DICEMBRE 2016
 
The Social Enterprise Zoo: un approccio metaforico all’analisi dell’impresa sociale

The Social Enterprise Zoo: un approccio metaforico all’analisi dell’impresa sociale


AB: Gent.mo Prof. Young, assieme ai colleghi Elizabeth Searing e Cassady Brewer, ha da poco pubblicato un libro dal titolo The Sociale Enterprise Zoo. Potrebbe spiegare brevemente in cosa consiste il “modello zoo” dell’impresa sociale?

DY: Sì, il framework dello zoo presuppone che vi siano molteplici forme di impresa sociale e che un singolo modello non sia sufficiente a rappresentarle. Proprio come accade in uno zoo reale, quello dell’impresa sociale ospita una pluralità di specie animali, che vivono in habitat diversi e che si nutrono, crescono e interagiscono in modi diversi. Lo “zoo” è una metafora di questa diversità e ci spinge a interrogarci sui diversi modi in un cui un’impresa sociale si può strutturare in termini legali e organizzativi, sulle differenti configurazioni che il contesto di policy può assumere, sulle molteplici fonti di finanziamento, sui modi in cui forme di impresa sociale diverse interagiscono ed evolvono nel tempo. In questo senso, pensiamo che questo framework possa contribuire da un lato ad ampliare la nostra percezione di quali siano gli elementi costitutivi dell’impresa sociale, dall’altro a dare unitarietà alle diverse scuole di pensiero riportandole sotto un unico ombrello concettuale.

AB: Come è nata questa metafora sull’impresa sociale, ovvero l’idea di rappresentare le imprese sociali come “specie animali”?

DY: E’ nata dall’interazione con studiosi di impresa sociale provenienti da diversi Paesi, in occasione di convegni e incontri professionali e accademici durante gli ultimi vent’anni. Negli Stati Uniti guardavamo all’impresa sociale come alla parte di attività commerciale dell’organizzazioni nonprofit, in seguito abbiamo iniziato ad approcciarci a nuove forme di organizzazioni for profit a vocazione sociale, come le low-profit limited liability corporations (società a responsabilità limitata con parziale remunerazione del profitto, le cosiddette L3Cs). In Europa, invece, c’era una certa enfasi sulle forme organizzative di tipo cooperativo, con un’attenzione particolare all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (le cosiddette Work Integration Social Enterprises o WISEs). Da un punto di vista teorico, alcuni studiosi europei come Jacques Defourny e Carlo Borzaga hanno elaborato il modello “EMES” di impresa sociale – con profitto limitato e governance democratica – mentre negli Stati Uniti abbiamo cercato di capire perché le organizzazioni nonprofit tradizionali avessero iniziato a dedicarsi ad attività profit e, d’altra parte, quale nicchia di mercato potessero ritagliarsi le imprese for profit nel campo delle organizzazioni a vocazione sociale. Dopo un po’ di tempo, alcuni di noi hanno iniziato a rendersi conto che, essendo la nozione di impresa sociale basata concettualmente sulla copresenza di attività di mercato e obiettivo sociale, vi erano in realtà molti modi – tutti legittimi – in cui questo si poteva concretizzare. E il cercare un unico modello limitava la nostra comprensione del fenomeno. La metafora dello zoo deriva proprio da questa consapevolezza.

AB: Quindi il modello dello zoo è stato una reazione ad altri paradigmi di impresa sociale?

DY: Sì e no. Il modello teorico dello zoo non respinge nessuna scuola di pensiero, anzi di fatto ne abbraccia molte. Considera le organizzazioni nonprofit come imprese sociali e si interroga sul ruolo delle entrate commerciali (ricavi) nel sostenerle. Riconosce l’importanza delle cooperative e si focalizza sugli habitat (o scenari di policy) in cui si sviluppano. Accetta che le imprese sociali possano essere guidate sia da obiettivi di mercato sia da finalità sociali, con gradi diversi, e che imprese profit possano ritagliarsi nicchie importanti nelle economie di mercato di tradizionale appannaggio delle imprese nonprofit. Allo stesso tempo si pone domande di ricerca non ancora indagate da altri modelli teorici, come ad esempio le relazioni di competizione e collaborazione che si possono sviluppare tra forme diverse di imprese sociali, e le implicazioni legate alle varie fasi del ciclo di vita delle diverse “specie” di imprese sociali. Più in generale, va a indagare i confini tra impresa sociale e i settori pubblico e di mercato (ad esempio, cosa è incluso e cosa rimane escluso dallo “social enterprise zoo”?).

AB: In sostanza, qual è il valore aggiunto del modello dello “zoo”, al di là di altre teorie e paradigmi sull’impresa sociale?

DY: Penso che il modello fornisca un framework comune per ricercatori e studiosi di diverse scuole di pensiero, che in questo modo possono collaborare con la consapevolezza che si sta parlando soltanto di diversi pezzi dello stesso puzzle (il noto esempio, in ambito epistemologico, “dell’uomo cieco che cerca di conoscere l’elefante attraverso il tatto”). Inoltre lo zoo suggerisce un’agenda di ricerca più ampia, che comprende anche domande di ricerca non sviluppate dalle teorie esistenti, così come un ventaglio di scelte più vario per i decisori pubblici che elaborano politiche a sostegno dell’impresa sociale (ad esempio, per quanto riguarda le forme giuridiche, la regolamentazione, i modelli di governance, le forme di finanziamento). Alla fine è solo un modo per divertirsi! In un certo senso la metafora dello zoo fornisce un linguaggio comune attraverso il quale ricercatori, imprenditori e policy makers possono pensare a tutte le possibili implicazioni e scenari. Dopotutto, tutti sanno che cos’è uno zoo e l’analogia tra animali e organizzazioni e tra habitat e scenari di policy è molto intuitiva. Tuttavia dovremmo anche essere in grado di comprendere le diverse sfumature di significato della metafora dello “zoo” inteso come concetto generale. Infatti, uno dei capitoli del libro tratta proprio di questo tema.

AB: Cosa rimane da definire e studiare rispetto a questa immagine delle imprese sociali come “animali di uno zoo”?

DY: Penso che il nostro lavoro e la pubblicazione che ne è scaturita sia un buon punto di partenza, ma è solo l’inizio di un programma di ricerca più vasto nonché della formulazione di proposte di policy alternative. Mi auguro sia accolto dagli studiosi e dai decisori pubblici come un avanzamento nel modo di rispondere ad alcune domande fondamentali, quali: qual è il modo migliore per finanziare le imprese sociali? Quali forme giuridiche sono più adeguate nei diversi contesti istituzionali? Quali rischi e sinergie sono legate alla competizione o alle interazioni tra le diverse specie di impresa? Quali politiche di sistema possono contribuire a far crescere in salute le diverse specie che abitano lo zoo rispettando la biodiversità, a livello locale, nazionale e internazionale?

AB: Basandosi sulla sua esperienza, quali nuove specie è probabile che facciano la loro comparsa nello zoo nell’immediato futuro? Quali, invece, potrebbero essere a “rischio di estinzione”, ovvero potrebbero scomparire nei prossimi anni?

DY: E’ una domanda difficile, che va al di là della mia conoscenza e dello stato attuale della ricerca. Al momento siamo in un periodo di sperimentazione, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, con nuove forme organizzative, come le limited liability for-profit social enterprises (imprese sociali for profit a responsabilità limitata), le benefit corporations, le cooperative sociali e partnership pubblico-privato di vario tipo, ed altro ancora. Alcune di queste nuove forme potrebbero non sopravvivere, mentre altre si adatteranno ed evolveranno. Se dovessi generalizzare, direi che le forme ibride, che mescolano in combinazioni diverse vari aspetti del for profit, nonprofit e del modello cooperativo, sono la via del futuro. Un capitolo del libro descrive inoltre il ruolo degli imprenditori sociali nel curare gli animali che vivono nello zoo; gli imprenditori sociali sono mossi dalla volontà di risolvere i problemi sociali (problem solvers), sono indifferenti rispetto al settore a cui appartengono le organizzazioni (pubblico, privato, nonprofit), in questo senso possono essere definiti degli “agnostici”. Essi sono interessati soprattutto a ciò che funziona davvero, e, all’interno dello zoo dell’impresa sociale, potranno scegliere da un vasto assortimento di configurazioni organizzative e gestionali.

AB: Grazie molte per la disponibilità e il tempo dedicatoci. Da quanto da lei affermato emerge chiaramente come la metafora dello “zoo”, potrà stimolare la ricerca e il dibattito sul ruolo e la natura delle diverse tipologie di imprese sociali a livello internazionale e potrà essere applicata ai vari modelli istituzionali dei diversi Paesi.

 

D.R. Young, E.A.M. Searing, C.V. Brewer (eds.) (2016), The Social Enterprise Zoo. Guide for Perplexed Scholars, Entrepreneurs, Philanthropists, Leaders, Investors, and Policymakers, Edward Elgar Publishing, Northampton, MA.

 

Dennis R. Young is Executive in Residence at Cleveland State University and Professor Emeritus at Georgia State University. Until 2013 he directed the Nonprofit Studies Program in the Andrew Young School and held the Bernard B. and Eugenia A. Ramsey Chair of Private Enterprise. As former President of the Association for Research on Nonprofit Organizations and Voluntary Action (ARNOVA), Professor Young received this organization’s Award for Distinguished Achievement and Leadership in Nonprofit and Voluntary Action Research in 2004. This award honors his pioneering work in nonprofit entrepreneurship and social enterprise as well as his entrepreneurship in establishing and creating nonprofit programs, centers and journals.

Andrea Bassi è professore associato in Sociologia Generale presso la Scuola di Economia, Management e Statistica dell’Università di Bologna – Sede di Forlì.