OTTOBRE 2016
 
Oltre la retorica della Social Innovation

Oltre la retorica della Social Innovation

Abstract

Dal 2009 il tema della social innovation è entrato prepotentemente e con grande enfasi nel discorso e nelle politiche pubbliche del mondo occidentale. Supportati da una riflessione teorica che ha coinvolto università, think thank, fondazioni e network, i governi di Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Europa hanno avviato politiche di sostegno e incentivazione di iniziative di innovazione sociale. Tutto il discorso contemporaneo, seguendo il filone della scuola britannica, tratta la social innovation in modo astorico (è del tutto incentrata sul presente) e acritico (è a priori positiva nei suoi effetti).

Questi atteggiamenti, che trascurano fortemente i contributi dell’800 e '900, si traducono in un’idea liberal-progressista di società che si auto-trasforma senza bisogno né di mediazioni, né di visioni di cambiamento e che trova nuove strategie per mediare in senso sociale i comportamenti più predatori e voraci del capitalismo liberale. Questa impostazione può essere rilevante solo se viene immessa al suo interno un’idea di trasgressione, di conflitto, di tensione tra società costituita e società costituente. In questo modo la social innovation perde la sua mono-funzione regolatrice (nella relazione tra sistemi di produzione-scambio e organizzazione sociale) e può diventare un driver di trasformazione, potenzialmente radicale, del sistema sociale stesso.


Since 2009, Social Innovation topic has burst with great emphasis in the Western world discourse and public policies. Supported by a theoretical debate that involved universities, think tanks, foundations and networks, the Governments of the United States, England, New Zealand, Canada and European states promoted policies to support and encourage Social Innovation. The contemporary discourse, following the trend of the British school, considers Social Innovation in an unhistoric (it is entirely focused on the present) and uncritical way (it is a priori considered positively).

These attitudes, which strongly neglect the 19th and 20th century contributions, result in a liberal-progressive idea of a society that transforms itself without the need of either mediation, nor visions of change. That idea is also able to find new strategies to mediate the most impetuous and aggressive behaviors of liberal capitalism from a social point of view. This approach can be interesting only when it is embedded with an idea of transgression, conflict, and tension between constituted and constituent society. In this way, the Social Innovation loses its regulatory mono-function (in the relationship between systems of production - sharing and social organization) and can become a potentially radical transformation driver of the social system itself.

 

Introduzione

 

Una fragile ascesa

“Social innovation refers to new ideas that work in meeting social goals” (Mulgan, Tucker, Ali, Sanders, 2007).

E’ questa la definizione che negli ultimi anni ha superato confini territoriali, politici e disciplinari, fino a rendere la social innovation candidata di punta tra gli assi portanti per le strategie di crescita e di uscita dalla crisi economica in cui viviamo. Una definizione bellissima nella sua semplicità, ma altrettanto debole nella sua vaghezza. L’ambiguità stessa nell’uso della parola “social”, in una continua oscillazione tra la sua componente tecno-relazionale e un’altra che guarda all’essere umano in relazione alla sua comunità, pone dei seri problemi di analisi. Siamo di fronte ad una definizione nella quale possono rientrare centinaia di esperienze, alcune delle quali capaci di rompere gli schemi e le tradizioni per produrre invenzioni e altre portatrici di tratti deboli di innovazione di prodotto o processo. Una definizione nella quale gli stessi autori riscontrano le debolezze tipiche di un tema scarsamente studiato (Mulgan, 2006). Nonostante il crescente interesse da parte della politica, delle fondazioni, degli istituti di ricerca e delle università di tutto il mondo, non esiste una definizione condivisa e sono state prodotte poche reviews sistematiche delle definizioni in uso (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012). Infine, il concetto di social innovation appare raramente un termine chiaro e specifico ed è spesso usato “come una sorta di metafora nell’ambito dei mutamenti sociali e tecnologici” (Howaldt, Schwarz, 2010).

