10  DICEMBRE 2017
 
L’impresa come istituzione sociale

L’impresa come istituzione sociale

L’impresa è il fulcro vitale del sistema socioeconomico capitalista, l’attore chiave a partire dal quale è possibile comprendere una parte non secondaria delle logiche che animano le economie contemporanee. È la fucina della ricchezza materiale, il punto intorno a cui si condensano le principali spinte al cambiamento, in un contesto politico in cui tutti, o quasi, affermano che la potenziale nuova imprenditorialità è considerata come un driver fondamentale per la crescita economica e occupazionale. Basterebbero solo tali ragioni di carattere generale per accogliere in modo positivo il volume che si intende recensire in questa sede. Soprattutto in una congiuntura dove l’impresa non sempre è stata collocata tra le priorità conoscitive di economisti e sociologici, e dove non sempre le scienze sociali sono riuscite con continuità a diffondere dati e riflessioni al riparo da goffe o sottili cortine ideologiche.

Il volume di Paola De Vivo, L’impresa come istituzione sociale (Il Mulino, 2017), offre un contributo importante a riguardo e per due ordini di motivi. In primo luogo, ribadisce che la sociologia deve tornare ad occuparsi con sistematicità di uno dei protagonisti della civiltà industriale, al fine di mettere meglio a fuoco gli aspetti centrali delle molteplici trasformazioni che investono la politica, l’economia e la società del XXI secolo. D’altronde la flessibilità, la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia rappresentano spinte al cambiamento nate e consolidatesi nel cuore delle dinamiche accumulatrici capitalistiche, di cui l’impresa – e in questo caso la grande impresa transnazionale – si fa portavoce e interprete. È in primo luogo nell’industria che tali spinte pervengono a piena maturazione. In secondo luogo, il volume concede un interesse rilevante al soggetto imprenditoriale in carne ed ossa. Si pone cioè in una prospettiva e una tradizione di ricerca che concede ampio spazio all’analisi di quelle micro-caratteristiche e attitudini individuali che, insieme agli spazi di azione e alle opportunità offerte dai contesti politici e sociali, contribuiscono alla formazione dell’humus imprenditoriale.

La scelta di ricomprendere nella parte iniziale del percorso analitico i classici della sociologia, o meglio del pensiero moderno sulla società capitalistica, si giustifica alla luce di una precisa necessità, quella di ricostruire un dibattito che già a partire da Adam Smith non ha smesso di porre domande chiave per il futuro delle economie contemporanee. Chi è l’imprenditore? Che tipo di razionalità orienta la sua azione? Quali sono le implicazioni delle sue scelte in termini di benessere collettivo? Senza tralasciare l’onere di riportare tali interrogativi nella complessità del divenire storico, per cogliere gli elementi specifici delle risposte di volta in volta emerse nei confini del sapere economico e di quello sociologico. In tal senso le pagine dedicate a Marx, Durkheim, Weber e Schumpeter non indicano una tappa obbligata, sulla strada di una mera riconoscenza ritualistica, ma si inquadrano nello sforzo di vivificare parti circoscritte di quei grandi edifici teorici e di ricerca in relazione alle tre domande poc’anzi poste. È un confronto per così dire selettivo, che pone costantemente sotto osservazione il soggetto imprenditoriale alla luce di uno sguardo sistemico, cercando di definire il ruolo dell’impresa nelle economie avanzate e di coglierne l’impatto nei processi di ridefinizione dell’organizzazione sociale.

Il Novecento segna un passaggio ulteriore nell’economia del volume. La specializzazione delle conoscenze, che tendono a concentrarsi sull’evoluzione organizzativa dell’impresa e sulle sue strategie competitive, indica una cesura. La crescita esponenziale dei mercati di massa impone ritmi di produzione serrati e scientificamente orientati verso le più sofisticate tecniche di gestione del personale. D’altra parte i rapporti tra il mondo della produzione e l’estesa geografia di interessi che popolano le economie nazionali (le articolazioni statali, i sindacati, i mass media, i saperi esperti) subiscono anch’essi un processo di metamorfosi volto a razionalizzare e stabilizzare l’attività imprenditoriale delle grandi corporations. È la rivoluzione manageriale americana a indicare la strada da percorrere, lucidamente interpretata da The Visible Hand di Chandler. L’impresa, a ridosso del secondo conflitto mondiale, sarà considerata come il primo laboratorio dove si coniugano efficienza economica, scelta razionale e innovazione tecnologica. Gli ulteriori sviluppi che hanno contrassegnato l’organizzazione multidivisionale e la più recente impresa a rete tendono ulteriormente a rendere incerti i confini tra investitori, manager, capitani d’industria e azionisti. Le variabili da prendere in considerazione, per comprendere le emergenti dinamiche competitive, aumentano e investono una serie di figure che, in modo diretto e/o indiretto, hanno interesse alla produzione. Fornitori, clienti, maestranze, autorità politiche e organizzazioni sociali a vario livello (da quelli locali a quelli nazionali e anche oltre i confini nazionali) vengono accomunate/i dal fatto di essere portatori di interessi vari, non solo economici, nei confronti dell’impresa. Quest’ultima assume, in questo contesto, una peculiare rilevanza producendo allo stesso tempo sia beni e servizi, sia relazioni di convivenza che si manifestano al suo interno e in rapporto alla società e all’ambiente.

