DICEMBRE 2016
 
Innovazione sociale e generatività sociale: quale trasformazione delle relazioni sociali?

Innovazione sociale e generatività sociale: quale trasformazione delle relazioni sociali?

Abstract

Il dibattito sull’innovazione sociale rende sempre più pressante l’esigenza di individuare una definizione condivisa del concetto, cercando di mantenere in equilibrio complessità e chiarezza. Comprendere cosa s’intende per “innovazione sociale” diventa, inoltre, sempre più necessario per uscire dalla frequente vaghezza e flessibilità di utilizzo del termine. Questo saggio cerca di affrontare la questione prendendo in rassegna quattro definizioni proposte da altrettanti approcci – tra i più rilevanti a livello internazionale – definiti approccio sistemico, pragmatico, manageriale e critico. In secondo luogo, analizzando comparativamente tali definizioni, vengono individuate tre dimensioni trasversali al concetto di innovazione sociale: la capacità di introdurre un’innovazione, la capacità di rispondere a un bisogno sociale insoddisfatto e la capacità di trasformare le relazioni sociali alla base di quel bisogno. Concentrandosi, in particolare, su quest’ultima dimensione, considerata più critica, il saggio introduce il concetto di generatività sociale e di approccio delle capacità sviluppato da Amartya Sen e Martha Nussbaum per indicare una possibile traiettoria attraverso cui meglio qualificare l’innovazione sociale. La trasformazione delle relazioni sociali introdotta dall’innovazione sociale può, infatti, essere qualificata come “capacitante”, ossia in grado di attribuire, direttamente o indirettamente, delle capacità di azione alle fasce più svantaggiate della popolazione.


The global debate on social innovation makes the need to identify a shared definition of this concept more and more urgent, while at the same time trying to maintain a balance between complexity and clarity. Moreover, understanding what is implied with “social innovation” becomes more and more crucial in order to get out from the frequent vagueness of this term. With these premises in mind, this essay deals with the issue by considering four definitions proposed by four different approaches - the more relevant ones on an international level - defined as systemic, pragmatic, managerial and critical approach. In the second place, by comparatively analyzing these definitions, it is possible to identify three transversal dimensions to the concept of social innovation: the ability to start an innovation, the ability to satisfy a social need, and the ability to transform social relations from which that need is stemming. By focusing in particular on the last dimension, which is considered the most critical one, this essay presents the concept of social generativity and capability approach as developed by Amartya Sen and Martha Nussbaum to indicate a possible path for the qualification of social innovation. The transformation of social relations started by social innovation, in fact, may be qualified as “abilitating”, i.e. managing to give, both directly and indirectly, the power of action to disadvantaged groups of population.

 

Introduzione

A partire dalla seconda metà del ventunesimo secolo, il concetto di innovazione sociale fa prepotentemente il suo ritorno nel dibattito globale sullo sviluppo economico e sociale. L’attenzione crescente rivolta da governi ed istituzioni all’innovazione sociale testimonia, però, solo in parte la portata del dibattito. Se, per un verso, paesi come Stati Uniti1 e Regno Unito2 e istituzioni come l’Unione Europea3 individuano, soprattutto a partire dal 2008, il potenziale di questo concetto – avviando una serie di interventi e di sperimentazioni politiche atte a sostenerne la diffusione e la traduzione in pratiche – per un altro verso, proprio le pratiche emergenti a livello locale e, in particolare, a livello urbano, contribuiscono a sostenere ulteriormente la popolarità globale dell’innovazione sociale. Città come New York4 oppure, per quanto riguarda l’Italia, come Torino5 e Milano6, hanno infatti avviato programmi sperimentali mirati al sostegno di idee di innovazione sociale provenienti dal territorio, sia attraverso l’accompagnamento che il finanziamento.

Va poi considerato che il concetto di innovazione sociale, in prospettiva storica, risulta emergere ciclicamente in relazione ai periodi di crisi (Godin, 2012; Busacca, 2013). Se, infatti, una parte della recente riflessione sulla innovazione sociale si è limitata ad assumere il concetto come radicalmente nuovo e, soprattutto, come geneticamente legato alla crisi del 2008, è importante sottolineare come discorsi e pratiche legate all’innovazione sociale abbiano segnato anche epoche storiche passate, a loro volta attraversate da trasformazioni e mutamenti di tipo sociale, economico, politico e tecnologico7. In questo senso, quella dell’innovazione sociale sembra presentarsi più come una questione storicamente aperta e ciclicamente emergente piuttosto che come una teoria costruita attorno a concetti ben definiti e condivisi una volta per tutte.

Per questo motivo può essere particolarmente significativo inquadrare il dibattito analizzando alcune definizioni formulate negli ultimi anni a livello accademico, individuando così i principali snodi attorno a cui oggi ruota la questione. In particolare, il presente contributo, dopo aver identificato quattro definizioni di innovazione sociale supportate da quattro approcci tra i più rilevanti a livello internazionale, cercherà di farle dialogare, individuando nella capacità di introdurre un’innovazione, di rispondere a bisogni sociali insoddisfatti e di trasformare le relazioni sociali alla base di questi bisogni le tre dimensioni comuni ai diversi approcci. Allo stesso tempo il contributo metterà in evidenza la fragilità delle definizioni analizzate e, attraverso un confronto con il concetto di generatività sociale, suggerirà la possibilità di integrare il concetto di innovazione sociale con l’approccio delle capacità di Amartya Sen e Martha Nussbaum, approccio che potrebbe meglio qualificare il concetto, altrimenti troppo vago e flessibile.

 

Definire l’innovazione sociale

Nonostante il dibattito sull’innovazione sociale sia oggi particolarmente vivo, non è possibile individuare una definizione condivisa a cui riferirsi sia da un punto di vista teorico che pratico. Negli ultimi anni sono stati portati avanti diversi tentativi in questa direzione (Pol, Ville, 2009; Howaldt, Schwartz, 2010), senza giungere ad un vero e proprio dipanamento della questione. Per questo motivo, più che concentrarci sulla costruzione di una definizione alternativa di innovazione sociale, in grado di tenere assieme e conciliare le diverse dimensioni proposte in letteratura, cercheremo di individuare dei tratti ricorrenti, per poi procedere ad una loro analisi critica. In questo senso, più che suggerire una serie di termini adatti a meglio definire il concetto di innovazione sociale, faremo emergere quella che, a nostro avviso, è la questione problematica alla base del concetto, suggerendo altresì una possibile traiettoria per affrontarla.

Per fare questo, ripercorriamo la riflessione di un contributo di Andrea Bassi (2011), che prende in esame tre definizioni di innovazione sociale corrispondenti a tre tra i più rilevanti approcci attuali. Il primo approccio, legato ad un network canadese denominato Social Innovation Generation (SiG), guidato dal Waterloo Institute for Social Innovation and Resilience (WISIR), può essere definito sistemico poiché considera l’innovazione sociale un fattore chiave per consentire l’aumento della resilienza del sistema sociale di fronte alle crisi che minacciano il suo funzionamento. Il secondo approccio, definito pragmatico, è invece legato alla scuola di matrice britannica nata dall’incontro tra The Young Foundation e Nesta e ruota, in particolare, attorno alla figura di Geoff Mulgan, suo principale portavoce. Infine, il Center for Social Innovation della Stanford Graduate School of Business si fa portatore di un approccio all’innovazione sociale che è possibile definire manageriale, poiché declinato sulla base della capacità di produrre un’innovazione intersettoriale, sia per quanto riguarda i modelli di business che per quanto riguarda gli attori in gioco. A questi tre approcci, vogliamo aggiungerne un quarto, a nostro avviso in grado di fornire maggiore completezza al quadro analitico8. Sviluppato da un network internazionale di ricercatori coordinati da Frank Moulaert, questo approccio può essere definito critico, in quanto esplicitamente orientato a mettere in discussione gli assunti alla base del paradigma socio-economico neoliberista e a proporre modelli di sviluppo ad esso alternativi focalizzati attorno all’innovazione sociale, con uno sguardo attento, in modo particolare, alla dimensione territoriale e urbana9. Negli ultimi anni questi quattro approcci hanno proposto definizioni di innovazione sociale diverse tra loro, anche se con tratti comuni.