 

La forza fragile del concetto di social innovation

Tale fragilità non è tanto legata al fenomeno in sé quanto piuttosto alla riflessione teorica che lo interessa, per almeno tre ordini di ragioni.

Innanzitutto, perché l’attitudine a generare innovazione sociale ha evidentemente trasceso la nostra capacità di definirla e misurarla. Si producevano innovazioni sociali molto prima di sentire il bisogno di concettualizzarle. Negli ultimi duecento anni le esperienze di innovazione sociale sono state moltissime e sono partite dalle periferie fino a diventare mainstream. La nascita dei sindacati e delle cooperative, la creazione di sistemi previdenziali a contrasto delle malattie e della povertà, la diffusione degli asili nido e delle scuole materne ed altre centinaia di esempi “hanno profondamente modificato il modo di rispondere ai bisogni sociali” (Mulgan, Tucker, Ali, Sanders, 2007).

In secondo luogo perché l’attenzione al tema da parte di importanti istituzioni - pubbliche e private - di ricerca e intervento ne comprova la rilevanza. L’evidente incapacità di rispondere a bisogni sociali emergenti ci spinge nella ricerca di nuove soluzioni. Se le esperienze del ZSI Zentrum für Soziale Innovation (Vienna) del 1990 o del CRISES Centre de recherche sur les innovations sociales (centro interuniversitario canadese) del 1986 possono essere considerate casi eccezionali, “la crescente importanza della social innovation si è riflessa con sempre maggiore forza nella nascita di nuovi centri dedicati alla promozione dell’innovazione sociale: Stanford University negli USA (2000), Toronto (2004), Londra (2005), Olanda (2006), Australia (2008)” (Howaldt, Schwarz, 2010).

In terzo luogo per la crescente attenzione prestata alle pratiche di promozione dell’innovazione sociale dalle più importanti istituzioni politiche mondiali. Il modello di sviluppo fino a qui adottato, carico della sua cieca fiducia nel progresso tecnico e nella globalizzazione, ha mostrato crepe evidenti nella capacità di rispondere ai bisogni sociali, amplificate da una crisi finanziaria ed economica che ha reso la creatività e l’innovazione in generale - e la social innovation in particolare - sempre più importanti nel perseguire uno sviluppo sostenibile, garantire occupazione e favorire la competizione. Al di fuori dell’Europa l’innovazione sociale ha avuto una forte legittimazione nelle politiche pubbliche in campo economico e sociale. “L’attenzione che l’Amministrazione Obama ha garantito al tema della social innovation fin dal suo primo insediamento e l’immediata creazione dell’Office of Social innovation and Civic Partecipation (2009) ha accelerato la diffusione del concetto e delle politiche pubbliche per favorirlo in Inghilterra, Europa, Scandinavia, Asia, Australia e Nuova Zelanda, così come nella maggior parte del mondo sviluppato” (Goldenberg, Kamoji, Orton, Williamson, 2009).

Concordando con Pol e Ville (Pol, Ville, 2009), queste tre ragioni sono sufficienti per rispondere a quanti avrebbero voluto abbandonare il concetto di social innovation tout-court, sostenendo che “aggiungerebbe poco o nulla al tema dell’innovazione in generale e che sarebbe un’idea troppo vaga per essere efficace”. Inoltre, nella sua capacità di diffondersi rapidamente, la nozione di social innovation ha un chiaro potere evocativo: riesce a immergerci nel campo dei bisogni sociali e delle strategie per farvi fronte. Infatti:

