11  NOVEMBRE 2018
 

Il territorio come progetto

Qualunque politica pubblica che interviene su un contesto locale rispecchia il modo in cui quello stesso contesto è stato osservato. La lettura di un territorio non è mai un’operazione scontata e neutrale: l’individuazione delle caratteristiche di un contesto, infatti, è sempre e comunque un atto di interpretazione e dunque scelta di enfatizzazione di alcuni aspetti a discapito di altri. Si pensi, ad esempio, a un tipico territorio target degli interventi di tipo sociale: le periferie. Mentre più abitualmente la progettazione degli interventi sociali in questi contesti è orientata da descrizioni della periferia fondate sulla rilevazione e l’interpretazione dei bisogni di chi la abita, uno sguardo più originale è quello rivolto ad esplorarne le potenzialità e le qualità nascoste con riferimento alle reali possibilità di riabilitazioni di questi luoghi nell’equilibrio urbano. In un caso il territorio della periferia è inteso come un “dato”: viene descritto con l’insieme delle informazioni disponibili che, attraverso il ricorso ad una serie di indicatori del disagio, segnalano la differenza tra quel contesto e il resto della città e che secondo la logica amministrativa si traducono in “bisogni”. Nell’altro caso il territorio della periferia viene riguardato come un “progetto”: viene cioè descritto con l’insieme delle opportunità che, adeguatamente colte, potrebbero entrare a far parte di un’ipotesi di azione collettiva localizzata.

In questo senso lo sviluppo di progetti di impresa sociale è indirizzato ad aprire inediti spazi di lavoro che sappiano da una parte promuovere sviluppo secondo modalità non consuete e dall’altra catalizzare interessi e mobilitare uno spettro più ampio di attori. Un contributo in questo senso è dato, nella metodologia dell’urban policy design, dalla costruzione di rappresentazioni del territorio da sottoporre agli attori (a quelli già in campo e a quelli potenziali) che li sollecitino a vedere la situazione attuale “come se fosse altrimenti” e a riconoscere la convenienza reciproca dell’azione congiunta (giochi a somma positiva, in cui tutti gli attori coinvolti traggono il loro vantaggio). Si tratta di descrizioni del territorio “per come potrebbe essere”, funzionali a rendere evidenti a diversi attori, pur con obiettivi diversi, i vantaggi derivanti dal mobilitare le loro risorse all’interno di progetti comuni.

 

Usi del riuso

L’attenzione per gli spazi ha tradizionalmente avuto una funzione residuale nella progettazione sociale: più frequentemente gli spazi vengono considerati come i semplici contenitori entro cui far ricadere gli esiti di progettualità sviluppate in modo astratto e secondo criteri a-spaziali. Diversamente, l’uso degli spazi potrebbe assumere un ruolo importante per lo sviluppo di un approccio incrementale e sperimentale al progetto, anche nel campo delle politiche di welfare. Un’evidente opportunità per procedere in tal senso è data dalla prospettiva del riuso. Lo spunto per una riflessione in proposito viene dall’osservazione di alcune esperienze di riutilizzo “sociale” degli spazi disponibili, iniziative che hanno promosso cioè processi di mobilitazione e implicazione diretta di gruppi di abitanti e “comunità di pratiche” nella reinvenzione della funzione attribuita a certi spazi inutilizzati o sottoutilizzati (Cottino, Zeppetella, 2009). Progetti innovativi di impresa sociale che sono emersi nel corso (e grazie a) pratiche progressive di adattamento di spazi dismessi e a partire dalle possibilità di sperimentazione che hanno consentito. La rilevanza del riuso degli spazi è legata anche a fattori di sostenibilità dell’innovazione sociale, a condizione che sia le pratiche che le politiche vengano elaborate ed implementate come occasione e momento propizio per mettere al lavoro le risorse e le capacità di fare della società locale (un certo “uso del riuso” dunque).