 

Approccio sistemico

L’approccio sistemico definisce l’innovazione sociale come “un complesso processo attraverso cui sono introdotti nuovi prodotti, processi o programmi che cambiano profondamente le routine fondamentali, i flussi di risorse e di autorità o le credenze del sistema sociale in cui avviene l’innovazione” (Westley, Antadze, 2010 - p. 2). In particolare gli autori qualificano l’innovazione sociale come dotata di “durevolezza e ampio impatto” (ibidem), cioè come capace di produrre un cambiamento a livello sistemico. L’innovazione sociale, infatti, è letta come il motore dei meccanismi di aggiustamento del sistema sociale a seguito di una o più perturbazioni date dall’emergere di nuovi bisogni insoddisfatti. Per Westley e Antadze, l’innovazione sociale aumenta la resilienza sistemica poiché, intercettando nuovi bisogni emergenti e fornendo loro nuove risposte, è in grado di far evolvere il sistema sociale adattandolo alle richieste provenienti dall’esterno. Differenziandosi dall’imprenditorialità sociale, situata a livello individuale, e dall’impresa sociale, situata a livello organizzativo, l’innovazione sociale ha a che fare con la dimensione sistemica del mutamento sociale, arrivando a toccare il funzionamento stesso del sistema, organizzato attorno alle routine, alle credenze così come ai meccanismi di distribuzione delle risorse materiali e immateriali fondamentali. Proprio per questo motivo, è necessario intervenire nelle fasi più critiche di quello che gli autori chiamano “adaptative cycle”10 (ibidem - p.7) affinché l’innovazione sociale possa aumentare di scala e introdurre una differenza fondamentale nel modo di funzionare del sistema in cui ha avuto origine.

 

Approccio pragmatico

L’approccio all’innovazione sociale di Geoff Mulgan e colleghi ha avuto, negli anni, varie declinazioni. In un articolo del 2006 Mulgan parla di innovazione sociale in termini di “attività e servizi innovativi motivati dall’obiettivo di rispondere ad un bisogno sociale e diffusi prevalentemente attraverso organizzazioni i cui scopi primari sono sociali” (Mulgan, 2006 - p. 146). L’enfasi è quindi posta sia sulla motivazione sociale dell’azione innovativa, sia sulla forma organizzativa che questa assume. In entrambi i casi, la qualifica “sociale” differenzia l’innovazione sociale dalla più comune “business innovation” ricondotta ai meccanismi della massimizzazione del profitto (ibidem; Mulgan et al., 2006 - p. 42). La definizione più nota proposta dall’approccio pragmatico risale, tuttavia, a qualche anno dopo. Nel volume The Open Book of Social Innovation, infatti, gli autori scrivono: “definiamo innovazione sociale quelle nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che simultaneamente rispondono ai bisogni sociali e creano nuove relazioni sociali e collaborazioni” (Murray et al., 2010 - p. 3). In un certo senso, è possibile considerare quest’ultima definizione come una specificazione della precedente. Infatti, ciò che distingue l’innovazione sociale dall’innovazione tecnologica tout court non è solamente il fine sociale, cioè la capacità di intercettare bisogni sociali insoddisfatti, ma anche la modalità di rispondere loro, cioè attraverso la creazione di nuove relazioni e collaborazioni all’interno della vita sociale. Non a caso, qualche riga dopo, proseguono gli autori: “si tratta di innovazioni buone per la società e che accrescono la capacità di agire della società” (ibidem). Detto altrimenti, l’innovazione sociale non solo è in grado di risolvere i problemi sociali emergenti ma è anche in grado di trasformare le modalità di azione e di relazione sociale alla base dei problemi stessi.

 

Approccio manageriale

Il terzo approccio, sviluppato presso l’Università di Stanford, definisce l’innovazione sociale come “una nuova soluzione ad un problema sociale più efficace, efficiente, sostenibile o giusta rispetto alle soluzioni esistenti e per la quale il valore creato va primariamente a favore della società nel suo complesso piuttosto che a favore di individui privati” (Phills et al., 2008 - p. 36). Il cuore di questa definizione, come riconoscono gli autori stessi, è dato dal concetto di valore sociale (ibidem - p. 37). Mentre, infatti, il concetto di valore economico fa riferimento principalmente ai meccanismi della massimizzazione del profitto per il soggetto privato in un’ottica di concorrenza di mercato, quello di valore sociale riguarda la creazione di benefici per la società nel suo insieme. Poco dopo Phills e colleghi specificano infatti: “in base alla nostra definizione, un’innovazione è davvero sociale solo se l’equilibrio è sbilanciato verso il valore sociale – benefici per la dimensione pubblica o la società nel suo insieme – piuttosto che verso il valore privato – guadagni per gli imprenditori, gli investitori e i consumatori ordinari (non svantaggiati)” (ibidem - p. 39). Ogni innovazione porta, quindi, dei benefici sia pubblici che privati ma è solamente quando le ricadute sulla società nel suo complesso superano quelle sugli individui privati che è possibile parlare di innovazione sociale. L’esempio citato dagli autori è quello della Fairtrade Labelling Organizations International (FLO)11. Innovando a molteplici livelli nella catena del valore, questa organizzazione ha prodotto profonde ricadute sulla società nel suo complesso, contribuendo ad introdurre nuovi standard internazionali per la definizione dei prezzi, per il rispetto delle condizioni di lavoro e degli scambi, per lo sviluppo territoriale e per la salvaguardia dell’ambiente.

 

Approccio critico

L’ultimo approccio è definito critico, poiché maggiormente interessato a mettere in discussione il paradigma socio-economico dominante negli ultimi anni. Secondo gli esponenti di un network internazionale coordinato da Frank Moulaert, trent’anni di egemonia delle politiche economiche e sociali neoliberiste hanno seriamente compromesso la capacità della società di rispondere alle proprie sfide sociali. Spinte dai fallimenti delle istituzioni statali e dai fallimenti del mercato, le disuguaglianze sociali, l’esclusione, la povertà e la deprivazione sono cresciute oltre ogni limite. Per rispondere a questa vera e propria alienazione economica, politica e sociale è necessario ricorrere all’innovazione sociale, definita come “la soddisfazione dei bisogni umani alienati attraverso la trasformazione delle relazioni sociali” (Moulaert, 2009 - p. 12). Questa trasformazione, tuttavia, deve essere precisamente qualificata affinché possa costituire una valida alternativa al modello di innovazione precedente. Scrivono, infatti, gli autori: “queste trasformazioni ‘migliorano’ i sistemi di governance che guidano e regolano l’allocazione di beni e servizi deputati a soddisfare quei bisogni, e definiscono nuove strutture di governance e nuove organizzazioni” (ibidem). Detto altrimenti, la trasformazione introdotta dall’innovazione sociale deve toccare in profondità il funzionamento della struttura sociale, andando a trasformare i sistemi e le organizzazioni che presiedono alla distribuzione delle risorse materiali e immateriali fondamentali. Moulaert e colleghi non solo fanno coincidere l’innovazione sociale con un vero e proprio processo di “empowerment o di mobilitazione politica” (ibidem - p. 15) ma contribuiscono altresì a radicarlo profondamente a livello territoriale. Questa trasformazione delle relazioni sociali, infatti, non può che avvenire a livello locale, proprio dove la creazione di gruppi, di comunità, di forum partecipativi e di canali di comunicazione si ripercuote immediatamente sulla vita delle persone.

 

Le tre dimensioni dell’innovazione sociale

Pur nella consapevolezza della parzialità di individuare questi quattro approcci come rappresentativi del complesso dibattito, riteniamo sia possibile far emergere alcune dimensioni comuni del concetto di innovazione sociale attraverso un’analisi comparata di queste definizioni. In particolare, la questione dell’innovazione sociale sembra ruotare attorno a tre snodi fondamentali: l’innovazione, la risposta a bisogni sociali insoddisfatti e la trasformazione delle relazioni sociali. Questi si presentano all’interno delle definizioni considerate, pur se declinati in modo diverso a seconda dell’approccio.

 

Innovazione

In primo luogo, i quattro approcci evidenziano come, per parlare di innovazione sociale, sia necessario fare riferimento alla categoria dell’innovazione. Ampiamente affrontata e dibattuta all’interno delle scienze sociali (Rogers, 2003; Fagerberg, Mowery, 2006), essa può essere genericamente ricondotta alla capacità di introdurre una novità – o qualcosa percepito come tale – all’interno di un dato campo dell’agire umano. Detto questo, tuttavia, è necessario specificare ulteriormente la natura dell’innovazione, sia per quanto riguarda la sua origine che per quanto riguarda il suo rapporto con l’esistente. Le definizioni di innovazione sociale considerate, in questo senso, provano ad attingere alla letteratura esistente per inserirsi e radicarsi in un campo già fortemente strutturato. L’approccio sistemico, ad esempio, fa riferimento alla tradizione struttural-funzionalista (Parsons, 1951) così come alla questione del rapporto tra struttura e agency (Giddens, 1984) per inquadrare l’innovazione come la capacità di introdurre “nuovi prodotti, processi o programmi” (Westley, Antadze, 2010 - p. 2) che vanno ad impattare sul ciclo di adattamento del sistema sociale. Mulgan e colleghi, invece, forti del taglio pragmatico dell’approccio sviluppato, fanno genericamente riferimento alla capacità di introdurre “nuove idee” (Murray et al., 2010 - p. 3) sotto forma di “prodotti, servizi e modelli” (ibidem). Tuttavia, nelle pagine successive, essi specificano ulteriormente la traiettoria del processo innovativo, individuando sei fasi12 che, pur in modo non deterministico e lineare, portano un’idea a passare dalla sua nascita alla capacità di produrre un impatto sociale. Infine, mentre l’approccio critico lascia sullo sfondo la questione dell’innovazione, non facendovi esplicito riferimento nella definizione, l’approccio manageriale prova a qualificarla mettendola in relazione all’esistente. In particolare, l’innovazione viene definita come “una soluzione […] più efficace, efficiente, sostenibile o giusta rispetto alle soluzioni esistenti” (Phills et al., 2008 - p. 36). In realtà, questo tentativo di specificazione si scontra con l’eccessiva vaghezza delle spiegazioni addotte da Phills e colleghi. Se, infatti, la maggior efficacia ed efficienza dell’innovazione sociale è ricondotta alla generica capacità di introdurre un miglioramento, la maggior sostenibilità viene invece tradotta come “sostenibilità ambientale ed organizzativa”, mentre la capacità di essere più “giusta” viene addirittura non specificata. In altri termini, se certamente la categoria di “innovazione” risulta presente nelle definizioni considerate, questa è, tuttavia, affrontata appoggiandosi alla letteratura esistente, venendo qualificata principalmente come innovazione di prodotto o di processo, piuttosto che venire adattata in relazione alla specificità dell’innovazione sociale.

Davide Lampugnani Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Patrizia Cappelletti Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano