DICEMBRE 2015
 
L'impresa sociale al servizio della 'buona occupazione': una biodiversità da tutelare

L'impresa sociale al servizio della 'buona occupazione': una biodiversità da tutelare

Abstract

Negli ultimi anni l’impatto congiunturale sui livelli occupazionali e sulle politiche di welfare ha focalizzato l’attenzione sulla creazione di occupazione dignitosa e di qualità – in contrapposizione ai bad jobs con scarse tutele e opportunità in termini di guadagno e crescita professionale – secondo la definizione di decent work promossa dall’ILO (ILO, 2011) e in accordo con le strategie EU sull’occupazione. Le politiche comunitarie e nazionali riconoscono l’impresa sociale tra le forme organizzative più “funzionali” alla promozione di “buona” occupazione (Borzaga, Galera, 2011) e i suoi tratti caratterizzanti (modello organizzativo, cultura del lavoro etc.) contribuiscono a definire la sua distintività rispetto ad altre forme di imprenditorialità. Questo saggio si colloca in tale ambito, con particolare riferimento al legame con il territorio, quale parte integrante del modello di intervento delle politiche per una “buona” occupazione.

In una prima parte il tema viene contestualizzato a livello teorico nel più ampio dibattito della riforma dei sistemi di welfare, incline a prospettive di “investimento sociale” e welfare generativo. Il contributo presenta poi alcune esperienze di innovazione e imprenditoria sociale a sostegno dell’occupabilità, promosse da reti internazionali di innovatori sociali in collaborazione con network di attori locali (soprattutto dell’Europa meridionale). Le riflessioni finali, pur evidenziando qualche risvolto critico, sostengono l’importanza di definire un “modello europeo” di impresa sociale (tentativo in atto da anni presso le istituzioni comunitarie) e di tutelarne la “biodiversità”.


The impact of the crisis on employment levels and on welfare policies in recent years focused the attention on the creation of decent and quality employment – as opposed to bad jobs which have few protections and opportunities in terms of earnings and career growth – according to ILO definition of decent work and according to EU employment strategies. Communitarian and national policies consider social enterprise as an organisational form that is “functional” to the promotion of “good” employment; its characteristic features (organizational model, work culture etc.) help to define its uniqueness compared to other forms of entrepreneurship. This essay fits in this field, with particular reference to the link with the territory, as an integral part of the intervention model of “good” employment policies.

In the first part, the topic is theoretically contextualised in the wider debate on the welfare systems reform, inclined towards the perspectives of social investment and generative welfare. Secondly, the paper presents some innovation experience of social enterprises supporting the employment, promoted by international networks of social innovators in cooperation with networks of local actors (this is especially true in Southern Europe). The final reflections, while showing some aspect critically, argue the importance of defining a “European model” of social enterprise (attempt underway for years in the Community institutions) and of protecting “biodiversity”.

 

Imprese sociali tra mercati locali del lavoro e welfare

Il tema dell’imprenditoria sociale interseca due questioni cruciali emerse negli ultimi decenni nel panorama economico-sociale europeo. Il primo riguarda l’evoluzione dei sistemi di welfare, messi sotto pressione dalle dinamiche demografiche e dalla crescente flessibilità dei rapporti di lavoro che, nel tempo, hanno ridotto in misura significativa le risorse a disposizione dello Stato per far fronte ai bisogni sociali e garantire l’espressione dei diritti di cittadinanza, tra i quali l’accesso ad un’occupazione dignitosa. Almeno da un punto di vista teorico, il ripensamento delle politiche di welfare ha intrapreso il cammino dell’innovazione, auspicando una prospettiva di “investmento sociale”, che si basa in sostanza sullo spostamento delle tutele dai vecchi ai nuovi rischi e riconduce la problematica della disoccupazione, soprattutto, alla carenza di adeguate qualificazioni e competenze necessarie per trovare lavoro oggi e in futuro. E’ orientata a privilegiare politiche sociali volte alla crescita del capitale umano, a promuovere la massima inclusione sociale ed a creare lavori di qualità1 (Benvegnù-Pasini, Vecchiato, 2014). Personalizzare i servizi con un approccio volto a massimizzare l’empowerment, le capabilities dei singoli e la valorizzazione della diversità nei territori, oltre che nelle organizzazioni, rappresenta una leva strategica per incrementare l’efficacia dell’azione pubblica (Ascoli, 2014).

