DICEMBRE 2015
 
Rendere sociali le imprese. Impatto sociale, confini dell’impresa e rete di stakeholder

Rendere sociali le imprese. Impatto sociale, confini dell’impresa e rete di stakeholder

Abstract

È possibile ampliare il concetto di impresa sociale fino a comprendere imprese for profit posizionate fuori dai confini fissati dalla definizione ex lege? La risposta a questa domanda necessita di un cambio di punti di vista: la gestione dell’eventuale surplus non può più essere una discriminante di ciò che viene inteso come impresa sociale. E’ necessario muovere l’attenzione verso i processi che invece permettono di realizzare l’impatto sociale a prescindere da ciò che accade dal lato degli eventuali profitti. Fatto ciò, è quindi importante capire quale determinante di questi processi può essere posta alla base della creazione di impatto sociale anche in presenza di soggetti che perseguano fini for profit. In particolare, l’impresa for profit dovrà essere vista nel contesto del più ampio network di stakeholder che deve essere mobilitato per raggiungere i fini sociali. La mobilitazione degli stakeholder ha il ruolo fondamentale di “far quadrare il cerchio”, cioè di permettere ad attori for profit di raggiugere fini sociali, e di poter quindi essere assimilati concettualmente all’idea di imprese sociali. Questo tuttavia non può avvenire lasciando invariate le organizzazioni che decidono di intraprendere questa strada (non ancora riconosciuta, e forse difficilmente catturabile, dalla legge). Appare evidente, infatti, come la mobilitazione degli stakeholder a fini sociali influenzi profondamente i confini dell’impresa: quando gli attori operano sulla base di valori condivisi finalizzati a raggiungere un certo impatto sociale, le imprese parte del network devono optare per comportamenti trasparenti, rendendo ulteriormente permeabili i propri confini. Per rendere evidente questo processo, andremo ad analizzare un network di organizzazioni costituito da piccole imprese manifatturiere, organizzazioni non profit e gruppi di acquisto solidale che, senza rinunciare ognuno alla propria vocazione, hanno sviluppato un modello virtuoso di produzione finalizzata sia al raggiungimento di un impatto sociale che alla sostenibilità economica delle imprese partecipanti. In questo caso vedremo che le imprese for profit possono mobilitare una rete di stakeholder a fini sociali a patto di gestire la propria filiera attraverso quella che chiameremo global openness, intesa non solo come trasparenza dei processi interni all’impresa ma anche come necessità di rendere trasparente l’intera catena del valore, ben oltre i propri confini e quelli dei propri partner diretti.


In this paper we explore the boundaries of social enterprises. First, it is possible to consider as social enterprises also companies that are not explicitly configured as social enterprises ex lege? We first discuss the concept of social enterprise, claiming we should opt for a definition that includes also for profit firms that obtain social impact mobilizing a larger network of stakeholders. Stakeholders’ engagement allows to bring together different perspectives and different interests, blending profit and non profit approaches. Second, we discuss how this mobilization impacts the boundaries of the firm, arguing that when operating on the basis of shared values (i.e., fair trade and bio products) firms must opt for transparent behaviors, blurring their boundaries even more and adopting what we call global openness. We substantiate these ideas developing a case study on a network of different organizations, among which some firms of the textile district of Novara, producing fair and bio clothes.

 

Introduzione

Il contesto italiano, che vanta circa 11 mila e ottocento cooperative sociali1 (Venturi, Zandonai, 2012), 235 mila istituzioni private non lucrative (Barbetta, Cima, Zamaro, 2003), 5 milioni di utenti del settore non profit e un volume di affari dello stesso settore di circa 10 miliardi di euro, si configura come humus ideale per la proliferazione di un istituto come l’impresa sociale, un fenomeno complesso che include una varietà di attori, sbocchi e bisogni (Borzaga, Zandonai, 2009) e che si abbevera in gran parte delle esperienze del non profit. E tuttavia la normativa dedicata2 non è stata in grado di cogliere il potenziale ancora inespresso di questo humus, dato che, secondo i dati pubblicati da Iris Network (Venturi, Zandonai, 2012), le imprese che hanno assunto la forma giuridica di impresa sociale sono una frazione molto contenuta dei soggetti che potenzialmente potrebbero aspirare ad acquisire tale denominazione: sono 365 imprese, cui è possibile aggiungere altre 400 imprese che pur non avendo ancora formalmente ricevuto la “label” di impresa sociale, hanno deciso di comprendere nella propria ragione sociale la dicitura “impresa sociale” (Borzaga,  Galera, 2009; Venturi, Zandonai, 2012), uno dei passi necessari verso la formalizzazione. La percezione è che l’impresa sociale sia un fenomeno più diffuso di quanto sia possibile comprendere sulla base della definizione dettata dalla norma. E’ quindi necessario “forzare” i confini della legge, e capire come espandere il concetto di impresa sociale al di fuori dei limiti normativi italiani. Questo perché oggi l’attività imprenditoriale, sempre più in grado di aggregare una molteplicità di attori diversi e di attivare meccanismi virtuosi proprio grazie al network di stakeholder che riesce a coinvolgere, permette di raggiungere fini sociali di ampia portata anche a prescindere dalla forma giuridica in cui si incarna3.

Uno degli elementi maggiormente utilizzati per contraddistinguere le imprese sociali è la presenza di limitazioni agli obiettivi di profitto (Masseti, 2008). Utilizzare questo come punto di vista principale, tuttavia, rischia di condurre ad una definizione molto ristretta dell’attività economica con impatto sociale positivo. E’ infatti possibile che anche imprese senza tali limitazioni, quindi propriamente for profit, possano sviluppare un impatto sociale positivo se inserite in sistemi di creazione di valore o di innovazione (Hinna, 2005) mirati a trasformare la loro capacità produttiva in sviluppo sociale (come avviene nel microcredito, ad esempio). La mobilitazione di un ampio network di stakeholder finalizzato a raggiungere obiettivi sociali è un tratto tipico delle imprese sociali (Borzaga, Zandonai, 2009). Ciò che qui si propone, dunque, non è altro che il riconoscimento del network di stakeholder come luogo in cui può essere prodotto impatto sociale, a prescindere dalla forma giuridica, dalla governance, e dalla sorte degli eventuali profitti dell’impresa che ne sia il motore.

Partendo da questa impostazione di fondo, è necessario ampliare una definizione di impresa sociale basata solo sulle caratteristiche dell’impresa, poiché tale definizione rischia di trascurare i casi in cui imprese prive dei caratteri tipici delle imprese sociali riescono tuttavia a produrre impatto sociale attraverso la mobilitazione di un più largo network di stakeholder. A nostro avviso, è necessario quindi avviare un dibattito, sia nel mondo dell’accademia che nel mondo degli operatori del settore per una concettualizzazione nuova delle imprese sociali, allargata, e maggiormente incentrata sulla rete di collaborazioni realizzate dall’impresa e sul suo impatto sociale.

Proprio in virtù dell’importanza delle relazioni esterne all’impresa, questa prospettiva impone innanzitutto di chiederci quali siano le conseguenze di questo approccio dal punto di vista dei confini dell’impresa. I confini dell’impresa discriminano tra le attività che l’impresa decide di mantenere al proprio interno e quelle che invece vengono comprate da altre parti. Secondo Williamson (Williamson, 1975) le imprese confrontano i costi associati alle transazioni necessarie per acquisire i risultati di una certa attività da altre parti con quelli associati al compiere tale attività internamente, e decidono l’allocazione ottimale delle risorse di conseguenza, determinando in tal modo i propri confini. Più recentemente, la Resource-Based View (Barney, 1991) ha adottato una prospettiva differente secondo la quale le imprese mantengono all’interno tutte quelle risorse che sono fonte di vantaggio competitivo ad alto valore aggiunto. Un recente sviluppo di questa – la Knowldege-Based View dell’impresa (Nonaka, 1991) – considera la conoscenza come la principale risorsa di cui l’impresa dovrebbe occuparsi, e riscrive le basi della teoria in accordo con le caratteristiche di tale risorsa. Le più avanzate versioni della Knowldege-Based View, come l’Open Innovation (Chesbrough, 2003) e la Network Theory (Ahuja, 2000), mettono in evidenza come la conoscenza sia in grado di moltiplicare il valore prodotto quando viene condivisa e scambiata. Di conseguenza, quando la conoscenza diventa la risorsa chiave su cui puntare, i confini dell’impresa devono diventare più permeabili favorendo partnership e collaborazioni, e intensificando flussi di informazioni in entrata e uscita verso una più ampia rete di soggetti (Mulroy, 2003), a monte e a valle dell’attività produttiva dell’impresa stessa.

Questo movimento è più ampio di quello che si può riscontrare nella letteratura sulla Open Innovation e sui Network, dove l’apertura ha un aspetto più “locale”, poiché l’impresa ha bisogno di aprire i propri processi e offrire le proprie conoscenze soprattutto ai partner diretti. Quando invece le conoscenze non sono di natura tecnica, ma legate ai significati dell’azione, alle visioni e ai simboli condivisi dai consumatori con l’intero sistema di produzione del valore (come nel mercato equosolidale e nelle produzioni bio), allora il valore stesso è identificato e riconosciuto dai consumatori solo se l’intera filiera produttiva diviene trasparente, ovvero se l’impresa applica un livello di apertura globale, che potremmo indicare con la locuzione global openness. In questo caso, tutti gli attori che operano nella filiera devono aprirsi verso tutti gli altri attori, anche quelli più lontani, per poter dimostrare ai consumatori il rispetto da parte loro della visione condivisa, a parole e nelle azioni. Se i consumatori mettono in dubbio le finalità e le azioni di un certo attore, tutta la filiera ne risente, perché essi non riconosceranno più ai prodotti o ai servizi offerti dalla filiera quel surplus di valore immateriale legato alla visione condivisa e ai significati dell’azione.

Al fine di dare una base empirica a queste idee, abbiamo sviluppato un caso studio per mostrare che:

  • anche le imprese che non sono definibili come imprese sociali ex-lege possono avere un grande impatto sociale; queste imprese sono rilevabili nel momento in cui si applichi un punto di vista più ampio ponendo attenzione all’impatto sociale che esse producono de-facto tramite il network di stakeholder che sono in grado di mobilitare;
  • in tale network, tutti gli attori, incluse le imprese, hanno bisogno di rendere permeabili i propri confini applicando quella che abbiamo chiamato global openness e quindi aprendosi a tutti gli attori della filiera, inclusi i consumatori (ad esempio, come vedremo nel caso studio, attraverso il network dei gruppi di acquisto solidale). Questo è tanto più vero quanto più importanti sono i significati dell’azione condivisi (come nel commercio equo solidale o le produzioni bio).

L’obiettivo è mostrare come sia proprio il processo di coinvolgimento degli stakeholder ad aprire gli spazi in cui il circuito del valore sociale è prodotto, a prescindere dalla forma giuridica delle imprese che vi prendono parte. Un sistema aperto e trasparente, permeato di global openness, permette ad imprese for profit di svolgere attività socialmente importanti che le caratterizzano come imprese sociali de facto. L’imprenditorialità sociale in questo modo diventa un concetto più ampio che si pone come modello virtuoso dal quale trarre spunti per rivedere modelli di business ad oggi incompleti o in forte crisi, come nel caso trattato in questo articolo. In particolare, l’imprenditoria sociale diventa tale nel momento in cui le collaborazioni tra i vari soggetti che fanno parte della rete hanno caratteristiche e forme giuridiche complementari, che quindi permettono di agire su diversi fronti contemporaneamente. E’ quanto accade per MadeInNo, il caso qui approfondito, che aggrega alcune imprese tessili del distretto di Novara, organizzazioni di commercio equosolidale, produttori di cotone biologico brasiliani e indiani e gruppi organizzati di consumatori, i cosiddetti gruppi di acquisto solidale o GAS (Brunetti, Giaretta, Rossato, 2007) al fine di creare una linea completamente eco-friendly di vestiti in cotone, sviluppati rispettando i principi del commercio equosolidale. L’idea alla base di MadeInNo è nata nel 2005 dall’incontro di FairCoop, una cooperativa attiva nel commercio equosolidale, e l’azienda GB di Bruzzese, un’impresa operante nel distretto tessile di Novara. Lo sviluppo è avvenuto nel corso del 2006 e la prima linea di prodotti ufficiale è stata presentata nel 2007, per essere poi commercializzata nel 2008. Con l’evoluzione del progetto, nel tempo sono entrati nuovi soggetti, come Justa Trama, una cooperativa di produttori brasiliani di cotone biologico, e Emme3, un’altra impresa tessile produttrice di vestiti per bambini, potenziando il network e le capacità a cui poteva attingere. In questo periodo il network di imprese ed organizzazioni che fanno parte di MadeInNo sta lavorando sulla seconda generazione di prodotti, la quale comprenderà, oltre al nucleo originario di biancheria per adulti anche biancheria per bambini.

 

Riccardo Maiolini LUISS Guido Carli, CeRIIS

Francesco Rullani LUISS Guido Carli

Pietro Versari LUISS Guido Carli