10  DICEMBRE 2017
 

I nuovi processi

Sarebbe un errore interpretativo grave risolvere la lettura della composizione sociale solo sulla scorta delle dinamiche patologiche; occorre infatti guardare con attenzione ai fattori di riposizionamento e rilancio che pure in questi anni hanno preso quota. La società italiana non è solo un coacervo di patologie sociali, ma un intreccio complesso di dinamiche a diversa direzione, di cui occorre capire la risultante di lungo periodo. Per questo è importante guardare alle caratteristiche del nuovo ceto medio e alla persistenza della propensione imprenditoriale che si ormai radicata nei comportamenti diffusi dei Millennials.

 

Sobrio e propenso alla responsabilità individuale: arriva il nuovo ceto medio

Molecolare, molto differenziata, ad alta soggettività, piena di aspettative e di obiettivi diversi: così è la società italiana che vuol tornare a fare sviluppo. Indistinta e sfuggente, ha messo in crisi le giunture sistemiche della vita collettiva e si è dimostrata refrattaria alla governabilità, tramite processi concertativi o anche di accentuazione della verticalità (“un uomo solo al comando”).

Non ci si può però limitare a tirare le somme della fenomenologia regressiva: occorre partire dai processi per comprendere se esistono e quali siano i nuovi protagonismi di massa, collettivi, in grado di generare una dinamica di sviluppo. In Italia lo sviluppo o è di popolo o non è, e anche la stessa reazione alla crisi è stata fondamentalmente una reazione di popolo, dalla sopravvivenza ai riposizionamenti virtuosi.

Gli anni recenti, come rilevato, hanno generato paura e rattrappimento che sicuramente non sono stati neutrali rispetto alla potenza delle energie collettive; nell’occhio del ciclone ci sarebbe il ceto medio, colpito da dinamiche centrifughe opposte a quelle centripete a cui, sino al recente passato, si deve il più radicale cambiamento socio-economico del nostro Paese.

In realtà, la sopravvivenza alla crisi racconta di un ceto medio profondamente cambiato, ma ancora in grado di essere protagonista. Sul piano della attrattività sociale, dai dati emerge che, in modo trasversale a classi di età, livelli di reddito, professione svolta, prevale la percezione di se stessi come membri del ceto medio. Se la caduta o la fragilità della propria condizione sociale è diffusa, tuttavia a prevalere nel corpo sociale è ancora la percezione di “essere ceto medio”.

La novità è che alla condizione di ceto medio sono associati comportamenti e stili di vita diversi rispetto anche al passato recente. Sobrietà nei consumi e responsabilità individuale piuttosto che compulsione consumista e resa ad un destino impiegatizio: questi i cardini socio-valoriali che aiutano a descrivere la nuova composizione sociale e il senso di sè del nuovo ceto medio. La sobrietà è stata fatta di ridefinizione di carrelli della spesa, dispense, armadi con un radicale ripensamento dei meccanismi di gestione del reddito e della spesa; inoltre i dati Censis mostrano come prosegue la propensione al risparmio cautelativo (il tenere i soldi pronti per ogni evenienza).

E’ una articolazione di comportamenti trasversale ai gruppi sociali, professionali e ai territori ed è maggioritaria tra coloro che si sentono oggi ceto medio.Nella cultura e nella pratica collettiva quindi prevale la spinta sul risparmio piuttosto che la corsa ai consumi; sobrietà è la parola chiave, che non vuol dire ascetismo, ma un uso oculato di risorse potenzialmente disponibili per usi alternativi. E la sobrietà contribuisce a rendere gli stili di vita, intesi come il rapporto con i consumi, le modalità di fruizione del tempo libero, le tipologie di disagio che si vivono, come il più formidabile collante sociale. Ci si sente più vicini alle persone che hanno stili di vita simili ai propri che a quelle che svolgono un analogo lavoro o hanno eguali disponibilità di reddito.

Le dinamiche socio-valoriali indicate sul piano sociale potrebbero essere interpretate in chiave puramente cautelativa se però la società non fosse attraversata da un, forse silenzioso ma non per questo meno significativo, rilancio del fai da te. Nuovi flussi imprenditoriali infatti sono in movimento e materializzano quella propensione alla responsabilità individuale che pure costituisce un fattore costitutivo del nuovo ceto medio, e che comunque genera un protagonismo di massa importante per lo sviluppo.

 

Il vizio di fare impresa rilanciato dai Millennials

L’antica propensione a fare impresa rimane un tratto costitutivo della nostra società; i numeri segnalano che nella crisi, pur nelle enormi difficoltà, di fatto non è venuta meno la voglia di intraprendere. Infatti, sebbene tra il 2007 e il 2014 ci sia stata una contrazione di 26.508 imprese attive pari a -0,5%, nel lungo periodo, ad esempio tra il 2000 e il 2014 l’incremento è stato di oltre 308 mila imprese attive pari a +6,4%. L’analisi annuale mostra che nel 2014 si è avuto un flusso di nuove iscrizioni di quasi 372 mila imprese a cui ha fatto da riscontro un numero di cessazioni di 340 mila imprese con un saldo netto positivo pari a +30.034 imprese e un tasso di crescita del +0,53%, nettamente superiore a quello dei due anni precedenti.

I dati della creazione di impresa segnalano territori in corsa, cioè più segnati dalla accelerazione della creazione di impresa; ad esempio le province di Roma (+8.268 imprese, +2,5%) e Milano (+3.425 imprese, +1,2%) sono quelle che hanno segnato la dinamica più positiva negli ultimi due anni.

Se la dinamica imprenditoriale è una invariante che ha resistito alla crisi e si va rilanciando, emerge una diversificazione dei sentieri di sviluppo della nuova imprenditorialità. In modo puramente convenzionale, si possono fissare almeno quattro sentieri che fanno capo a processi diversi in termini di fattori di contesto e modalità operative delle imprese:

  • la spinta verso forme più strutturate di impresa, con una più alta capacità di drenare risorse finanziarie di provenienza diversa, dagli incentivi pubblici ai capitali sui mercati finanziari e con una armatura più funzionale alla propria crescita;
  • una neo-imprenditorialità diffusa, spesso micro, capace – soprattutto in alcuni settori – di valorizzare le opportunità legate all’abbattimento delle soglie di accesso (dal costo delle locazioni commerciali agli incentivi fiscali ai più bassi costi di avviamento legato a nuove soluzioni organizzative o tecnologiche);
  • le imprese innovative, di solito start up che gemmano dall’uso astuto delle opportunità legate alle nuove tecnologie. Sono piccole schegge che tra web, app, soluzioni informative e tecnologiche varie, spesso mixate con prodotti e servizi più tradizionali, cercano di intercettare i flussi crescenti di nuovi mercati in rapida crescita e, in molti casi, si pongono come success story eclatanti;

le imprese che vanno sempre più per il mondo, forti di una notevole capacità competitiva affinata nella crisi e sulle ali di una svalutazione dell’euro che mette il turbo in molti settori.

La vera novità sta nel fatto che la creazione di imprese è oggi uno dei terreni più rilevanti di espressione della vitalità dei Millennials; di notevole interesse sono i dati che certificano la vitalità imprenditoriale giovanile (Tabella 5):

  • tra aprile e giugno 2015 le imprese avviate da un under 35 sono state quasi 32mila, con 11.050 cessazioni e un saldo attivo di 20.542 imprese;
  • le nuove imprese giovanili iscritte ai registri ufficiali sono state quasi un terzo del totale (32,3%), contro un 18,5% di cessazioni;
  • il saldo delle nuove imprese giovanili è pari a oltre il 54% del saldo netto del totale delle imprese;
  • il totale delle imprese giovanili è salito a oltre 594mila, pari al 9,8% del totale delle imprese.

Per dare un’idea si può dire che sono nate quasi 300 imprese giovanili al giorno in più, nei tre mesi analizzati (week end inclusi), con un tasso di crescita del +3,6% a fronte del +0,6% del tasso di crescita complessivo.

Alle alte barriere di accesso al mercato del lavoro e ai rischi di incaglio nella precarietà, i Millennials italiani hanno contrapposto una forza vitale, partendo da una potenza italiana consolidata: l’imprenditorialità, la voglia di intrapresa.

maietta5Tabella 5. L’imprenditorialità dei Millennials. 2015, II trimestre | Fonte: UnionCamere – InfoCamere, 2015

Colpisce come la voglia di fare dei giovani italiani attraversi il paese da Nord a Sud, andando oltre le tradizionali dinamiche geografiche dello sviluppo; al di là delle tante ragioni, a volte contraddittorie, che possono alimentare la spinta a creare microimprese, è importante sottolineare la forza dell’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno, confermata dal fatto che:

  • il 40,6% del totale delle nuove imprese in quell’area sono giovanili;
  • il tasso di crescita trimestrale per le imprese giovanili è stato del 3,5%, contro allo 0,6% per il totale imprese nel meridione.

In generale, nel 76% dei casi le neo-imprese giovanili nascono nella forma di impresa individuale e sono micro imprese; commercio (oltre 6.500 le imprese in più nel trimestre), servizi di alloggio e ristorazione (+2.800) e costruzioni (+2.300) sono i settori in cui più si è dispiegata questa vitalità. Più intraprendenti dei coetanei europei, i Millennials italiani sono i primi in graduatoria come lavoratori autonomi: sono 941mila (nella classe 20-34 anni), seguiti da 849mila inglesi e 528mila tedeschi. E sempre in Italia si rileva il più elevato numero di giovani lavoratori autonomi che hanno del personale alle proprie dipendenze (188mila), a fronte dei 163mila della Germania e gli 84mila del Regno Unito.

