10  DICEMBRE 2017
 
Reti collaborative, commons cognitivi e sense-making: nuovi modi di usare il legame sociale per generare valore

Reti collaborative, commons cognitivi e sense-making: nuovi modi di usare il legame sociale per generare valore

 

Perdita e rinascita del legame sociale, nel cuore della rivoluzione digitale

Le innovazioni disruptive che emergono dalla rivoluzione digitale in corso portano indubbiamente il segno dell’energia individualistica degli esploratori che, partendo dal “garage”, sono riusciti a proporre soluzioni di successo, diventando in pochissimi anni grandi capitalisti e “padroni della rete”. Però, nella transizione digitale, le energie individuali che emergono sono anche quelle degli user, ossia di tutti coloro che usano le piattaforme digitali per avere informazioni, tessere relazioni, offrire o acquistare on demand, portare avanti idee di business, interagire con altri nella messa a punto di progetti condivisi, creare e propagare significati. E, alla fine, generare valore nella rete, come frutto delle tante iniziative nascenti dal basso.

L’individualismo, dunque, non è tutto. In effetti, nelle reti digitali stanno anche prendendo forma legami sociali di condivisione delle risorse, delle conoscenze e dei problemi da affrontare. La relazione on line non si limita, in effetti, a mettere in contatto persone o imprese che restano chiuse nel loro isolamento, come parti di sistemi o ecologie circoscritte. Ma è una relazione che consente alle persone di creare significati, progetti, e percorsi di realizzazione condivisi, coinvolgendo nel legame sociale così creato gruppi più o meno grandi di partecipanti. Non per niente i cosiddetti “social” (come Facebook, Twitter, Whatsapp, LinkedIn e altri) sono al centro delle comunicazioni e interazioni in rete, dando luogo a gruppi più o meno coesi di persone che hanno qualche interesse in comune.

Anche le imprese for profit cominciano ad entrare in questa logica, man mano che prende corpo l’idea della open innovation e dell’organizzazione “a rete” (non gerarchica, ma orizzontale), aperta a contributi esterni. Se in queste reti occorre mobilitare persone dotate di intelligenza autonoma, e non semplici esecutori di ordini, è evidente che non basta gestire la relazione inter-personale con un contratto di lavoro o di fornitura in cui si contrappongono parti prive di ogni legame che non sia il mercato. Di qui la riscoperta del “mutuo interesse” alla co-produzione di valore (Porter, Kramer, 2011), realizzata nelle filiere digitali/globali di oggi o nelle reti e alleanze tra imprese, che spesso coinvolgono gruppi di dipendenti, linee di fornitura, finanziatori e territori interessati. Di qui anche la crescente importanza che il senso del fare e del legarsi a progetti comuni ha nella relazione di lavoro o di vendita, coinvolgendo a persone che non cercano – nell’esperienza fatta – solo utilità spicciole, ma significati da creare e apprezzare insieme.

Un campo in cui questa relazione di condivisione di senso è sempre più diffusa è quello della sharing economy. In questo tipo di economia si sceglie di mettere in comune con altri – che ne hanno bisogno – la casa, l’auto, il servizio taxi, le portate di un pranzo, o un ciclo di lezioni. Il vantaggio è in genere reciproco, perché, nello “sharing”, una piattaforma o un sito web mettono in contatto chi ha una capacità non utilizzata (un auto ferma in garage, ad esempio) o riproducibile (come la conoscenza) con persone o imprese che hanno bisogno o desiderio di quella risorsa. Persone o imprese che sono dunque interessate ad usarla, in genere pagando un prezzo commisurato al suo valore utile. Per dare forma organizzata e affidabile allo sharing, si creano metodologie di valutazione tra “pari”, che certificano la reputazione e l’affidabilità di ciascun membro della relazione. Costruendo in questo modo una relazione di mutuo interesse che genera valore addizionale, distribuito poi in vario modo tra le parti in causa. Non senza problemi (Belloni, 2017; Staglianò, 2016).