  • propone interventi e strumenti per rispondere alle necessità percepite come indispensabili per la sopravvivenza: salute, educazione, risorse etc.
  • afferma l’esistenza di una sfera sociale in continua tensione con quella economica e quella tecnologica. Lo fa con semplicità e immediatezza e in questo modo centra l’obiettivo di riportare l’uomo, la donna e i loro gruppi sociali all’interno del discorso sullo sviluppo (la libertà economica e il progresso tecnico devono confrontarsi con i bisogni sociali dell’umanità);
  • presta attenzione a quelle questioni che le istituzioni e le politiche esistenti hanno trovato impossibili da decifrare ed affrontare, come ad esempio il cambiamento climatico, le epidemie mondiali, le malattie croniche e le disuguaglianze crescenti;
  • opera laddove gli strumenti classici della politica di governo da un lato e le soluzioni di mercato dall’altro si sono rivelati inadeguati e in quegli ambiti in cui i fallimenti del mercato sono stati pagati dagli Stati e dalla società civile.

Come accaduto per molte trasformazioni tecnologiche e sociali, oggi “vi è un’evidente distanza tra le strutture e le istituzioni esistenti e ciò di cui abbiamo bisogno ora per affrontare questi cambiamenti” (Murray, Caulier-Grice, Mulgan, 2010); la social innovation si candida a ridurre proprio distanza. Anche se non ha problemi ad affermarsi come concetto mainstream delle politiche di sviluppo, la fragilità teorica del concetto di social innovation ha delle evidenti ripercussioni sulla dimensione delle esperienze, della ricerca e delle istituzioni. Sul piano delle esperienze, non permette di delineare una chiara distinzione tra quali fenomeni siano inquadrabili come social innovation e quali non lo siano o lo siano solo in parte. Sul piano della ricerca espone al rischio di rimbalzare disordinatamente da un’affannata ricerca concettuale ad una ricerca di esperienze e di singoli fenomeni da catalogare. Sul piano delle istituzioni, favoriamo un loro progressivo ritiro dalla sfera dei bisogni sociali senza aver prima capito che cosa ci aspetta e dimenticando come esse dovrebbero prima “infrastrutturare”una società in grado di produrre innovazione sociale.

 

Social innovation: un’idea nuova?

Nella crisi finanziaria ed economica che stiamo attraversando inizia ad affermarsi l’idea che la social innovation possa giocare un ruolo chiave nel determinare in che tipo di mondo vivranno i cittadini della prossima generazione. Riteniamo però, che per farlo, il concetto stesso di social innovation debba prima divenire un termine chiaro, capace di identificare un insieme preciso di storie, processi, organizzazioni e tensioni. Per questo è fondamentale l’ideazione di un concetto “definito” di social innovation, unica via per favorire un’effettiva diffusione di innovazioni sociali nella maggior parte degli ambiti della società, inclusi economia, educazione e politica (Howaldt, Schwarz, 2010). Questo processo diviene tanto più necessario visti i chiari indizi di un cambio di paradigma in atto nel campo dell’innovazione (Fagerberg, Mowery, Nelson, 2006) prodotti dall’avvento della new economy e soprattutto in seguito all’apertura del processo di innovazione alla società (FORA, 2010).

Seguendo la proposta di Borzaga e Bodini (Borzaga, Bodini, 2012), in questo paper non proponiamo la costruzione della “vera” definizione di social innovation, quanto piuttosto individuiamo una serie di caratteristiche di base che ogni processo di social innovation dovrebbe possedere al fine di creare i presupposti per favorire processi di sostegno consapevole nell’ambito della governance. Con questo lavoro tentiamo di costruire una griglia di attributi imprescindibili, a partire da un’ipotesi iniziale molto precisa: la volontà di favorire una rapida diffusione del concetto di social innovation, assieme al bisogno di affermarla come strumento di un sistema sociale compatibile con il liberalismo, hanno prodotto una grande semplificazione del suo significato, che è stato erroneamente astoricizzato.

