the assessment of social enterprises’ impact, starting from the identification of new ways of producing added value, thus emphasising how the use of elements linked to the concept of impact (the chain of impact value, stakeholders’ involvement in the measuring processes etc.) are strategic to create value and to its subsequent assessment in impact terms. After a review of methodologies and tools existing at an international level on this topic, the essay introduces a proposal elaborated by the authors (Social Enterprise Impact Evaluation - SEIE), i.e. a form made of seven different variables, each of them is declined in indicators aimed at measuring the specific contribution in terms of impact on the part of social enterprises.

 

Introduzione

La necessità di soffermarsi sul tema dell’impatto sociale generato dalle imprese sociali nasce dalla fase di passaggio che il Terzo settore italiano sta attraversando e che si lega inevitabilmente alla transizione da un modello di welfare state ad uno di welfare society (o “civile”), due sistemi di welfare che si basano su altrettanti principi. Da un lato, quello di redistribuzione, in cui lo Stato preleva dai cittadini risorse tramite la tassazione e le redistribuisce attraverso il sistema di welfare; dall’altro, il principio di sussidiarietà circolare in cui i cittadini sono coinvolti nel processo di pianificazione e di produzione dei servizi (co-produzione), che supera la dicotomia pubblico-privato (ovvero Stato-mercato) aggiungendovi una terza dimensione, quella del civile.

Anche il Terzo settore – in quanto parte fondamentale del rinnovato modello di welfare – subisce una metamorfosi, passando dall’essere redistributivo a produttivo. Nel primo modello le risorse erano di natura per lo più pubblica e pertanto lo Stato rimaneva titolare della progettazione dei servizi sociali. Nell’ultimo ventennio, tuttavia, ha preso avvio un mutamento in tal senso che incide sia sulle fonti delle risorse per il Terzo settore (sempre più orientato al mercato e con crescenti rapporti con gli istituti di credito), sia sulla conseguente necessità di implementare metodologie e strumenti per la valutazione dell’impatto sociale del loro operato sulle comunità di riferimento, superando le difficoltà tipiche di questi soggetti nell’individuare risorse umane ed economiche da dedicare a tal fine (OECD, 2015).

Come sostengono Perrini e Vurro (Perrini, Vurro, 2013), infatti, “alla progressiva contrazione delle risorse pubbliche e private a disposizione di progetti a valenza sociale, si è affiancata la necessità di ottimizzare i processi di allocazione delle risorse verso imprenditori, iniziative e organizzazioni che fossero in grado di comprovare con trasparenza e oggettività, l’efficacia dei propri modelli d’intervento a sostegno di problemi sociali complessi nei diversi ambiti tipicamente ascritti al Terzo settore”.

“Valutare” significa “dare valore” e non meramente misurare e giudicare. Se nella logica precedente era sufficiente controllare la trasparenza e rendicontare attraverso opportuni documenti, oggi è il Terzo settore stesso a dovere individuare una metrica sufficientemente precisa e saggia tale da garantire il rispetto dell’identità dell’impresa sociale. Una metrica che superi le logiche di misurazione strettamente legate al mondo capitalistico, che tralasciano aspetti definitori e fondamentali del Terzo settore (quali, ad esempio, il grado di democraticità interna), e che sia in grado di valorizzare gli elementi e i percorsi di innovazione sociale di cui le imprese sociali si fanno portatrici nei mezzi e nei fini del loro agire.

La questione della valutazione dell’impatto sociale, inoltre, si lega anche alla necessità di trovare una risposta italiana all’orientamento in materia dettato a livello europeo (CESE, 2013), che prevede che l’obiettivo della misurazione dell’impatto sociale sia “misurare gli effetti sociali e l’impatto sulla società determinati da specifiche attività di un’impresa sociale” e che “qualsiasi metodo di misurazione va elaborato a partire dai risultati principali ottenuti dall’impresa sociale, deve favorirne le attività, essere proporzionato e non deve ostacolare l’innovazione sociale. Il metodo dovrebbe prefiggersi di trovare un equilibrio tra dati qualitativi e quantitativi, nella consapevolezza che la ‘narrazione’ è centrale per misurare il successo”.