Tuttavia, anche a causa della gravità della recente crisi economica, gli Stati non sono in grado di sostenere da soli i costi del passaggio a tale prospettiva. Ciò vale maggiormente per i sistemi di welfare mediterranei, caratterizzati da politiche pubbliche più fragili e incerte e da vulnerabilità sociali crescenti connesse al mancato o inefficiente inserimento nel mercato del lavoro (disoccupazione e inattività giovanile e femminile, degli over 50, sistema produttivo ad alto impiego di personale poco istruito). L’affiancamento di attori terzi, rispetto a Stato e mercato, nella produzione di beni e servizi in risposta ai bisogni sociali è stata l’opzione affermatasi nella maggior parte dei Paesi europei (Ferrera, 2006; Saraceno, 2004). Opzione inizialmente a carattere spontaneo, ma presto consolidatasi in risposte collettive formalmente organizzate. Un avallo teorico a sostegno di tali risposte si riscontra nella letteratura sociologica, che con Touraine avverte che una reazione alla crisi non può essere trovata nei soggetti tradizionali dell’economia e della politica, bensì nell’aggregazione orizzontale delle comunità di cittadini (movimenti, associazioni etc.) le quali, ricreando le relazioni dirette tra i soggetti interessati, favoriscono l’apertura dei gruppi locali ai problemi di carattere generale quali, ad esempio, la disoccupazione (Touraine, 2012). Anche Goldsmith propone il ruolo attivo delle reti comunitarie di base e di quelli che egli definisce civic entrepreneurs. In contesti storico-sociali caratterizzati da elevata complessità e differenziazione dei bisogni, in particolare, l’attore pubblico non sarebbe in grado di formulare risposte con sufficiente flessibilità ed efficacia. Ciò renderebbe necessario il ricorso all’azione comunitaria (fertile community) e il suo manifestarsi in forme organizzative quali cooperative, imprese sociali e di comunità, associazioni di volontariato, non è alternativa all’iniziativa dello Stato, piuttosto si propone come un’integrazione virtuosa (in termini di competenze, idee e capacità manageriali) della rete di risorse pubbliche (Goldsmith, 2010).

La seconda questione è rappresentata dalla rivalutazione della dimensione territoriale. La globalizzazione, che per le imprese ha comportato un’organizzazione della catena del valore su base mondiale, per i territori ha significato il confronto con nuove culture e l’esigenza di maggiore inclusione sociale. Cambiamenti che hanno avuto risvolti significativi nell’analisi dello sviluppo locale, essendosi allentati i rapporti di dipendenza diretta tra impresa e territorio. Con riferimento alla prima, si citano le forme evolutive dei sistemi distrettuali alla ricerca di modelli organizzativi in grado di coniugare crescita economica e coesione sociale tramite uno specifico mix di variabili endogene (locali) ed esogene (globali). Secondo il paradigma dello sviluppo condiviso (citato dalla letteratura sociologica contemporanea – Zanfrini, 2002), il territorio viene interpretato in quanto forza produttiva che offre agli agenti economici risorse decisive: specifiche condizioni di vita e di lavoro, conoscenze e linguaggi condivisi, possibilità di relazioni con altri attori economici, servizi dedicati, accesso a infrastrutture materiali e immateriali.

In tale contesto si collocano le esperienze di imprenditoria sociale oggetto del presente saggio; esse risultano in grado di recepire le istanze provenienti dai singoli territori e offrire risposte personalizzate, sulla base di un’esperienza maturata “altrove”, poiché inserite in reti sovra-locali (in tal senso definibili glocali) e la cui azione risulta complementare a quella pubblica, in particolare nell’erogazione dei servizi di promozione dell’occupabilità.

Gli esempi analizzatti – in termini di servizi all’occupabilità e all’occupazione – ben consentono di evidenziare il carattere “locale” che le imprese sociali devono avere per produrre soluzioni efficaci. La sociologia del lavoro, infatti, tradizionalmente osserva come parlare di un unico mercato del lavoro nazionale rischi di generare distorsioni sia a livello teorico, sia a livello operativo, nella definizione e attuazione delle politiche del lavoro. Prendere a riferimento un contesto territoriale più circoscritto, invece, consente di compiere analisi relative al mix di bisogni e risorse specifici e formulare, di conseguenza, risposte puntuali. In tal modo vengono a crearsi tanti mercati del lavoro quanti sono i mix di bisogni, attori, risorse (economiche, sociali e relazionali) (Laville, La Rosa, 2009).

La riflessione su queste buone pratiche si concentra sull’approccio e sugli obiettivi che identificano nel processo stesso di costituzione dell'impresa il vero fattore di sviluppo e rigenerazione delle comunità. Un framework che lavora sul capitale umano, sulla comunità intesa come “imprenditrice di se stessa”, facendo leva sulla promozione di asset comuni inespressi. Elementi intangibili, come la creatività, le tradizioni e i saperi taciti comuni, l’identità dei luoghi; ma anche elementi tangibili, quali spazi ed aree dismesse, da riqualificare, potenziali sistemi per la produzione di energie alternative (Tricarico, 2014). Questo tema, che parte dall’imprenditoria sociale e attraversa tutti i settori economici e sociali del Paese, si propone come protagonista di una nuova agenda europea, come “passo avanti” rispetto alle politiche pubbliche di welfare, spesso legate ad azioni di recovery e di eccessiva regolamentazione delle iniziative (Sassen, 2004).