Altro terreno su cui si esprime con forza la collocazione dei giovani sulla frontiera dell’innovazione, laddove si meticciano nuove tecnologie, orientamenti global, nuovi stili di vita e fare impresa, è quello delle start up.
A fine giugno 2015 le start up innovative iscritte alla sezione speciale del Registro Imprese sono 4.248, tra queste 1.005 hanno come titolare un under 35 e 1.724 annoverano la presenza di un giovane nella compagine societaria. Tra le città più innovative c’è Milano, con 607 start up attive nella sua provincia (14,3% del totale), seguita a distanza da Roma (361 start up, 8,5% del totale) e Torino (224 start up, 5,3%). La quota delle start up con a capo un under 35 (23,7%) rispetto a quella delle società di capitali giovanili (6,7%) è quasi quattro volte superiore; inoltre è il 41,6% delle start up ed il 13,8% delle società di capitale ad avere almeno un giovane nella compagine societaria o nel consiglio di amministrazione.

In generale, si può dire che è in prevalenza giovane l’innovatore che gioca la partita dell’intrapresa, che è perno di processi di rigenerazione economica nei territori e che è in grado di far agganciare il locale alle reti lunghe globali, anche grazie alle nuove tecnologie.

 

L’impresa sociale nel nuovo contesto: poche note per un pensiero altro

Giocare la persistente molecolarità della società italiana; favorire processi di ricomposizione; più ancora, creare i presupposti di scenario utili per l’accelerazione dei processi sociali spontanei virtuosi: sono alcuni degli obiettivi che la composizione sociale della società, così come è, indica come prioritari.

In questo senso, l’impresa sociale non può essere solo componente significativa dei processi riparativi rispetto alle patologie sociali, ma deve diventare protagonista dei processi sulla frontiera dell’innovazione sociale, dove si sperimentano nuove ibridazioni rispetto ai settori tradizionali.

A questo proposito, si pensi alle opportunità legate al nuovo welfare, allo sviluppo di straordinari mercati sociali interamente finanziati dalle risorse private dei cittadini. Dal sanitario al socio-assistenziale si stimano quasi 50 miliardi di euro di risorse dei cittadini che acquistano prestazioni sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali private, e che rischiano di diventare base materiale per lo sviluppo quasi esclusivo di provider for profit.

Ebbene, questa è una dimensione cruciale dello stile di vita del nuovo ceto medio, pronto a investire per crearsi nuove tutele piuttosto che per ampliare i suoi livelli di consumo; su questa frontiera della domanda sociale pagante, dove ci sono spazi straordinari per nuova imprenditorialità capace di ibridare forme tradizionali di lavoro sociale con le nuove opportunità dell’ICT e del web, si gioca una delle sfide dell’imprenditorialità sociale.

Se la cooperazione sociale come pura ancella dei processi di outsourcing e spending review del welfare pubblico è in difficoltà, occorre portare nel nuovo scenario l’accumulo di expertise e volontà che sono componente decisiva del terzo settore italiano. Ciò vuol dire misurarsi non solo con gli esiti patologici dei processi sociali regressivi, ma con le opportunità che sono state qui indicate e che sono all’origine di nuova creazione di valore su cui può basarsi ogni ipotesi neo-ridistributiva.

Non sono sufficienti strategie orientate al terzo escluso o agli sconfitti della lotta di classe, occorrono iniziative di tipo imprenditoriale capaci di intercettare le nuove energie sociali, facendone il lievito di una nuova imprenditorialità sociale che nel suo stesso operare genera una virtuosa ridistribuzione di opportunità, prima ancora che di redditi e patrimoni, e per ciò contribuisce ad una nuova sostenibilità e qualità della vita delle nostre comunità.

 

Bibliografia

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Censis (2015a), 49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2015, Fondazione Censis, Franco Angeli, Milano.

Censis (2015b), Gli scenari del welfare. Verso uno stato sociale sostenibile, Forum Ania Consumatori e Fondazione Censis, Franco Angeli, Milano.

Censis (2015c), La composizione sociale dopo la crisi. Protagonisti ed esclusi della ripresa, Note e Commenti, n.5/6, Fondazione Censis, Roma. 

Censis (2015d), I pilastri del nuovo welfare. Le lunghe derive della protezione sociale, Note e Commenti, n.9, Fondazione Censis, Roma.

De Rita G., Galdo A. (2014), Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani, Laterza, Bari.

Ricolfi L., Cima R. (a cura di) (2015), Disuguaglianza economica in Italia e nel mondo, Dossier 1/2015, Rapporto Fondazione David Hume per Il Sole 24 Ore. 

Sassatelli R., Santoro M., Semi G. (2015), Fronteggiare la crisi. Come cambia lo stile di vita del ceto medio, Il Mulino, Bologna.

Francesco Maietta Fondazione Censis