Ciò che interessa, in altre parole, è l’esperienza che la dismissione rende possibile: l’attivazione di un processo di riflessione progettuale attraverso la sperimentazione pratica. In questo senso gli spazi dismessi possono essere funzionali a ospitare veri e propri laboratori per la formazione di nuove competenze sociali, ossia ambiti capaci di funzionare da magneti delle energie sociali presenti sul territorio, a contrastare la loro dispersione e a potenziare la loro capacità progettuale per rielaborare l’interesse collettivo.

Innanzitutto perché, in una situazione caratterizzata da tendenze individualizzanti che riguardano la società, la condivisione di spazi fisici tra le persone stimola la ricerca di possibili sinergie e interdipendenze, che costituiscono la base per lo sviluppo di progettualità comuni.

In secondo luogo, l’esperienza del riuso risulta rilevante perché facilita l’immaginazione e consente di ottimizzare tempo e risorse: rapportarsi con uno spazio è spesso una condizione vincolante per verificare la fattibilità di un’idea di progetto, per fare delle prove ed eventualmente riconoscere possibilità e occasioni per “correggere il tiro”. Gli spazi rendono infatti visibili le possibilità d’azione, sollecitano l’ideazione di soluzioni creative a fronte di vincoli pratici e strutturali, sostenendo forme di bricolage socio-organizzativo, dalle quali dipendono interessanti materiali di innovazione.

In terzo luogo perché lavorando sugli spazi le organizzazioni coinvolte sono costantemente presenti sul territorio, con il vantaggio di mantenere lo sguardo rivolto a intercettare stimoli e opportunità da sviluppare in chiave progettuale. Uno spazio da riutilizzare rappresenta quindi una sfida aperta, nella misura in cui viene concepito come un cantiere permanente aperto a sollecitazioni esterne da ospitare e rafforzare.

Infine, il riuso degli spazi rappresenta un fattore strategico rispetto alla costruzione di partenariati di progetto, in quanto gli spazi rendono visibile “la posta in gioco” dei processi negoziali all’interno dei quali diversi attori con diversi interessi sono chiamati a collaborare e quindi a ricercare modelli di relazione nei quali i vantaggi degli uni siano direttamente o indirettamente associati ai vantaggi degli altri. L’uso progettuale degli spazi può essere dunque favorito e facilitato in base ad “un certo modo” di affrontare l’azione progettuale.

 

Attivare risorse

Un progetto di impresa sociale per essere tale deve saper coniugare la soddisfazione degli obiettivi molteplici e multidimensionali legati allo sviluppo della comunità locale, con la sostenibilità (tecnica, politica, economica) degli interventi. Ciò rende a tutti gli effetti la progettazione un’attività tanto complicata e quanto “costosa”, soprattutto nelle situazioni (sempre più diffuse) contraddistinte da una generale scarsità di risorse pubbliche disponibili per l’innovazione in campo sociale. In alcuni casi questo spinge i promotori delle innovazioni nel campo del welfare a ridurre le loro ambizioni attestando i progetti a ridosso di modelli più consueti e consolidati; in altri casi, invece, li sollecita a riconoscere le strategie e le modalità più efficaci per mobilitare (anche) risorse di altra natura e di altra provenienza, che possano integrare o sostituire quelle già disponibili per lo sviluppo dei progetti. Questa seconda opzione, unitamente all’orientamento “politico” a promuovere il protagonismo delle comunità locali nei processi che le riguardano, da qualche tempo sostiene all’interno del dibattito sulla fattibilità delle iniziative di impresa sociale posizioni volte a problematizzare il tema delle risorse.

La progettazione, da questo punto di vista, da esercizio di adattamento al sistema delle risorse disponibili (inteso come vincolo) si riconfigura come attività esplorativa rivolta all’individuazione e alla costruzione delle condizioni di attivazione di potenziali inespressi o di coinvolgimento e mobilitazione di altri stakeholder rispetto a quelli già coinvolti. A tal fine diviene cruciale la prefigurazione di una qualche intenzione o idea di progetto che sia sufficientemente puntuale da permettere l’identificazione di un primo spettro di interlocutori, ma anche sufficientemente flessibile da poter essere modificata in base alle condizioni che regolano l’acquisizione e l’impiego delle risorse di cui essi sono portatori.

L’approfondimento di tali condizioni costituisce l’oggetto principale dell’attività progettuale che, nell’ottica del policy design, viene intesa come “indagine di fattibilità”: i risultati delle interlocuzioni con gli attori a proposito della prima idea di progetto devono essere utilizzati per prefigurare scenari alternativi d’azione, nuove rappresentazioni del problema su cui si intende intervenire e soluzioni che si potrebbero attivare che, concepite tenendo conto degli elementi emersi, comincino a rappresentare un possibile spazio di accordo tra gli attori.

 

Conclusioni – The shock must go on

Per poter reagire in modo efficace agli shock determinati a livello locale dai cambiamenti sistemici, un’interpretazione in senso sociale del concetto di resilienza può essere di stimolo alle organizzazioni di terzo settore nell’essere reali promotrici di cambiamento, sia al proprio interno, che per (e con) le comunità locali. Ciò potrà avvenire da una parte assumendo un profilo imprenditoriale in senso stretto (con tutti i rischi connessi), dall’altra facendo propri strumenti progettuali e metodologie meno tradizionali.

Le iniziative e le opportunità nel campo della rigenerazione urbana e l’appropriarsi di approcci e metodologie propri dell’urban policy design, definiscono una possibile strada operativa con la quale diverse organizzazioni nonprofit si stanno cimentando e attorno alla quale potrebbe essere interessante organizzare percorsi di integrazione più strutturati. L’innovazione richiede di aprirsi all’intersezione con punti di vista e competenze plurime e volgersi ad accogliere anche stimoli e proposte metodologiche solitamente non incluse nel bagaglio di strumenti progettuali tradizionalmente nelle corde del mondo della cooperazione.

Questo rafforza oltremodo la visione della resilienza, non solo e non tanto come capacità adattiva nei confronti dei cambiamenti indotti da dinamiche esterne, ma soprattutto come atteggiamento culturale con cui una parte del nonprofit può affrontare - e affronta - proattivamente la crisi, cogliendola come stimolo per mettere in discussione i tradizionali modelli di intervento e innescare processi di rigenerazione nei contesti territoriali.

 

Note

1. Per quanto il contenuto dell’articolo scaturisca da una riflessione congiunta, ad Angela Colucci vanno imputati in particolare i contenuti del paragrafo “Resilienza e territorio” ed a Paolo Cottino i paragrafi “Resilienza di comunità” e “Rigenerazione urbana: l’impresa della resilienza sociale”.

2. Si tratta di un Quaderno dedicato al tema della “Resilienza urbana e territoriale”, di prossima pubblicazione nell’ambito della collana promossa dall’Osservatorio della Fondazione Cariplo, di cui i due autori del presente articolo sono i curatori.

3. L’utilizzo della resilienza ecosistemica in connessione allo sviluppo dei sistemi territoriali è entrato ufficialmente nelle politiche dell’Unione Europea e internazionali a partire dal 2002 quando venne presentato il documento Resilience and Sustainable Development: Building Adaptive Capacity in a World of Transformations (Folke et al., 2002). La resilienza ecosistemica ha oggi un ruolo centrale nelle politiche comunitarie.

4. Ricerca condotta su incarico del CNR e di Cittalia - Fondazione Anci Ricerche nell’ambito del progetto commissionato dal Dipartimento della Funzione Pubblica “La diffusione delle innovazioni nel sistema delle amministrazioni locali” (Cottino, Zeppetella, 2009).

5. Mi riferisco in particolare all’attività di consulenza e assistenza tecnica, formazione e progettazione che nell’ultimo decennio, attraverso lo studio KCity, mi sono occupato di offrire a diverse organizzazioni del terzo settore, consorzi e imprese sociali per lo sviluppo di iniziative di rigenerazione urbana.

 

Bibliografia

Colucci A. (2012), Le città resilienti: approcci e strategie, Polo Interregionale di Eccellenza Jean Monnet, Pavia. http://bit.ly/1fnaOEF

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Angela Colucci Politecnico di Milano

Paolo Cottino K-City