Proprio perché “conseguire un impatto sociale positivo rappresenta l’obiettivo fondamentale di un’impresa sociale ed è spesso parte integrante e una componente permanente della sua attività” (CESE, 2013), anche la Riforma del Terzo settore italiano, il cui iter è attualmente in corso1, si concentra fortemente su questo tema, ricollocandolo al centro del dibatto su più fronti.

Da un lato il concetto di impatto sociale si lega al tema delle modalità di affidamento dei servizi sociali ai soggetti del Terzo settore. La previsione contenuta nel Disegno di Legge, infatti, intende “valorizzare il ruolo degli enti nella fase di programmazione, a livello territoriale, relativa anche al sistema integrato di interventi e servizi socio-assistenziali nonché di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale e individuare criteri e modalità per l’affidamento agli enti dei servizi d’interesse generale, improntati al rispetto di standard di qualità e impatto sociale del servizio, obiettività, trasparenza e semplificazione, nonché criteri e modalità per la valutazione dei risultati ottenuti” (Governo Italiano, 2015 - art. 4, comma 1, lettera m).

Altresì il tema dell’impatto sociale è collegato alle funzioni di vigilanza, monitoraggio e controllo che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sarà titolato a svolgere secondo le previsioni contenute nel Disegno di Legge: “Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sentiti gli organismi maggiormente rappresentativi del Terzo settore, predispone linee guida in materia di bilancio sociale e di sistemi di valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli enti del Terzo settore, anche in attuazione di quanto previsto dall’articolo 4, comma 1, lettera m). Per valutazione dell’impatto sociale si intende la valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato” (ibidem - art. 7, comma 3).

Al contempo, anche i benefici in termini di misure fiscali e di sostegno economico agli enti non commerciali contenuti nella Delega per la Riforma del Terzo settore saranno ponderati rispetto all’evidenza in termini di impatto sociale delle attività svolte: “definizione di ente non commerciale ai fini fiscali connessa alle finalità di interesse generale perseguite dall’ente e introduzione di un regime tributario di vantaggio che tenga conto delle finalità solidaristiche e di utilità sociale dell’ente, del divieto di ripartizione, anche in forma indiretta, degli utili o degli avanzi di gestione e dell’impatto sociale delle attività svolte dall’ente” (ibidem - art. 9, comma 1, lettera a).

Infine, la stessa definizione della qualifica di impresa sociale, riformulata all’interno del Disegno di Legge, si lega alla produzione di impatti sociali positivi conseguiti attraverso la produzione o lo scambio di beni e servizi di utilità sociale. Cioè a dire che l’impresa sociale è oggi chiamata a dare evidenza dell’impatto da essa generato anche in virtù della possibilità di essere beneficiari di strumenti di finanza ad impatto sociale (social impact investment) (Social Impact Investment Task Force, 2014a). L’impatto sociale all’interno del mondo della finanza sociale viene, infatti, definito come “cambiamenti significativi, sia previsti che non, delle condizioni di benessere delle comunità, indotti dall’allocazione del capitale di investimento sociale, che va al di là di ciò che ci si sarebbe aspettati che accadesse” (Nicholls et al., 2015).

Mai come oggi, quindi, il “terreno” su cui poggia l’impatto sociale delle imprese sociali risulta essere “fertile” e richiede che venga avviato un percorso in grado di dare valore all’operato di tali soggetti.