I processi di condivisione mediati dalle piattaforme implicano dunque, in un certo numero di casi, legami tra le parti in causa, in base ai progetti che le piattaforme consentono di organizzare e portare avanti insieme. La rilevanza del legame sociale emerge quando le relazioni diventano stabili e coinvolgenti, essendo organizzate intorno a significati e interessi comuni, che vanno oltre l’orizzonte individualistico e utilitaristico dei singoli. Se ci si trova in un sistema di relazioni “tra pari” (senza un potere dominante che organizza il tutto), si può allora parlare di platform cooperativism (cooperativismo di piattaforma) (Scholz, 2014).

Non è uno sviluppo facile e spontaneo, perché in molti casi le piattaforme di sharing sono gestite da grandi imprese che “catturano” una parte del valore generato dalla cooperazione tra pari e ne utilizzano a proprio vantaggio i dati emergenti. L’adesione individuale ad un modello di legame sociale non sempre basta per andare oltre i limiti dell’individualismo. In molti casi, serve un intervento collettivo (magari su base cooperativa) o normativo che renda aperto il mondo delle interazioni possibili in rete, evitando di cadere nelle trappole del troppo facile (predisposto da altri). È con questa finalità che stanno entrando in uso strumenti di software per facilitare i processi collaborativi come Loomio o Enspiral), o dare accesso a vie di finanziamento alternative (es. Community Shares o Purpose Capital). È anche importante lo sviluppo di tutta una serie di soluzioni “aperte” che tutelano la proprietà intellettuale, facilitando la condivisione (es. Copyleft o Copyfair) (Smorto, 2016).

Il lavoro, che diventa progressivamente smart – ossia svincolato dal controllo gerarchico del tempo e del luogo (timbro sul cartellino) – cerca a sua volta le occasioni utili nel territorio e nelle filiere per evitare l’isolamento. Atterrando, qualche volta, in centri di co-working, dove è possibile incontrare professionisti delle varie specialità, imprenditori mono-personali, dipendenti in trasferta. La ricerca di convergenze complementari e di condivisione cognitiva fa il resto, arrivando a creare, in questi centri, forme di partecipazione emotiva e di fiducia reciproca tra le persone, disposte a progettare e investire in comune su certi fronti.

Nel caso dei freelance e dei professionisti si sono poi sviluppate piattaforme di crowd work specializzate per mettere in contatto chi ha tempo-lavoro disponibile e chi ha bisogno di un lavoro di design, progettazione, manutenzione, certificazione, traduzione, calcolo ecc. Creando anche delle “aste” che consentono ai diversi interessati (offerenti e richiedenti) di scegliere la proposta più conveniente (es. BestCreativity o Cocontest). Prendono inoltre forma cooperative che, mettendo in rete i crowdworkers, forniscono loro una serie di servizi comuni. Ad esempio SMart Italia (120mila soci in nove paesi europei, tra cui l’Italia) opera nel campo del lavoro artistico (per lo spettacolo) e sta aprendosi ad altri settori di lavoro autonomo: a fronte dell’8,5% del fatturato fornisce ai soci una serie di servizi amministrativi e finanziari (emettendo le fatture come cooperativa, per conto dei soci), insieme a prestazioni di assistenza e tutela contro la disoccupazione1.

Naturalmente tutti i bisogni di rilevanza pubblica (sostenibilità, equità, assistenza, previdenza, welfare sanitario, scuole e formazione, ricerca ecc.) possono trovare in rete l’occasione di aggregare intorno a progetti e finalità condivise persone che sentono la responsabilità di garantire questi servizi e queste qualità, nel territorio o nel settore in cui operano. Ma anche molte imprese ormai, si spendono, un po’ per guadagnare reputazione vendibile nel marketing e un po’ per coinvolgimento dei dipendenti su progetti che hanno, accanto al profitto, finalità non profit e di welfare, del tipo di quelle sopra richiamate.