A riprova di ciò, notiamo che le principali produzioni scientifiche sull’argomento trascurano completamente l’evoluzione storica del concetto di social innovation, o al massimo prestano scarsa. Si ripropone costantemente l’idea che il termine “social innovation” si sia diffuso solo in anni recenti (Pol, Ville, 2009); si enfatizzano la volontà e la necessità di effettuare una ricognizione del presente (Howaldt, Schwarz, 2010); ci si concentra sul mettere ordine alle definizioni correnti (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012); si attribuisce grande enfasi agli innovatori sociali (Goldsmith, 2010) o alle innovazioni sociali (Murray, Caulier-Grice, Mulgan, 2010) del presente. Nessuno di questi autori nega esplicitamente l’esistenza di una concettualizzazione del termine “social innovation” precedente al loro lavoro; semplicemente la ignorano. Tutti trovano naturale presentare la social innovation come “un fenomeno di lunga tradizione, ancorato ai grandi processi di industrializzazione e urbanizzazione” (Mulgan, 2006). Quello che viene presentato, però, è sempre il fenomeno; non è mai la sua concettualizzazione ad avere una dimensione storica. Diventa quindi naturale pensare che il concetto di social innovation sia nato con questi autori e con le loro produzioni, e più precisamente nel Regno Unito nella metà degli anni ‘90. Non deve stupire, quindi, se The Economist inizia il suo articolo “Social innovation. Let’s hear those ideas” (12 agosto 2010) sostenendo che “i politici di entrambi i lati dell’Atlantico sono appassionati di un nuovo approccio per alleviare i problemi della società”.

Il discorso sulla social innovation ruota attorno all’idea di “nuovo”. Questa tensione verso il nuovo è talmente enfatizzata e così prolungata nel tempo (1995-2013) che diventa inevitabilmente “nuovismo”, un’esaltazione acritica del nuovo. Questa retorica del nuovo incrosta fortemente il concetto e soprattutto ne esclude aprioristicamente una sua possibile evoluzione storica parallela ai fenomeni di social innovation. Cosa ancora più grave, vanifica gli sforzi di riflessione teorica fin qui prodotti sui temi del cambiamento sociale, dell’innovazione e della relazione uomo-tecnologia. Ci obbliga a ripartire da zero, come se fino ad oggi nulla fosse stato discusso e prodotto. Ci obbliga a percorrere un cammino che in parte è già stato intrapreso e, lungo la strada, ci fa perdere importanti contributi e riflessioni già prodotte.

Riteniamo che l’astoricizzazione del concetto di social innovation sia alla base della sua fragilità teorica. Nel momento stesso in cui rendiamo la social innovation una ricetta del presente per affrontare le questioni cruciali del nostro tempo favoriamo il perseguimento di un obiettivo riduzionista: dedichiamo tutti i nostri sforzi a tentare di “ridurrene” la complessità a beneficio della decifrabilità e replicabilità del fenomeno; non è un caso che le discipline che si occupano maggiormente di social innovation siano la sociologia e il management. In questo modo, però, trascuriamo un asse di ricerca almeno altrettanto importante: quali sono le caratteristiche intrinseche che qualificano un fenomeno come social innovation? Questa è la linea guida che caratterizza il presente lavoro, a partire dalla storia del concetto di social innovation, dall’origine della sua fragilità.

In questo paper, che muove da spunti affini a quelli proposti da Borzaga e Bodini (Borzaga, Bodini, 2012) nel loro lavoro sulla “Pure Social Innovation”, intendiamo verificare se oltre alla storia del fenomeno esista anche una storia della sua concettualizzazione, più o meno matura, ed usarla per individuare le componenti indispensabili per definire un processo come social innovation. Vorremmo perciò ricostruire una “archeologia del sapere” e rimettere ordine tra quanto è stato prodotto, discusso e realizzato in termini di produzione accademica e istituzionale; con un approccio essenzialmente storiografico volto a ricostruire l’emergere e l’affermazione del tema sul piano concettuale e teorico. In una seconda parte analizziamo criticamente le concettualizzazioni proposte in questi anni. Nella terza parte ci concentriamo sul contributo della scuola britannica. Infine proponiamo una diversa definizione di social innovation, ripulita dalle incrostazioni del nuovismo, che incorpora alcune qualità intrinseche che la qualificano come tale.

 

Social innovation: la storia dimenticata

Partendo da Geoff Mulgan, che inquadra la social innovation come “un fenomeno di lunga tradizione, ancorato ai grandi processi di industrializzazione e urbanizzazione del XIX e XX secolo” (Mulgan, 2006), abbiamo cercato l’esistenza di testi scritti in cui comparisse il termine “social innovation” in una sua declinazione concettuale. Il prezioso lavoro di Benoit Godin (Godin, 2012) permette di rispondere con precisione al dubbio epistemologico che basa una parte importante di questo lavoro di ricerca: esiste una riflessione teorica sulla social innovation precedente al 1995?

 

Le prime apparizioni: 1800-1880

Questo excursus si fonda sul lavoro di William Lucas Sargant (1809-1889) e altri. In Social Innovators and Their Schemes (Sargant, 1858) Sargant presenta un’analisi critica della proposta sociale e politica di un gruppo di “social innovators”, una generazione a lui contemporanea portatrice di una forte tensione verso il benessere dei meno fortunati (povertà, soprusi, disoccupazione e malattie infantili spingono alla rivolta contro le ingiustizie). L’autore illustra i risultati conseguiti, i fallimenti, le storie e le peculiarità dei protagonisti: Saint Simon, Fourier, Luis Blanc, Proudhon ed Emile de Girardin. In questa sede non interessa tanto la posizione critica di Sargant nei confronti di questi innovatori sociali, quanto la sua chiara capacità di contestualizzarli nell’ambito della promozione del benessere sociale del maggior numero di persone possibili. Ed interessa ancora più la sua manifesta volontà di “indagare le circostanze in cui si sono sviluppate, il modo in cui sono state usate e i risultati che hanno prodotto le loro esperienze di social innovation”. Anche se concentrato principalmente sui social innovators, nella sua attenzione al contesto, ai processi e ai risultati rintracciamo molti tratti comuni ai testi più recenti di Mulgan (Mulgan, 2006) e altri (Murray, Caulier-Grice, Mulgan, 2010; Howaldt, Schwarz, 2010).

 

Il nesso tra transizione sociale e innovazione

Già nel 1858 Sargant si rende conto della naturale connessione tra social innovation e “periodi critici” in cui il malcontento, i cambiamenti sociali e la confusione sono sintomo di una transizione da un’organizzazione sociale ad un’altra. Sargant evidenzia inoltre come Saint Simon abbia colto l’intima connessione tra i grandi processi di trasformazione del XIX secolo e gli straordinari esempi di imprese sociali e innovazione.

Il lavoro di Sargant non è solo frutto di una particolare sensibilità di lettura del presente; la sua non è una riflessione isolata, il che fa presupporre che in quel periodo storico si inizino a diffondere delle categorie di analisi fino a prima sconosciute. È grazie a queste che Francois Pierre Guillaume Guizot si dimostra consapevole della necessità di un “forte desiderio di innovazione sociale per poter produrre una nuova idea di società” (Guizot, 1859). A vent’anni di distanza, nelle parole del reverendo Kaufmann (Kaufmann, 1879), questo bisogno entra nelle pratiche di innovatori sociali e riformatori. Per Kaufmann “quando il desiderio di cambiamento diventa forte tra le masse intervengono innovatori sociali e riformatori, per lo più uomini di rango e cultura elevati, che danno voce alle speranze e ai desideri della gente e così facendo favoriscono sconvolgimenti sociali che migliorano le condizioni di vita”.

La forte connessione tra trasformazioni sociali e innovazione sociale appare dunque centrale in questi autori; da questo punto di vista, le figure coinvolte in questa riflessione e il periodo storico in cui trova spazio non sono ininfluenti per comprenderne la portata.

Maurizio Busacca Università Ca' Foscari di Venezia