SETTEMBRE 2017
 
Governance e filantropia strategica nelle Fondazioni: la via italiana tra determinismo e solidarismo

Governance e filantropia strategica nelle Fondazioni: la via italiana tra determinismo e solidarismo

Abstract

L’attività di erogazione effettuata dalle Fondazioni a favore di iniziative sociali, in Italia come all’estero, rappresenta un insostituibile intervento sussidiario rispetto ai sempre più limitati fondi pubblici. Alla maggiore rilevanza di questi fondi privati si associa, inevitabilmente, una crescente richiesta di procedure efficaci e trasparenti, da parte degli enti di erogazione, nel finanziare progetti meritevoli proposti da organizzazioni di terzo settore o nel promuovere proprie iniziative tese a soddisfare specifici bisogni locali.

Utilizzando le opinioni dei principali soggetti decisori nelle Fondazioni, il progetto di ricerca qui presentato ha verificato sotto il profilo empirico le relazioni osservabili tra vari modelli di filantropia istituzionale proposti dalla letteratura, le attività di governo e le prestazioni delle Fondazioni. Questo saggio si pone l’obiettivo di fornire agli operatori del settore degli spunti di riflessione originali, analizzando il grado di condivisione ed adozione delle pratiche di filantropia strategica suggerite dalla bibliografia e dalla prassi internazionale.

Il quadro teorico di riferimento adottato descrive l’attività filantropica istituzionale come originata da processi di governo che possono essere, vicendevolmente, più deterministici - pianificare e controllare - o più solidaristici - incentivare e supportare. La metodologia utilizzata indaga le correlazioni più significative di questi diversi approcci con il modello d’intervento multifase predominante nella letteratura anglosassone e così articolato: selezione ex ante dei migliori beneficiari; ricerca di ulteriori finanziatori e partner di progetto; sviluppo in itinere della progettualità a fianco dei beneficiari per aumentarne le prestazioni; verifica ex post di risultati ed impatti per influenzare l’agenda sociale di tutti gli operatori del settore ed aumentare la scala e le dimensioni degli interventi di successo. Partendo dall’assunto che ogni Fondazione definisce in piena libertà i modelli di intervento e le attività di governo (non esiste infatti in letteratura un modello vincente per tutti i possibili contesti), l’analisi condotta offre dei riferimenti concreti in merito ai processi di governance valutati come più utili e soddisfacenti da quei soggetti decisori che dichiarano una maggiore condivisione e efficacia della filantropia strategica, consentendo di esplorare la domanda di ricerca: “quale governo per un maggiore impatto sociale?”.

I risultati confermano una sostanziale condivisione ed adozione dei modelli d’intervento multifase supportati da attività di governo deterministiche ma anche da importanti elementi solidaristici tipici della tradizione filantropica Italiana. Si delinea, pertanto, un modello di filantropia nazionale con marcati elementi di originalità, che merita approfondimento e discussione, e pare in grado di creare valore sociale qualora implementato da soggetti di governo consapevoli del ruolo che sono chiamati ad interpretare per essere concretamente agenti di cambiamento sociale.


This paper presents the result of a survey among foundations’ top decision makers to empirically test associations among institutional philanthropy, governance activities and the performances of foundations. The proposed theoretical framework highlights two possible approaches to foundations’ governance and grant-making processes: one more deterministic (planning and control) and another more solidarist (incentive and support). Our method screens for significant associations among these approaches and the prevalent model of strategic philanthropy as declined in a four-step by the Anglo-Saxon literature: first, select ex-ante the best grantees; second, signal other funders other than your foundation; third, improve in-progress performance of grant recipients by enhancing their capabilities; fourth, advance the state of knowledge and practice with detailed ex-post evaluation and dissemination. This model, is contended, helps in influencing the agenda of all social players and can increase dimension and scale of successful projects. 

Results confirm the adoption of the four-step model, matched with deterministic governance as well as with other typically Italian solidarist elements. Data discussion portraits a national philanthropic model characterized by substantial original components, not present in the original conceptualization. This Italian way to strategic philanthropy associates with positive social performances if and when implemented by decision makers who act as professional social players and aim to be social change agents.

 

Questa ricerca è stata finanziata dall’Università degli Studi di Padova con i progetti PRAT 2015, CPDA158434 e PRAT 2008, CPDA084934. Una prima versione di questo lavoro è stata preparata per il XXI Rapporto sulle Fondazioni di Origine Bancaria a cura di ACRI.

 

Le fondazioni al centro delle sfide sociali

Sono numerose le criticità sociali che le istituzioni pubbliche e private sono tenute ad affrontare in questi anni, quali l’immigrazione, l’integrazione culturale, l’invecchiamento della popolazione, la tutela del territorio, la conservazione del patrimonio artistico, il progresso culturale e scientifico, la crescita economica, ecc. (solo per citare le principali, senza la pretesa di essere esaustivi).

Una prima risposta a tali sfide è un articolato processo di contrasto al disagio sociale e di sviluppo di nuove opportunità e tutele che, secondo diversi osservatori, coincide sempre più con una progressiva specializzazione dei ruoli tra i diversi attori pubblici e privati. Le politiche pubbliche rimangono centrali ed insostituibili, ma si stanno focalizzando, con modalità di intervento “a costi standard”, sui principali pilastri del cosiddetto welfare state: sanità, previdenza, istruzione, ecc. Altri soggetti privati, ciascuno in base alle proprie caratteristiche distintive, intervengono invece al contorno, fornendo soluzioni aggiuntive e talvolta complementari rispetto all’azione della funzione pubblica nelle sue diverse articolazioni centrali e locali. Ad esempio: le famiglie forniscono reti transgenerazionali di protezione e assistenza; gli enti religiosi valorizzano e rendono operativa la dimensione etica e valoriale al servizio dei più bisognosi; le associazioni organizzano l’insostituibile senso civico dei volontari disposti a dedicare il proprio tempo alla costruzione di ulteriori beni comuni e relazionali; le cooperative favoriscono un sano spirito partecipativo e imprenditoriale nell’erogazione di beni e servizi sociali; le Fondazioni coordinano idee, patrimoni e competenze al servizio della progettualità espressa dagli altri operatori privati o mediante progetti propri; le imprese vendono soluzioni sul libero mercato ma, soprattutto, possono sostenere iniziative di responsabilità sociale.

In sostanza tutto il terzo settore (in questa sede inteso in senso lato) progredisce, si struttura e si articola di pari passo con il continuo sviluppo delle nostre società e delle sfide impegnative che le interessano. Le criticità sociali e culturali che via via si susseguono, infatti, plasmano i territori, e lo stringente vincolo di bilancio che progressivamente perimetra l’azione pubblica chiama a raccolta le migliori e più volenterose forze private per promuovere una risposta plurale alla crescente domanda di interventi sociali. Più ampia è l’articolazione e la specializzazione di questi numerosi attori, maggiore è la maturità con cui ogni comunità si prepara ad affrontare le crisi sociali presenti e future.

L’intervento dell’attore pubblico ricerca sempre più la sostenibilità economica, associata a requisiti di qualità accettabili delle proprie politiche sociali standard. Agli altri soggetti privati è consentita, invece, maggiore autonomia nella definizione degli obiettivi e nella formulazione di concrete linee di intervento, sempre nei limiti delle proprie risorse. In altre parole, muovendosi su scala locale, nazionale o internazionale, gli attori privati interpretano il principio costituzionale della sussidiarietà in base alle proprie specifiche caratteristiche (Quadro Curzio, 2015). Senza sostituirsi all’intervento pubblico e rafforzando il ventaglio dell’offerta di soluzioni ai problemi sociali.

Al centro di questo modello di sviluppo sociale, che alla prova dei fatti sta sostanzialmente prevalendo su altre e alternative visioni dello Stato e della Società, si colloca ogni soggetto che nel contempo risulta: obbligato a sostenere con la fiscalità generale i principali pilastri del welfare state; incentivato fiscalmente a fornire risorse finanziarie agli attori ed ai progetti privati con riconosciute finalità sociali; libero di donare il proprio tempo e le proprie competenze ove riscontri assonanza valoriale; fruitore degli interventi qualora si trovi in condizioni di disagio o bisogno.

In tale contesto di crescente domanda di interventi sociali, diversi osservatori collocano le Fondazioni private al centro dell’offerta di progettualità sociale, anche complessa, qualificandole come un attore sempre più importante nel dinamico e mutevole sistema di welfare state privato che caratterizza il mondo occidentale (Barbetta, 2013; Boesso, Cerbioni, 2013). Questo contributo vuole concentrarsi sulle Fondazioni e sulla loro governance, proponendo la tesi che esse rivestono un ruolo fondamentale di “innesco” e “motore” di iniziative sociali, sussidiarie ed integrative rispetto all’azione pubblica, e individuando nella qualità e nell’articolazione dell’azione degli organi di governo le principali discriminanti per garantire il successo delle loro iniziative.

 

Filantropia istituzionale: tra mecenatismo solidale e strategia deterministica

Un soggetto privato che non voglia accontentarsi dell’intervento pubblico in un determinato ambito sociale può intervenire in prima persona in quanto più prossimo ad una situazione di emergenza (sanitaria, culturale, artistica, sociale, demografica, ecc.), e quindi maggiormente consapevole di un’opportunità latente ancora da cogliere (scientifica, sportiva, ambientale, artistica, ecc.) o perché in grado, meglio di altri, di coordinare competenze e processi a supporto di bisogni disattesi.

Chiedendosi cosa ciascuno di noi possa fare per il bene della propria comunità e territorio, la risposta può spaziare dal più semplice rispetto delle regole di convivenza comune, ivi compreso il contributo pro-quota alla fiscalità generale, al più articolato desiderio di essere attori proattivi di processi democratici, pubblici, associativi, di cittadinanza attiva, ecc. Se la capacità d’intervento si sostanzia non solo con il proprio voto e comportamento ma anche con il “dono” e la costituzione di un patrimonio e di una struttura organizzativa dedicati all’intervento, l’azione sociale comincia a caratterizzarsi nella nobile forma della filantropia istituzionale.

Le Fondazioni sono da sempre il soggetto che meglio di altri incarna l’agire filantropico, garantendo risorse finanziarie dedicate, continuità nel tempo e professionalità nell’azione. Le Fondazioni sono soggetti giuridici privati e nonprofit, agili e dinamici. Esse non sono soggette alle regole democratiche del consenso tipiche degli attori pubblici, non sono pressate delle regole del mercato e della competizione proprie delle imprese for profit, non risultano vincolate alle prassi di intervento specifiche delle reti pubblico-private e spesso non sono focalizzate sui classici problemi di fundraising peculiari di altri attori nonprofit. In estrema sintesi, le Fondazioni rappresentano la versione moderna sia del mecenate di rinascimentale memoria, patrono delle arti, delle culture e dei bisognosi che interviene con proprie risorse in base alla propria sensibilità e lungimiranza, sia dell’ente morale o religioso che con il proprio patrimonio si fa carico degli ultimi, perfezionando nel tempo il proprio agire per assisterne, a parità di spesa, un numero sempre crescente.

Se per un breve periodo si è ritenuto che un maggiore dinamismo dello Stato nel garantire progresso, benessere e tutele sociali potesse marginalizzare il ruolo dei filantropi, i tempi e le sfide contemporanee ci restituiscono un ruolo crescente delle Fondazioni sia nel modello politico istituzionale anglosassone, a basso intervento pubblico e maggiore ruolo del mercato, sia in quello continentale socialdemocratico, caratterizzato da un maggiore peso del sistema di welfare statale. Le Fondazioni continuano a svilupparsi nei diversi contesti istituzionali e rappresentano insostituibili finanziatori, sovente anche erogatori, di iniziative e servizi ad alta valenza sociale, svolgendo, nel contempo, anche un vitale ruolo di promozione e patrocinio dell’associazionismo sociale e della partecipazione civile.

Nell’ultimo decennio la tradizione anglosassone ha enfatizzato il ruolo delle Fondazioni come filantropi strategici, immaginando soggetti principalmente erogatori in grado di studiare determinati fenomeni e disagi sociali, per poi sperimentare soluzioni caratterizzate da alti tassi di innovazione e relativo rischio di fallimento. I filantropi anglosassoni, in generale, hanno trasferito la cultura tayloristica e scientifica nel mecenatismo classico, rinforzando la lungimiranza del mecenate con le competenze che la Fondazione può ricercare esternamente o creare internamente per affrontare al meglio le sfide sociali che consapevolmente decide di intraprendere (Barbetta et al., 2015; CEP, 2007).

La tradizione solidaristica continentale ha mantenuto, invece, un approccio più operativo, a diretto sostegno degli ultimi o in supporto di soggetti terzi espressione della partecipazione civica locale, delle eccellenze culturali ed artistiche, dell’assistenza privata e delle reti sociali indipendenti e non governative. Affiancandovi, nei migliori casi, politiche di efficientamento che garantissero, a parità di risorse, la possibilità di ampliare la platea degli interlocutori e dei soggetti supportati qualora meritevoli ed in cerca di sostegno (Arena, 2011; Bengo, Ratti, 2014; Barbetta, 2001).

I due approcci teorici non sono mutualmente esclusivi anche se presentano specificità talvolta poco conciliabili (Kania, Kramer, 2014). In particolare, l’approccio scientifico è alle volte declinato con una intrinseca natura “darwiniana” che assegna alle Fondazioni, e soprattutto agli organi di governo che ne ispirano l’agire, il compito di selezionare gli operatori del terzo settore che più di altri risultano meritevoli di finanziamenti in base alla capacità che gli stessi hanno di risolvere situazioni di disagio e creare nel tempo un valore sociale oggettivamente misurabile.

L’accurata pianificazione del filantropo strategico, caratterizzata da forti dosi di determinismo, è finalizzata alla creazione di circuiti virtuosi, veri e propri “moltiplicatori” delle risorse destinate ad una specifica agenda sociale. Ogni distinta criticità sociale (ad esempio una data malattia, una carenza formativa, un disagio culturale, un problema ambientale, ecc.) può quindi essere studiata ed affrontata dalla Fondazione declinando un modello d’intervento multifase.

tab01Tabella 1. Fasi di implementazione della filantropia strategica | Fonte: revisione del modello di Porter e Kramer (Porter, Kramer, 1999)

Un tale processo ha il vantaggio di massimizzare nel tempo le risorse dedicate ad esperienze di successo ed evitare il perpetrarsi di errori ma, nel contempo, favorisce la creazione di “campioni” d’intervento che in maniera più attrezzata di altri riescono ad attrarre l’attenzione dei filantropi strategici. Seguendo tale modello pare residuale lo spazio lasciato ad iniziative, magari altrettanto meritevoli sulla carta, ma intrinsecamente meno attrattive per le metriche di valutazione adottate che sovente sono centrate sull’oggettiva e misurabile creazione di valore sociale. Servirebbero, ad esempio, i più solidi argomenti e le più ampie reti di proponenti per perorare il finanziamento del restauro di capolavori situati in zone impervie, con scarse opportunità di essere poi visitate dalla collettività, o per supportare progetti d’integrazione culturali ambiziosi ed innovativi qualora proposti da soggetti sconosciuti e con una scarsa o nulla esperienza pregressa nel settore (Porter, Kramer, 1999).

La filantropia strategica di stampo anglosassone non chiude le porte alla ricerca sulle malattie rare o agli interventi di frontiera (sono ambiti ben presidiati), tuttavia richiede una forte professionalizzazione degli attori sia per quanto riguarda i proponenti degli interventi - sempre più organizzati in reti di operatori in grado di superare il maggior numero possibile di difficoltà implementative - sia sul versante degli organi di governo e di staff delle Fondazioni - chiamati a definire con precisione le linee d’intervento ed ad analizzare con attenzione, metodo e rigore gli interventi proposti. Tali circostanze potrebbero, per certi versi, scoraggiare le iniziative solidaristiche dei privati disposti a mettersi in gioco, dando vita a nuove Fondazioni o ad altri operatori del terzo settore, qualora questi maturassero la ragionevole certezza di non poter raggiungere in tempi adeguati i livelli sempre crescenti di efficienza. Non è raro, infatti, nel contesto nord americano vedere nuovi mecenati che preferiscono dedicare risorse a Fondazioni già esistenti, piuttosto che crearne di nuove, per rinforzarne le positive linee di intervento e sfruttarne al meglio il know-how erogativo accumulato. Comportamento certamente corretto e ponderato, ma non necessariamente sempre opportuno.

La declinazione della filantropia istituzionale promossa dalle Fondazioni italiane passa quindi per la ricerca di un delicato equilibrio tra un approccio più deterministico ed uno maggiormente solidale. Approcci che non necessariamente sono in conflitto, ma la cui convivenza deve essere oggetto di opportuna discussione e mediazione da parte degli organi di governo della Fondazione. Ciò anche in considerazione del fatto che non può esistere un modello unico di filantropia, valido per ogni occasione e per qualsiasi contesto; ad esempio ben diverso è svolgere una funzione filantropica in un ambiente caratterizzato dalla presenza di un alto numero di operatori del nonprofit e da altre fondazioni rispetto ad un ambiente in cui tali elementi rappresentino un fattore scarso (Giunta, Marino, 2016). Sotto questo profilo, l’interpretazione che il board elabora sul proprio ruolo e su quello della fondazione in cui opera rappresenta il primo nodo cruciale per una efficace azione filantropica.

Consapevoli delle enormi responsabilità che le sfide sociali contemporanee assegnano agli attori privati, in occasione della seconda indagine sul governo delle Fondazione promossa dall’Università degli Studi di Padova, in collaborazione con ACRI (l’associazione delle Casse di Risparmio e delle Fondazioni di Origine Bancaria italiane) e Assifero (l’associazione delle Fondazioni ed enti filantropici italiani), si è deciso di verificare il grado di conoscenza e diffusione dei costrutti teorici della filantropia strategica da parte degli organi di governo delle Fondazioni italiane per poi ragionare sulla loro concreta applicabilità nel contesto nazionale.

La declinazione della filantropia strategica nel nostro ambiente culturale, da sempre fertile di iniziative locali e ricco di disomogeneità territoriali, rappresenta, infatti, una sfida da approfondire per la filantropia intesa nella sua concezione più deterministica. Il proseguo di questo articolo sarà dedicato alla presentazione dei risultati preliminari di un’indagine condotta nel 2016 presso le Fondazioni di Origine Bancaria (FOB) circa lo stato dell’arte sulla relazione tra governance e filantropia strategica.

Giacomo Boesso Università degli Studi di Padova

Fabrizio Cerbioni Università degli Studi di Padova