Se nelle alte sfere del capitalismo mondiale – oligopolistiche e poco trasparenti seguendo il dettato braudeliano – la figura classica dell’imprenditore innovatore di schumpeteriana memoria tende ad assumere di volta in volta caratteri e ruoli differenziati, esso riappare come figura trainante della piccola e media impresa. E, come sottolineato a più riprese nel testo, è il mondo produttivo italiano ad offrire modelli esemplificativi di azione imprenditoriale radicati nel tessuto sociale, dove sia l’analisi di strategie competitive che di percorsi fallimentari non possono prescindere dal peso di variabili sociali ed istituzionali che costantemente complessificano la razionalità e le preferenze degli imprenditori. Come soleva esprimersi Luciano Gallino, l’attività imprenditoriale nelle sue molteplici componenti, dalla scelta di investire anziché consumare alla direzione di impresa, non potrebbe svolgersi, e nemmeno avere inizio, senza la formazione di un carattere sociale. Si pensi al ruolo della famiglia, alle regole informali e alle consuetudini radicate territorialmente, alla diffusione di particolari dotazioni di capitale sociale nelle comunità di appartenenza, alle peculiarità storiche che hanno segnato l’evoluzione dei governi locali. Le medesime aree di indagine che hanno permesso, d’altronde, alla scuola distrettualistica italiana di affermarsi nel panorama scientifico internazionale.

Quelle tratteggiate sono solo alcune tra le principali questioni che il volume affronta in modo diretto, con linguaggio chiaro sebbene specialistico. Altre tematiche pur restando sottotraccia pongono interrogativi diversi e sollecitano ulteriori sforzi conoscitivi. Si pensi ad esempio al ruolo dello Stato nell’economia, o nello specifico, al rapporto tra Stato e industria. Di un certo interesse sarebbe ripercorre i cambiamenti che hanno investito questo rapporto, fino all’ultima rivoluzione neo-liberale che ha fortemente ridimensionato il ruolo dell’attore pubblico nei processi di produzione e distribuzione della ricchezza. Il volume, in molte delle sue parti costitutive, si presta a tale lettura; già a partire dall’analisi della genesi della moderna azione imprenditoriale, quando i primi mercanti viaggiatori iniziano a cogliere le opportunità di ricchezza e ascesa sociale offerte dal nascente nazionalismo mercantilista. O, ancora, durante la prima grande crisi del sistema capitalista, quando durante gli anni ‘30 del Novecento si configura una nuova alleanza di interessi fra lo Stato e il mondo della produzione, finalizzata alla costruzione di una strategia di sviluppo meno esposta alle fluttuazioni del capitale finanziario. E, infine, si discute di tale rapporto – tra Stato e mercato – quando ci si sofferma su di una strategia imprenditoriale inserita in uno schema istituzionale neo-corporativo, dove il sistematico confronto tra i grandi interessi in gioco – dello Stato, dei lavoratori, dell’impresa – ha garantito a partire dagli anni Settanta un certo grado di pacificazione sociale. A riprova del fatto che la vitalità dell’impresa, e dell’imprenditore, la sua potenziale capacità innovativa, la spinta al cambiamento che alimenta non può essere concettualizzata fuori dal perimetro dialettico che vede il soggetto pubblico occupare un ruolo altrettanto importante e decisivo. L’azione imprenditoriale pensata come azione isolata è un ossimoro, il successo e il fallimento dell’intrapresa – soggettiva e organizzativa – è fortemente influenzato dalle scelte regolative poste in essere dall’attore pubblico.

Il confronto con il paradigma neoclassico, oltre che sulla concezione della razionalità che anima gli attori individuali, si deciderà in prospettiva anche su tale versante analitico. Il recupero di una corrente interpretativa impegnata nell’analisi dell’azione imprenditoriale, e dei contesti sociali e istituzionali che ne favoriscono oppure ne ostacolano l’intrapresa, lascia chiaramente intravedere la centralità che il volume assegna a mercati e forme di produzione in cui lo Stato ha ancora molto da dire e da fare. Non solo in termini di singole policies industriali, ma della polity, ossia per definire la compatibilità e la funzionalità della principale macchina di creazione della ricchezza rispetto agli interessi e alle ambizioni sociali e politiche di una comunità (sovranazionale o nazionale o regionale o locale).

 

Paola De Vivo (2017), L’impresa come istituzione sociale, Il Mulino, Bologna.

Enrico Sacco Università degli Studi di Napoli "Federico II"