 

Nuovi modelli di produzione del valore aggiunto

All’interno di questo cambiamento di scenario, mutano al contempo anche le modalità di produzione del valore aggiunto in quanto modifiche sostanziali stanno riguardando tutte le tipologie di istituzioni socio-economiche esistenti. Da un lato, le imprese for profit stanno cambiando la loro modalità di produzione di beni e servizi, tenendo insieme in misura crescente la dimensione economica e quella sociale del processo di produzione di valore aggiunto. Dall’altro lato, il ruolo dello Stato viene rivisitato alla luce del diffondersi di processi di co-produzione di servizi di welfare. Questo approccio alla produzione del valore aggiunto messo in atto dallo Stato risponde alla domanda di processi democratici nella costruzione di un nuovo welfare inclusivo. Attraverso l’inclusione dei cittadini nel processo produttivo di tali servizi, infatti, si garantisce la costruzione di un welfare caratterizzato da alti livelli di qualità e realmente democratico e capacitante (Venturi, Zandonai, 2014).

Anche il contributo del Terzo settore oggi conosce un differente significato. Le rilevazioni più recenti (Istat, 2013) evidenziano come le organizzazioni non profit siano oggi caratterizzate principalmente dal mutamento in atto del processo di erogazione dei servizi che può essere definito come “marketization”, ovvero una tendenza ad incrementare la percentuale di beni e servizi venduti sul mercato da parte di tali soggetti e, di conseguenza, ad accrescere quella componente produttiva del not-for-profit (Ambrosio, Venturi, 2012). Sempre più attori del sistema economico e produttivo dei territori di riferimento, dunque, pur mantenendo la centralità della mission di carattere sociale.

Il concetto di valore aggiunto prodotto dalle imprese sociali, in particolare, fa riferimento ad “un insieme di caratteristiche e di qualità positive, appartenenti ad una determinata organizzazione […]” in grado di far comprendere a chi la osserva “come questa produca nel contesto di riferimento un cambiamento positivo, distinguendosi così dall’operato di altre organizzazioni similari” (Lippi Bruni et al., 2012). Pertanto “la rilevanza della misurazione del valore aggiunto del Terzo settore risiede nella conseguente possibilità di operare più efficacemente, anche attraverso un’ottimizzazione dell’allocazione delle risorse disponibili, ovvero orientandole sulle attività intraprese dall’organizzazione aventi maggiore impatto” (ibidem).

Il contributo apportato dalle imprese sociali in termini di produzione di valore aggiunto può essere declinato su quattro dimensioni: sociale, culturale, economico, istituzionale. Per il contributo in termini di produzione di beni relazionali e creazione di capitale sociale, le imprese sociali creano valore sociale che si declina, ad esempio, nella capacità di lettura dei bisogni del territorio, nella creazione di reti di partner mantenendo nel tempo tali relazioni, nella costruzione di sistemi aperti di governance multistakeholdership, nella capacità di includere soggetti appartenenti a categorie vulnerabili (svantaggiati, giovani, donne, immigrati, ecc.). In estrema sintesi, come affermato da Perrini e Vurro (Perrini, Vurro, 2013), “il valore sociale creato rimanda alla capacità di un’organizzazione di determinare un cambiamento tangibile e duraturo in un determinato contesto d’azione (Crutchfield, Grant, 2008; Perrini, 2007), modificando significativamente le condizioni di vita dei destinatari della missione sociale (Roche, 1999)”.

Tali imprese inoltre diffondono valori (equità, tolleranza, solidarietà, mutualità) coerenti con la propria mission, nella comunità circostante creando valore culturale attraverso attività di animazione della comunità e applicando politiche di trasparenza nei confronti degli stakeholder.

Tuttavia le imprese sono generatrici, in quanto soggetti produttivi, di valore aggiunto economico generato attraverso l’aumento (o non consumo) di ricchezza materiale, economica e finanziaria (investimento, risparmio) che un’organizzazione produce attraverso la sua attività specifica. Come definito da Perrini (Perrini, 2013), il valore economico è “la somma attualizzata dei flussi che un’impresa o un’organizzazione genererà in futuro dal complesso dei suoi investimenti, a prescindere dal fatto che essi vadano a remunerare la proprietà o gli azionisti o i conferenti di capitale di debito”. Ciò si traduce nella capacità di attivare risorse economiche e non (risparmio della spesa pubblica, attrazione di lavoro volontario, allocazione/acquisizione gratuita di attrezzature e spazi, ecc.) e di promuovere l’imprenditorialità sociale attraverso la costituzione di nuove realtà o lo sviluppo di attività imprenditoriali.

Infine, le imprese sociali generano valore istituzionale contribuendo al rafforzamento della sussidiarietà a diversi livelli istituzionali influenzando le politiche del territorio, istituendo partnership pubblico-private e condividendo visioni e obiettivi comuni con le istituzioni.

 

La catena del valore dell’impatto

L’economista Peter Drucker interpreta l’imprenditore sociale come colui il quale “cambia la capacità di performance della società” (Gendron, 1996), cioè a dire che l’impatto dell’imprenditorialità sociale supera di gran lunga le aree di interesse specifiche degli imprenditori (ad esempio, disabilità, educazione, questioni di genere, ambiente, ecc.) abilitando le società a migliorare nel complesso le proprie capacitazioni. L’imprenditore sociale riveste, quindi, un ruolo di agente del cambiamento nel settore in cui opera, adottando una mission in grado di generare valore sociale e mostrando un elevato senso di trasparenza nei confronti dei beneficiari e rispetto agli outcome generati (Dees, 1998). Per Ashoka, il network globale di imprenditori sociali fondato nel 1981 da Bill Drayton, gli imprenditori sociali sono in grado di produrre piccoli cambiamenti nel breve periodo che si ripercuotono attraverso sistemi esistenti e che in definitiva comportano un cambiamento significativo di lungo periodo (impatto).

Il cambiamento sociale è pertanto la trasformazione sistemica relativa a modelli di pensiero, relazioni sociali, istituzioni e strutture sociali che ha luogo attraverso un orizzonte temporale di lungo periodo. In particolare, il cambiamento sociale introdotto dagli imprenditori sociali avviene attraverso l’uso di metodologie che migliorano le condizioni della società e permettono la fioritura di potenzialità connaturate nel sistema (Praszkier, Nowak, 2012).

Maiolini et al. (Maiolini et al., 2013) sostengono che “un’impresa sociale genera impatto sociale perché coinvolge la proprietà, il management e molteplici categorie di stakeholder (dai volontari ai finanziatori) in modo tale da favorire importanti relazioni con le comunità locali con le quali interagiscono”. Gli stakeholder devono poter riconoscere e legittimare l’impatto derivante dalle azioni delle imprese sociali (Solari, 1997). Non solo: comprendere i bisogni degli stakeholder è un elemento chiave nella definizione degli obiettivi ex ante e, di conseguenza, al fine di garantire la coerenza in termini di impatto delle attività realizzate (Kail, Lumley, 2012). In tal senso, “l’impresa sociale, data la sua natura inclusiva e partecipativa, sembra l’attore più dedicato e votato alla generazione di impatti sociali positivi e generalizzati” (Chiaf, 2015).

Per poter comprendere concretamente il cambiamento apportato da un’impresa sociale il framework logico da assumere è quello relativo alla cosiddetta catena del valore dell’impatto (impact value chain) che permette di individuare graficamente i diversi passaggi in cui si esplica la cosiddetta teoria del cambiamento (Figura 1).

ragof1 Figura 1. La catena del valore dell’impatto

A livello europeo e mondiale sono attualmente presenti diversi metodologie e strumenti per la misurazione degli output (esiti), degli outcome (risultati) e dell’impatto sociale (Tabella 1). Per comprendere le diversità e le affinità della pluralità di metodologie e strumenti esistenti, è necessario innanzitutto partire dalla definizione di input, attività, output, outcome e impatto da cui poi si possono articolare differenti set di indicatori.

Gli input sono tutte quelle risorse di diversa natura (denaro, competenze e tempo di individui e organizzazioni, edifici e altri beni fissi come macchinari) impiegate nelle attività, ovvero il lavoro intrapreso utilizzando le risorse con lo scopo di fornire il risultato desiderato (GECES, 2015).

Gli output sono prodotti, beni capitali e servizi risultanti da un intervento, ovvero, i risultati immediati delle attività svolte dall’organizzazione. Rientrano tra gli output anche i cambiamenti risultanti dall’intervento che sono rilevanti per il raggiungimento dell’outcome. Gli output sono quindi risultati che l’azienda ottiene nel breve periodo, i cui effetti sono direttamente controllabili e sotto la responsabilità dell’organizzazione stessa. Gli indicatori di output misurano, quindi, la quantità (e a volte la qualità) dei beni e dei servizi prodotti dall’organizzazione (output) e l’efficienza della produzione, risultato di un’azione, di un progetto o di un programma che l’organizzazione mette in atto (OECD, 1991), senza però estendersi all’efficacia dell’intervento, che è invece contemplata nei risultati e nell’impatto (GECES, 2015).

Gli outcome sono gli effetti (cambiamenti comportamentali, istituzionali e sociali) osservabili nel medio-lungo periodo (da 3 a 10 anni) raggiunti o presumibili degli output dell’intervento (azione, progetto, programma). Gli indicatori di outcome misurano, quindi, i risultati intermedi generati dagli output di un programma/progetto/azione, aiutando a verificare che i cambiamenti positivi ipotizzati abbiano davvero avuto luogo (OECD, 1991). Tali risultati vanno quindi oltre la responsabilità dell’azione della singola organizzazione e sono influenzati anche da fattori esterni che devono essere considerati al momento della costruzione degli indicatori (situazione economica e sociale dei beneficiari, eventuali resistenze culturali, ostacoli al raggiungimento degli obiettivi prefissati, ecc.). Per questo motivo gli indicatori di outcome possono essere costruiti a diversi livelli: comunitario, di organizzazione e di programma. Gli indicatori che si costruiscono per il livello comunitario misurano, a seconda dell’ambito di azione dell’organizzazione, i cambiamenti delle condizioni o del benessere della comunità delle famiglie, dei beneficiari del progetto. D’altra parte gli indicatori costruiti a livello di organizzazione e di programma misurano i risultati fino a dove l’organizzazione, il programma o gli eventuali sotto-programmi sono responsabili.

La definizione di impatto è invece più complessa, come la sua misurazione. Viene infatti definito come il cambiamento sostenibile di lungo periodo (positivo o negativo; primario o secondario) nelle condizioni delle persone o nell’ambiente che l’intervento ha contribuito parzialmente a realizzare, poiché influenzato anche da altre variabili esogene (direttamente o indirettamente; con intenzione o inconsapevolmente). L’impatto viene determinato tenendo in considerazione anche gli esiti di quella che in ambito scientifico viene chiamata “analisi controfattuale”, ovvero quella valutazione che permette di verificare cosa sarebbe successo in assenza dell’attività implementata dall’organizzazione (cosiddetta deadweight - Commissione Europea, 2003a) e, di conseguenza, la causalità tra l’operato dell’organizzazione e l’impatto generato.

Gli indicatori di impatto misurano quindi la qualità e la quantità degli effetti di lungo periodo generati dall’intervento; descrivono i cambiamenti nelle vite delle persone e lo sviluppo a livello globale, regionale e nazionale, tenendo conto delle variabili esogene che lo influenzano (OECD, 1991).

A titolo esemplificativo, al fine di comprendere le differenti categorie appena descritte, si pensi alla realizzazione di un corso di formazione per disoccupati volto al loro inserimento lavorativo. Gli input saranno rappresentati dalle risorse (economiche, umane etc.) messe in campo per la realizzazione del corso; le attività sono quelle specifiche relative alla formazione; gli output corrispondono al numero di persone che prendono parte al corso, mentre l’outcome coincide con il numero di quanti hanno frequentato il corso e hanno successivamente trovato lavoro. Infine, l’impatto è rappresentato dal vantaggio socio-economico per la comunità in cui sono inseriti gli individui che hanno partecipato al corso e trovato un lavoro.

Stefano Zamagni Università degli Studi di Bologna

Paolo Venturi Aiccon

Sara Rago Aiccon