Ci sono, infine, i campi in cui lo scambio tra chi possiede capacità e chi è portatore di bisogni (o desideri), che possono valorizzarle, avviene in modo gratuito, sulla base di una condivisione di senso o di altre convenienze (pubblicità sul traffico indotto, raccolta di dati per la profilazione degli utenti, reputazione commerciale, propagazione di conoscenze e codici da condividere).

Emergono così, oggi, legami sociali che sono in grado di alimentare lo sviluppo del mutualismo, in forme nuove, talvolta molto distanti dai modelli del passato. Ad esempio, crescono i gruppi di interesse che scelgono di tenersi in collegamento più o meno costante, dovendo presidiare un fine comune (le mamme degli alunni di una classe che aprono una chat su Whatsapp, famiglie che si tengono in contatto per la cura di una malattia rara che le ha colpite, o altre situazioni del genere). Crescono anche le comunità di senso, che creano un ambiente di vita e di lavoro organizzato rispettando significati condivisi nel campo della salute, del divertimento, della moda, dell’alimentazione ecc.

La legislazione disciplina ormai imprese multi-finalizzate come le B Corp (Benefit Corporations) internazionali, le “società benefit” italiane e le imprese sociali di “vario” genere che popolano la rete, arricchendola di tante e diverse forme di imprenditorialità sociale. Si tratta di imprese che guardano al profitto ma anche ad altre finalizzazioni, dotate di significato sociale.

La proliferazione di forme e iniziative in questa “terra di mezzo” tra il profit e il non profit, appoggiata alla potenza connettiva del digitale, alimenta lo sviluppo di quella che Venturi e Zandonai chiamano “biodiversità”, con riferimento alle ecologie di filiera, di territorio o di collaborazione a rete (Venturi, Zandonai, 2014), e che Young, Searing e Brewer identificano come “social entrerprise zoo” (Young et al., 2016).

 

Nuovi soggetti collettivi: disperatamente, cercasi

Nella rinascita del mutualismo entro la cornice della rivoluzione digitale non c’è solo questo. Conta anche la crescita – in numero, funzioni e riconoscimento – di quelle che Carlo Borzaga chiama “imprese di comunità”, da ricondurre a tre cause diverse, ma convergenti: 1) i fallimenti dello Stato e del mercato in campi essenziali (come la sanità, i trasporti ecc.) specialmente nelle “aree interne”, che è più costoso servire; 2) una new wave di civismo e socialità, che si appoggia all’uso di beni comuni utili anche nella generazione di vantaggi competitivi sul piano economico; 3) il bisogno di auto-realizzazione di sé che si trasforma in produzione di valore sociale attraverso forme di imprenditorialità sensibili al sociale (Borzaga, Zandonai, 2015).

L’emergere in rete del legame sociale, che ordina micro-dinamiche di condivisione di ampiezza variabile, nasce non solo dal desiderio di progettare cose che siano desiderate e volute in base ad un impegno comune, ma anche dalla natura dirompente e disordinata delle tante innovazioni che possono creare inconvenienti seri, su cui è necessario intervenire.

Prima di tutto vanno considerati il possibile aumento della disoccupazione tecnologica e il processo – molto probabile – di svalorizzazione progressiva del lavoro esecutivo, nel corso dei prossimi anni. Inoltre, un ruolo destabilizzante può anche essere assunto dalla “profilatura” senza regole delle persone che operano in rete. La raccolta (sotterranea) di dati personali, e la vendita dei profili da essi ricavati, può infatti distruggere la privacy per sfruttare a fini di profitto commerciale un bene che rientra nella sfera personale di ciascun user. Un altro tema “caldo” è quello delle tasse. Chi opera in rete o gestisce una piattaforma può oggi sottrarsi facilmente all’imposizione fiscale, grazie alla possibilità di trasferire i ricavi in paesi con aliquote e condizioni più favorevoli, compresi certi paradisi fiscali. Ma anche la finanza può scavalcare agevolmente i confini trans-nazionali, diventando speculativa, con scommesse azzardate sul futuro che, come si dice, privatizzano i profitti e socializzano le perdite. Non è finita: le grandi piattaforme (come Google-Alphabet, Facebook, Amazon, Booking, Airbnb, Uber ecc.) monopolizzano ormai alcune reti di relazione, catturando una quota grande (ed esagerata) del valore creato dalla gestione digitale delle filiere o delle relazioni a distanza tra imprese e persone.

Last but not least, è ormai evidente, nell’esperienza empirica, il ruolo ambiguo svolto dalla globalizzazione che – grazie all’implosione delle distanze on line – ha trovato nel digitale un sostegno formidabile. Il fatto di mettere tutti gli operatori del mondo a contatto diretto – in una rete globale di comunicazioni, interazioni e logistica veloce – ha consentito nuove forme di divisione del lavoro a scala planetaria con grandi vantaggi in termini di costi e di valore creato per gli user. Ma, al tempo stesso, ha ridotto il potere di regolazione degli Stati (rimasti nazionali) che non riescono ad intervenire in modo efficace sui flussi trans-nazionali (finanziari, commerciali, migratori, cognitivi ecc.). Dando luogo così a dinamiche incontrollate, che ci condannano ad una condizione di instabilità permanente.

Di qui la reazione: per disciplinare tutti questi punti di conflitto o di disordine servono nuove regole, che solo i soggetti collettivi possono elaborare ed imporre, usando qualche volta il loro potere di influenza e di contrattazione e in altri casi il potere (residuo) della politica e degli Stati. Questi soggetti possono essere di diversa natura: associazioni imprenditoriali, sindacati, territori, comunità di senso. La condizione perché possano svolgere questa funzione è però che, rompendo con il rimpianto nostalgico del passato, si mettano anch’essi in cammino verso la costruzione del nuovo paradigma di vita e di lavoro, proponibile per il futuro. Adottando quindi un approccio che Mauro Magatti e Laura Gherardi (Magatti, Gherardi, 2014) chiamano “generativo”. È il paradigma da costruire, con pratiche condivise, a dare senso ad un progetto di futuro entro cui le innovazioni possono, se ben guidate, essere usate come fonte di valore e di creatività, da impiegare anche per affrontare disuguaglianze, emarginazioni, scetticismi e inerzie di varia natura (comprese le resistenze dovute alla difesa di rendite di posizione conquistate in passato) (Magatti, 2017). Boltanski e Thévenot indicano questa prospettiva futura articolando sei possibili “mondi”, che essi chiamano “città” (la città Domestica, quella Industriale, Mercantile, Ispirata, Civica e della Reputazione). A queste è stata recentemente aggiunta la città per Progetti, che è generativa e sperimentale (Boltanski, Chiapello, 1999), dando rilievo alla capacità di portare avanti, percorsi capaci di durare nel tempo, costruendo legami sociali non effimeri. A questa serie di città possibili Magatti e Gherardi (nel libro del 2014) aggiungono la città della Sostenibilità (Boltanski, Chiapello, 1999).

Nell’insieme va dunque avanti una transizione che, muovendosi su un terreno accidentato, cerca di trovare soluzioni intermedie, di compromesso tra l’individualismo creativo, da una parte, e la condivisione collettiva delle regole e delle iniziative sociali, dall’altra. Bisogna infatti rendere compatibile la creatività decentrata, nascente dal basso in modo disordinato, con lo sviluppo di idee e progetti collettivi – di piccola o grande scala – che portano a sintesi le istanze dei singoli partecipanti, orientandone il comportamento.

 

L’impresa sociale al centro di un crocevia, tra individualismo e interdipendenza

Riassumendo: la rivoluzione digitale in corso cambia la qualità del legame sociale ereditata dal Novecento, su due questioni di fondo:

  • individualizza il sistema sociale, de-costruendo regole, tutele e assetti derivanti da precedenti paradigmi, e fornendo, allo stesso tempo, capacità generative ai soggetti individuali;
  • crea interdipendenza tra gli individui, proprio perché essi – grazie alla rete – sfruttano la possibilità di operare usando conoscenze e risorse altrui, nella logica della open innovation e della collaborazione on line.

L’individualismo che si sviluppa nel contesto della rete digitale può essere – e in qualche caso è – un modo di vivere e di lavorare che fa della propria indipendenza (e dunque del proprio punto di vista o interesse individuale) l’asse portante delle preferenze e delle attività svolte. Ma, nella maggior parte dei casi, la rete offre comunque l’occasione per entrare in contatto con altri, potendo così scegliere i propri interlocutori, costruire rapporti di reciproca fiducia, condividere o scambiare conoscenze e risorse complementari. E dunque, in definitiva, usare la forza coesiva della collaborazione intraprendente per andare al di là di un orizzonte di senso puramente individualistico.

 

Il mutualismo che rinasce in rete, perdendo però le sue radici storiche

Come abbiamo visto, il legame sociale emergente può prendere moltissime direzioni di sviluppo. E’ difficile misurare il grado di mutualismo cooperativo che ciascuna di queste forme implica, perché quasi sempre le nuove relazioni di collaborazione intraprendente, anche quando sono finalizzate alla socialità, sono poco o per niente legate a quelle classiche del mutualismo “storico” (cooperative, consorzi, terzo settore).

Si è creata di fatto una discontinuità tra l’evoluzione del mutualismo ereditato dal Novecento e la proliferazione emergente di molte esperienze di condivisione, alimentata oggi dalla rivoluzione digitale. In effetti, si tratta di due mondi che non hanno stabilito sinora un collegamento organico, ma si muovono piuttosto in modo indipendente: ciascuno aderisce, a suo modo, alle nuove possibilità che la rete digitale mette a disposizione, con qualche punto di contatto che tuttavia è più l’eccezione che la regola.

Questa separazione degli ambiti tra vecchio e nuovo mutualismo è un problema, ci sembra, per ambedue. Il movimento cooperativo storico avrebbe la possibilità di sperimentare innovazioni importanti delle sue forme e finalità, entrando in contatto con milioni di persone che finora non lo conoscono e non lo praticano. A sua volta, il flusso delle nuove iniziative di condivisone sociale emergenti nella rete digitale avrebbe il vantaggio di acquisire radici storiche che potrebbero consolidarlo e renderlo sostenibile, nel lungo periodo, facendo tesoro di esperienze precedenti.

Carlo Borzaga e Flaviano Zandonai (Borzaga, Zandonai, 2015) vedono, in effetti, la necessità di “rigenerare il modello cooperativo” muovendosi lungo tre assi: a) startup di imprese di comunità che valorizzano beni comuni territoriali altrimenti carenti; b) cooperazione sociale che consente a certi servizi pubblici si superare il burocratismo e la spersonalizzazione della Pubblica Amministrazione, coinvolgendo gli utenti (e il volontariato) in servizi di inclusione lavorativa, sanità, educazione; c) nuovi modelli di business che fanno leva sulle risorse e iniziative delle comunità di riferimento, utilizzando beni comuni e processi condivisi di creazione di valore ancorati al senso (nella finanza, nel rapporto con consumatore, nell’uso di risorse ambientali e territoriali).

In effetti, la rigenerazione del modello cooperativo consolidato e l’evoluzione dell’attuale collaborazione intraprendente in rete possono avere punti di convergenza facendo perno su una nuova concezione di impresa sociale, che rompa il dualismo tra profit e non profit, sulla base di due presupposti di fatto: da un lato, condivisione e socialità sono diventati due fattori produttivi (generatori di valore) che non possono essere più trascurati dalle imprese profit. Dall’altro, le iniziative nate nel terzo settore per fini non profit non possono più delegare ad altri (lo Stato, i benefattori, i volontari) il problema della loro sostenibilità economica, perché gli investimenti da fare devono essere rinnovati nel corso del tempo, grazie ai margini economici di ritorno ottenuti.

Dunque, c’è un terreno di convergenza, in teoria, ma anche una grande possibilità di inventare forme assai differenti di integrazione tra i due principi. La demarcazione tra il mondo delle iniziative profit e quello delle iniziative non profit si fa meno netta e la zona intermedia comincia ad affollarsi. Creando anche una certa confusione, sul piano normativo (le regole giuridiche corrispondenti sono in via di modificazione) ma anche sul piano dei mezzi e degli obiettivi adottati.

Per orientarci in questa realtà in divenire, ci pare si debba soprattutto rispondere a due domande:

  • che cosa c’è di nuovo, nel legame sociale che nasce dalla rivoluzione digitale rispetto a quello che ha caratterizzato, in passato, i precedenti paradigmi?
  • in che modo le esperienze del mutualismo classico (cooperative, consorzi, terzo settore) possono trasformarsi, per diventare una delle forze propulsive della collaborazione intraprendente, con attenzione al sociale, sperimentate oggi nel corso della transizione digitale?

 

Un po’ di storia: la modernità ha creato un nuovo tipo di legame sociale, e lo ha fatto evolvere

C’è molto di nuovo, in quello che sta accadendo al legame sociale sotteso alle esperienze di impresa sociale, che maturano oggi nel contesto della rivoluzione digitale. I cambiamenti da considerare riguardano tutte e tre le dimensioni che definiscono il legame sociale:

  • le relazioni tra i nodi (persone e imprese) delle reti di divisione del lavoro;
  • le forme di condivisione cognitiva, che trasferiscono e sedimentano il sapere produttivo in forma sociale, superando l’individualismo;
  • la creazione di senso che conferisce visioni, atteggiamenti o identità comuni alle persone o imprese che si trovano in condizioni di interdipendenza.

I cambiamenti che ci sono stati nel corso del tempo lungo queste tre dimensioni danno la percezione di quanto spesso il legame sociale abbia dovuto – per mantenere la sua efficacia – essere re-inventato, con processi affannosi di de-costruzione e ri-costruzione nel passaggio da un paradigma ad un altro. Oggi siamo nuovamente in una situazione di transizione del genere, in cui è essenziale, per andare avanti, sapere qual è la distanza che deve essere stabilita tra vecchio e nuovo.

Il punto di partenza della storia percorsa dal legame sociale, per arrivare alle forme assunte attualmente, è la rottura che la modernità – attraverso l’uso della scienza nella produzione – ha determinato rispetto al sistema delle relazioni, delle conoscenze e del senso proveniente dal mondo pre-moderno (Rullani, 2010). Nella società pre-moderna, il legame sociale è molto forte e poco visibile, perché viene plasmato dalle esperienze implicitamente conservate ed accumulate, nel corso del tempo, in ecologie che formano l’ambiente di vita e di lavoro di società locali, risultando da secoli di apprendimento evolutivo.

Questa condizione di inconsapevolezza e di coerenza del legame sociale implicito, che plasma la vita e il lavoro delle persone, salta quando la modernità irrompe con forza, affermando una logica diversa, che fa leva sulla riproducibilità della conoscenza scientifica, incorporata nelle macchine. Questo modello produttivo si distacca nettamente dalle relazioni, dalle conoscenze e dal senso che aveva dato forma, in precedenza, ad ecologie territoriali, chiuse nei loro rapporti di prossimità.

La meccanizzazione industriale si incarica, nei due secoli e mezzo di modernità trascorsi fino ad oggi, di de-costruire alla radice queste ecologie, imponendo un ordine diverso. E lo fa attraverso la successione di quattro diversi paradigmi, ciascuno dei quali configura in modo proprio il legame sociale impiegato nella generazione di valore e nell’organizzazione della società:

  1. il capitalismo mercantile di fine Settecento e dell’Ottocento (1750-1900);
  2. il sistema taylorista-fordista che caratterizza gran parte del Novecento (1900-1970);
  3. il capitalismo flessibile degli ultimi decenni del Novecento (1970-2000);
  4. il capitalismo globale della conoscenza in rete (post-2000) che alimenta la rivoluzione digitale.

Il punto di partenza di questa successione, è il capitalismo mercantile dell’Ottocento, che ridefinisce i legami sociali emergenti, rendendoli coerenti con le esigenze della nuova produzione industriale.

In primo luogo, viene applicata alle relazioni economiche e sociali la logica della tecnologia meccanica, basata sulla macchina rigida (standard, replicativa). Di conseguenza, le relazioni cessano di essere informali e personalizzate, per trasformarsi in rapporti di mercato, governati da un automatismo impersonale: il prezzo di concorrenza, che garantisce l’equilibrio tra domanda e offerta di prodotti standard.

Il rapporto produttore-cliente, che nelle ecologie locali precedenti (agricole e artigianali) era molto personalizzato, tende dunque a spersonalizzarsi, perché ogni impresa cerca di vendere a chiunque sia disposto a pagare il prezzo richiesto mentre ogni acquirente acquista da chiunque gli proponga il prodotto (standard) ad un prezzo conveniente. Anche il lavoro si spersonalizza, man mano che viene assegnato a compiti ripetitivi, dettati dal codice tecnologico della macchina. Compiti a cui le persone vengono addestrate, in modo da poterli eseguire nella forma richiesta, senza alcun apporto creativo da parte dell’intelligenza personale dei singoli lavoratori.

L’apporto creativo degli uomini si concentra allora in una sola funzione: quella imprenditoriale, cui tocca innovare. Gli imprenditori sono all’epoca una popolazione abbastanza numerosa, perché il capitalismo dell’ottocento lavora con molte macchine isolate tra loro (ciascuna richiede una fonte di energia ad hoc, ossia un impianti idrico o una caldaia/turbina a vapore). Dunque si meccanizzano solo alcune fasi di lavorazione, nelle filiere, dando luogo a moltissime piccole imprese industriali, accanto ad alcuni mega-impianti (acciaierie, stabilimenti chimici, cantieri navali ecc.). L’automatismo della concorrenza di mercato disciplina e seleziona la soggettività diffusa degli imprenditori-persona, che lavorano in modo indipendente l’uno dall’altro, essendo in concorrenza quando fanno la stessa cosa, o stipulando contratti di compra-vendita tra fornitori e clienti, nelle filiere.

Se poi, in secondo luogo, consideriamo gli aspetti cognitivi, vediamo che il core del nuovo legame sociale sta – anche in questo caso – nella funzione imprenditoriale. Gli imprenditori applicano alla conoscenza codificata, che è incorporata nella macchine e nei prodotti standard ottenuti, la propria (personale) conoscenza generativa, che serve per elaborare nuove idee e affrontare situazioni complesse, altamente indeterminate. Mentre la scienza è un sapere aperto agli user che vogliano accedervi, la tecnologia incorporata nelle macchine diventa un sapere proprietario perché richiede un investimento di capitale (nella macchina) che solo pochi possono fare e che costituisce una barriera importante all’accesso, creando una discriminazione di classe tra chi può fare l’imprenditore e chi può solo essere parte della forza-lavoro. Anche le idee innovative di successo degli imprenditori assumono la forma di sapere proprietario attraverso le istituzioni della proprietà intellettuale (brevetti, copyright, marchi) che le fanno circolare in rapporti di mercato, altrettanto anonimi di quelli riguardanti le merci e il lavoro.

Infine, il capitalismo mercantile dell’ottocento cambia anche il senso della vita e del lavoro, perché – spersonalizzando il lavoro, che diventa strumento – lega la libertà individuale all’accumulazione di ricchezza astratta (il “denaro che produce denaro” di Karl Marx), governata nel suo sviluppo da un automatismo (il mercato): un mondo in cui i rapporto interpersonali contano poco o niente, e a cui le persone tendono ad adattarsi, dando forma ad un legame sociale che si oggettivizza, restringendo gli spazi di azione per i soggetti.

Enzo Rullani Università Ca' Foscari di Venezia