 

La generatività occupazionale delle imprese sociali

Come evidenziato dalla consultazione pubblica per l’Atto per il Mercato Unico (Commissione Europea, 2011a) le imprese sociali e, più in generale l’economia sociale, hanno destato un notevole interesse per la capacità di dare risposte innovative alle attuali sfide economiche, sociali e, in certi casi, ambientali, sostenendo, al contempo, un’occupazione considerata “di qualità” (stabile e poco delocalizzabile), l’integrazione sociale, il miglioramento dei servizi locali, la coesione territoriale. Esse, in particolare, agendo sulla base di principi democratici e partecipativi volti a promuovere la giustizia sociale, rappresentano una delle forme organizzative più idonee alla creazione di posti di lavoro finalizzata all’inclusione e all’innovazione sociale (Commissione Europea, 2011c).

La Commissione Europea, nella Comunicazione sulla Responsabilità Sociale d’Impresa (Commissione Europea, 2011b), auspica la realizzazione di una società imprenditoriale in contesti che storicamente hanno mostrato scarsa propensione al lavoro autonomo, evidenziando un approccio “culturale” al modello di imprenditorialità sociale con chiaro orientamento europeo. I risvolti in termini occupazionali, seppure poco citati, non sono stati ignorati dalle politiche europee, trovando spazio anche nella strategia “Europa 2020” (Commissione Europea, 2012b) che però, fino ad oggi, ha faticato a trasformarsi da dichiarazione d’intenti ad una vera e propria politica industriale e sociale. Per l’impresa sociale, essa fissa l’obiettivo di generare 7,6 milioni di posti di lavoro operando in tre aree principali: green economy, servizi sanitari e di cura alla persona (che hanno segnato un +10% di occupazione nel triennio 2010-2012), nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione. Rispetto a tale obiettivo, anche non considerando settori a elevato valore aggiunto, le cooperative e le imprese sociali risultano ben posizionate e dunque sembrano avere il potenziale per svolgere un ruolo trainante verso l’uscita dalla crisi, a patto di assegnare la giusta priorità ad ambiti finora considerati residuali (Santini, Vitelli, 2014).

Il legame tra imprese sociali e occupazione viene qui indagato sotto due profili: quello diretto, ossia dell’occupazione che opera all’interno delle imprese sociali e quello indiretto, vale a dire generato grazie alle imprese sociali che erogano servizi di supporto all’occupabilità. Nel primo caso, il riferimento è al contesto italiano, vista la difficoltà a reperire dati comparabili a livello europeo. Nel secondo caso, si presentano alcune esperienze sviluppate (anche) in Italia da imprese sociali dalla forma organizzativa a rete, operanti a livello internazionale.

Per approfondire tipologia e specificità della forza lavoro all’interno delle imprese sociali ci si avvale delle elaborazioni del Rapporto di Unioncamere del 2014 dal titolo “Impresa, comunità e creazione di valore”, che dedica un capitolo a dinamiche e risvolti occupazionali delle imprese sociali italiane (Unioncamere, 2014). Il Rapporto evidenzia che, sebbene in termini strutturali quasi la metà di tali imprese si concentri nell’istruzione (198 imprese; 23,2% del totale) e nell’assistenza sociale non residenziale (187; 21,9%), tra maggio 2013 e maggio 2014 si è assistito ad una crescita complessiva che ha interessato anche settori legati all’ambiente e al turismo, come le attività di servizi per edifici e paesaggio (da 33 a 40) e le attività di ristorazione (da 8 a 19).

barabaschi1Tabella 1: Imprese sociali dell'industria e dei servizi con dipendenti e relativa struttura dell'occupazione dipendente, per settore di attività e classe dimensionale (valori assoluti e percentuali) | I valori assoluti sono arrotondati alle decine; a causa di questi arrotondamenti i totali possono non coincidere con la somma dei singoli valori | * Dipendenti al 2012 nelle imprese sociali attive nel 2010 (stime ottenute dai valori dichiarati dalle imprese in sede d'indagine Excelsior) | Fonte: Unioncamere, 2014.

A differenza di quanto accade in altri paesi europei, le forme organizzative hanno un carattere mediamente strutturato. Ad esempio, a fine 2012, nelle imprese sociali (extra-agricole con almeno un dipendente) si stimava un numero di dipendenti superiore a 400mila unità, corrispondenti al 3,8% dell’intera occupazione alle dipendenze nelle imprese industriali e dei servizi complessivamente considerate. Un bacino occupazionale che è andato crescendo nel corso degli ultimi anni (a fine 2009, ad esempio, il “peso” si attestava al 3,1%) quale effetto di una costante crescita dei lavoratori dipendenti, passati dai 356.680 del 2009 ai 434.840 del 2012 (+21,9%).

È anche in questi numeri – oltre che in quelli che vedono il coinvolgimento dei numerosi volontari che prestano la loro opera nelle stesse imprese sociali – che si trovano conferme di come tali imprese possano rappresentare un motore di coesione sociale e tenuta economica, diffondendosi all’interno dei nostri sistemi produttivi territoriali, a partire da quelli più svantaggiati (nel Meridione l’incidenza dei dipendenti nelle imprese sociali è passata, tra il 2009 e il 2012, dal 2,7% al 3,6%).

Licia Allegretta Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Barbara Barabaschi Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza