11  NOVEMBRE 2018
 
La competitività è maggiore per le imprese coesive: sogno o realtà?

La competitività è maggiore per le imprese coesive: sogno o realtà?

La grande crisi finanziaria e le conseguenti crisi dell’economia reale e sociale hanno scosso la visione neoliberista che l’impresa debba mirare al solo profitto, esaltando invece il ruolo della responsabilità sociale d’impresa (RSI). Imprese più responsabili verso gli stakeholder sono ora giudicate preziose per favorire l’inclusione sociale. Ma il tradeoff tra RSI e performance d’impresa esiste? Se favorire l’inclusione sociale danneggia i risultati d’impresa, ciò sarà insostenibile. Se invece il tradeoff non esiste, la RSI farà solo bene. A partire da dati di un’indagine Unioncamere, si indagherà quel tradeoff. In particolare, anziché considerare la propensione dell’impresa all’RSI – che spesso sfugge ad una rilevazione formale, specie nel contesto italiano di imprese medio-piccole e familiari – ci si concentrerà sul presupposto dell’RSI, ossia il grado di coesività dell’impresa. Infatti un’impresa è coesiva se ha un’alta propensione alle relazioni con gli stakeholder ed è difficile che un’impresa si preoccupi dei suoi stakeholder se non è in relazione con essi. Per inciso, quest’ultima ipotesi è validata dalle nostre regressioni. Il nostro risultato chiave sarà che il tradeoff ipotizzato non esiste: imprese più coesive – e quindi più orientate all’RSI – hanno performance in media migliori delle omologhe meno coesive. Dunque, quanto meno a partire dai nostri dati, essere coesive non comporta penalità ma, semmai, benefici: le imprese coesive non sono un sogno – qualcosa di bello, però insostenibile – ma una realtà. La coesività dà risultati win-win: rende le imprese più utili socialmente e più competitive.


The financial crisis and its consequences on the real economy and society raised questions on the neoliberal view that profit should be the unique aim of a firm, highlighting instead the role of Corporate Social Responsibility (CSR). Firms paying more attention to stakeholders now are considered important to foster social inclusion. But is there a trade-off between CSR and firm performance? If promoting social inclusion harms the firm performance, this path will be unsustainable. Otherwise, if there is no trade-off, CSR will only do good. On the basis of a Unioncamere survey, we investigate this trade-off. In particular, instead of examining the firm tendency towards CSR– which generally suffers from measurement problems, especially in the Italian context of small-medium and family-owned enterprises – we will analyze the prerequisite of CSR, namely the firm’s cohesiveness. Indeed, a firm is cohesive if it relates with its stakeholders, and it would be unthinkable that a firm pays attention to its stakeholders if it doesn’t relate with them. The hypothesis that cohesiveness favors CSR is supported by our regression results. However, our main finding is that the trade-off defined above doesn’t exist: firms that are more cohesive, and thus more CSR oriented, display better performance than non-cohesive firms. Thus, according to our results, cohesiveness does not give penalties but rather benefits: cohesive firms aren’t a dream but reality. Cohesiveness yields win-win results: it makes firms both more socially useful and more competitive.

DOI: 10.7425/IS.2017.10.04

 

Introduzione

Di fronte ad un’incertezza accresciuta dalla globalizzazione dei processi produttivi, dai mutamenti tecnologici e ambientali nonché dal disagio lasciato dalla crisi, la coesione sociale è fattore sempre più importante a sostegno dello sviluppo. Solo dieci anni fa questa considerazione non sarebbe stata condivisa dai più. Allora, prima dell’inizio della crisi finanziaria globale, dominava il Washington consensus che prescriveva a tutti i paesi di liberalizzare i mercati, la finanza e aprirsi a liberi movimenti di capitali, imponendo ai paesi in crisi austerità fiscale, privatizzazioni e liberalizzazioni del mercato. Un corollario di tale credo liberista era il focus dell’impresa sulla sola massimizzazione del profitto, da cui derivava la prescrizione di una forma societaria unica. In tale visione era scarsa l’attenzione al capitale sociale.

Nella contrapposizione Friedman vs. Freeman, aveva decisamente prevalso il primo. Infatti, il premio Nobel per l’economia Milton Friedman aveva sostenuto che la massimizzazione del profitto corrente è l’unico modo per l’impresa di conseguire obiettivi di valore sociale. Non a caso il suo famoso editoriale del New York Times Magazine del 1970 s’intitolava “La responsabilità sociale delle imprese è quella di aumentare i propri profitti”, massimizzando così il valore per gli azionisti (Friedman, 1970). Al contrario, secondo Freeman, il fondatore della Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), l’impresa non deve preoccuparsi solo dei suoi azionisti ma anche degli altri suoi stakeholder (portatori di interessi), quali dipendenti, clienti, ecc. Dunque, in tale visione, l’obiettivo dell’impresa, anziché la mera massimizzazione del valore per gli azionisti, deve essere la massimizzazione del benessere per il complesso degli stakeholder, un concetto più ampio e da molti ritenuto nobile ancorché controverso in termini di precise definizione e misura (Freeman, 1984).

Oggi molto sta cambiando, e velocemente. Lo sviluppo sostenibile è entrato a pieno regime nelle agende della maggior parte dei paesi mondiali, pur con qualche eccezione; sta crescendo la necessità di misurare il benessere economico oltre al livello della produzione dato dal Prodotto Interno Lordo (Fitoussi et al., 2009; Rinaldi, Zelli, 2014; Istat, 2016; The Economist, 2016); dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) arrivano suggerimenti di policy che segnano una svolta pressoché a centottanta gradi rispetto al Washington consensus: dal dopo crisi, l’FMI ammonisce che affidarsi agli afflussi di capitali può essere pericoloso (The Economist, 2010); più di recente raccomanda spesso di abbandonare l’austerità fiscale e, anziché solo alla crescita del PIL, pare interessarsi a una crescita inclusiva e sostenibile.

Questa svolta nell’impostazione di policy ha implicazioni assai rilevanti anche per il ruolo dell’impresa nell’economia di mercato: dalla visione riduzionista dell’impresa come unicamente dedita al profitto si sta virando verso una concezione in cui l’impresa recupera una funzione multidimensionale nel proprio contesto di riferimento (Castellani, Ferri, 2016). Del resto, un’indagine di qualche anno fa condotta da Edelmann (2012) ci consente di scoprire che l’impostazione di Milton Friedman (l’impresa deve preoccuparsi solo di fare profitti) non è condivisa dalla maggior parte della popolazione in molti paesi, specie in quelli europei quali Italia, Germania, Francia, Spagna e anche il Regno Unito.

L’attenzione cresce, dunque, verso le imprese che, anche facendo propri i codici della responsabilità sociale d’impresa, si interessano pure al benessere del complesso dei propri stakeholder, che investendo nel capitale sociale alimentano quindi la coesione sociale, in un sistema di condivisione con istituzioni e cittadini (Zamagni, 2013).

Obiettivo di questo saggio è misurare la capacità di coesione sociale dell’impresa – il suo grado di “coesività” – attraverso un’analisi sui suoi comportamenti in termini di relazionalità con gli attori economici e sociali, per poi testarne gli effetti sulle performance1. Ciò nella consapevolezza che il capitale relazionale è il presupposto di una sostanziale adesione a logiche di RSI e rappresenta un elemento o addirittura una forma specifica del capitale sociale (Migheli, 2012a). Infatti, per le imprese coesive intrattenere forti relazioni con gli attori economici e istituzionali dello sviluppo è sia premessa che risultato dell’essere coesive. In tal senso, possiamo pensare le imprese coesive come un fertilizzante naturale, un input immateriale che genera economie esterne positive e alimenta lo sviluppo economico delle altre imprese, nonché il benessere nel contesto socio-economico di riferimento.

Va osservato che studiare il fenomeno delle imprese coesive è ancor più importante oggi che in passato. Ciò per due motivi principali. In primo luogo, il contesto sociale ed economico attuale soffre il pesante lascito della lunga e profonda crisi; perciò, con fenomeni di disuguaglianza crescente e di ampliamento della popolazione in stato di povertà o semi-povertà, promuovere una crescita inclusiva acquisisce un valore ancor maggiore del passato. In secondo luogo, e non meno rilevante, occorre verificare se la capacità dell’impresa di essere “coesiva” produca effetti positivi sul capitale sociale ed il benessere dei contesti di riferimento a discapito della propria performance economica e competitività. Se così fosse, quello sviluppo inclusivo potrebbe rivelarsi non sostenibile. Se, invece, si riscontrasse che al crescere della “coesività” corrispondono performance economiche migliori (o quantomeno non peggiori), allora sì potremmo affermare che ci si trova in una situazione win-win. Cioè, una situazione in cui l’essere coesive rende quelle imprese più utili da un punto di vista sociale e, al tempo stesso, con performance di eccellenza.

Questo articolo è così strutturato: il primo paragrafo descrive il quadro teorico di riferimento sulle relazioni tra capitale sociale e relazionale rispetto allo sviluppo economico in termini sia macroeconomici che microeconomici; a seguire si illustrano la base dati di riferimento e la metodologia di misurazione del grado di “coesività” delle imprese; nel paragrafo successivo si espone il metodo di analisi e si commentano i relativi risultati; infine le conclusioni.

 

Rassegna della letteratura

La letteratura socio-economica si è interrogata a lungo sul significato di capitale sociale (es. Iannone, 2006), anche con specifico riferimento alla vita dell’azienda. Si è arrivati ad affermare che il valore dell’impresa deve essere misurato tenendo conto anche degli intangible assets, di cui il capitale sociale ne costituisce un elemento, assieme ad altri quali il capitale umano, la proprietà intellettuale, i marchi, ecc. (Migheli, 2012a). Nel momento in cui il capitale sociale viene definito come il complesso delle risorse presenti all’interno di un determinato insieme di relazioni che producono benefici a coloro che vi hanno accesso (Colemann, 1988; 1990; Putnam, 1993; Fukuyama, 2000), diventa chiaro come la relazionalità costituisca un elemento fondante del capitale sociale. Tant’è che si parla anche di capitale relazionale (Camagni, 1999; Camagni, Capello, 2002) inteso come una forma o un elemento stesso del concetto di capitale sociale (Migheli, 2011)2.

Proprio da questa consapevolezza nasce l’opportunità di riuscire a studiare la coesività delle imprese, sulla base della loro capacità di relazionarsi con gli attori economici e sociali. La letteratura economica ha approfondito i rapporti tra capitale sociale e capitale relazionale (Hitt et al., 2002) cercando di trovarne delle specificità, vedendo nel capitale relazionale i rapporti esterni all’impresa e attribuendo al capitale sociale, invece, un concetto più ampio che comprende anche le relazioni interne all’azienda.

In pratica, in qualità di asset di un’impresa, il capitale sociale viene considerato direttamente o indirettamente una vera e propria forma di capitale in senso economico, cioè un fattore dello sviluppo a livello tanto micro quanto macro (Helliwell, Putnam, 1995; Knack, Keefer, 1997; Benabou, Tirole, 2006; Guiso et al., 2014). È così che il capitale sociale, o più specificatamente il capitale relazionale, arriva ad assumere i connotati di un vero e proprio fattore di produzione (à la Solow), perché riproducibile e generatore di benefici per i suoi detentori (Migheli, 2012a).

La letteratura ha molto approfondito il ruolo del capitale sociale come fattore che promuove l’innovazione e lo sviluppo inclusivo. Uno studio particolarmente utile è quello di Westlund e Adam (2010): gli autori svolgono una rassegna approfondita su 65 lavori che hanno studiato l’impatto del capitale sociale – definito in vari modi – sulla performance delle imprese e in termini di crescita economica3. La Tabella 1, da noi adattata, sintetizza i risultati principali del loro studio; è facile vedere come vi sia una larga predominanza di risultati “positivi”: vale a dire, il capitale sociale, misurato in modi diversi e in tanti contesti e periodi differenti, esercita un impatto favorevole sulle performance d’impresa4 testate dai principali indicatori di bilancio – con effetti diretti sulla produttività dei dipendenti (Greeve et al., 2006) – e dall’innovazione (Landry et al., 2000). Senza considerare altri effetti positivi legati al fatto che le reti sociali consentono agli operatori di conoscere le informazioni del mercato riducendo così le asimmetrie informative (Fafchamps, Minten, 2001) e agevolando lo sviluppo dei propri prodotti (Kingsley, Malecki, 2004); inoltre, il rafforzamento della rete con i consumatori è un altro elemento che contribuisce a migliorare le performance (Fafchamps, Minten, 2001). Anche sul piano macroeconomico il capitale sociale conferma i suoi effetti positivi sulla crescita produttiva misurata, prevalentemente, con il PIL pro capite.

Un’esperienza italiana di analisi sugli effetti del capitale relazionale sulla performance economica dell’impresa (in termine di conseguimento di un utile) è offerta da Migheli (2012a) sulla base di un’indagine su un campione di imprese piemontesi: in tale studio il capitale relazionale è misurato dai rapporti dell’impresa con il territorio, che è rappresentato principalmente da clienti, fornitori, istituzioni locali (enti territoriali, università, centri di ricerca, ecc.) e partner di altra natura5. I risultati evidenziano un effetto significativamente positivo sulla probabilità di conseguire un utile esercitato dalle relazioni con gli enti pubblici territoriali e dai legami stabili con fornitori e partner.

Quindi, alla luce di quanto finora descritto, si rivela importante studiare il fenomeno delle imprese coesive, cioè di quelle imprese che investono nel capitale relazionale rispetto ai propri stakeholder.

Da ultimo, un altro aspetto degno di nota è il fatto che si ritiene molto più affidabile considerare la coesività dell’impresa rispetto alla sua RSI quando si ha a che fare con imprese medio-piccole. Infatti, anche quando in effetti si impegnano al riguardo, le medio-piccole non sempre fanno un reporting formale della propria condotta RSI (Murillo, Lozano, 2006; Mousiolis et al., 2015; Baumann-Pauly et al., 2013; Jansson et al., 2017). Siccome la coesività appare un presupposto della RSI, verificheremo, in ogni caso, anche che una maggior coesività dell’impresa implichi una maggiore attenzione agli stakeholder.

rinaldi1rinaldi1_brinaldi1_cTabella 1. Sintesi dell’impatto del capitale sociale (C.S.) in un ampio insieme di studi | Fonte: nostro adattamento da Westlund e Adam (2010)

 

Descrizione dei dati e del metodo di classificazione delle imprese coesive

 

Database

Le analisi sono state eseguite sui risultati di un’indagine Unioncamere svolta nel 2015 su un campione di 1.300 imprese manifatturiere appartenenti ai settori manifatturieri delle 3A (Alimentare, Abbigliamento, Arredamento) e della meccanica, aventi un numero di addetti compreso tra le 20 e le 499 unità. Il campione è statisticamente significativo e rappresentativo dell’universo formato da 22mila imprese. Il questionario della rilevazione affronta i seguenti temi: caratteristiche strutturali6 (numero di addetti, governance, appartenenza ad un gruppo, ecc.); andamenti congiunturali (fatturato, export, occupazione, ecc.); competitività (strategie aziendali, innovazione ecc.); strategie di localizzazione (sia produttiva che commerciale); rapporti di filiera e relazionalità (rapporti con i subfornitori e altre imprese, con le istituzioni, con i clienti, con i centri di ricerca e le Università).

 

Misurazione del grado di “coesività” delle imprese

Considerando la multidimensionalità dei concetti di capitale sociale e di coesione, resta aperta la questione di come identificare una definizione operativa di impresa coesiva. Questo è un passaggio necessario per poter svolgere le analisi tese ad appurare se la caratteristica di essere coesiva fornisce all’impresa, in effetti, un plus anche in termini di performance. Più che procedere ad una bipartizione tra “impresa coesiva” e “impresa non coesiva”, si è ritenuto opportuno misurare il grado di “coesività” dell’impresa per cogliere in maniera più ampia e precisa il fenomeno, evitando di procedere ad una ripartizione dicotomica che spesso incorpora una buona dose di soggettività nello stabilire il metodo di suddivisione tra le due modalità.

Il processo di misurazione si è sviluppato secondo una serie di passaggi. Rifacendosi alla teoria del capitale relazionale e alle sue interconnessioni con il capitale sociale, il primo step è stato l’individuazione degli attori economici e sociali oggetto della relazionalità da parte dell’impresa, considerando che le reti possono essere sia interne che esterne (Migheli 2012a). Per quanto riguarda le reti interne, sono state analizzate le relazioni con i lavoratori, tenendo conto: da un lato, che una delle funzioni di tali reti è il trasferimento di conoscenza tra i lavoratori (Teachman et al., 1997; Healy, 2001); e, dall’altro, che l’attenzione alla qualità dei rapporti di lavoro è un tratto caratteristico della coesività, che significa anche lealtà e condivisione degli obiettivi, elementi “taciti” dello sviluppo della produttività e innovatività (Becattini, 2009). Riguardo alle reti esterne, in linea con Westlund e Nilson (2005) e Migheli (2012a), sono stati presi in considerazione i rapporti con le altre imprese e con i consumatori7. Riguardo ai primi, si è tenuto conto delle collaborazioni formali e partnership con altre imprese in tema non solo di subfornitura ma anche di innovazione, logistica e distribuzione, R&S e iniziative di ricerca applicata includendo in questo caso anche le Università e i centri di ricerca; riguardo alle seconde (rapporti con i consumatori), si è ricorsi ai canali legati alla digitalizzazione (social network, e-marketing, ecc.).

Inoltre, sono stati considerati anche altri attori presenti nel territorio con i quali l’impresa può instaurare rapporti. Si tratta di istituzioni rappresentate dagli enti locali e dalle associazioni di categoria (Westlund, Nilson, 2005; Migheli 2012a) da un lato, e dal sistema bancario, dall’altro; quest’ultimo costituisce, soprattutto nel caso italiano, un importante motore della coesione territoriale pensando al tessuto imprenditoriale formato da piccole imprese e spesso a gestione familiare (Ferri et al., 2014; Pini, Quirino, 2016), dove la relazionalità e la fiducia di “prossimità” possono rivelarsi un requisito importante nei rapporti banca-impresa (Ferri et al., 2016).

Infine, tra i vari attori del territorio con i quali le imprese possono relazionarsi, è indispensabile tenere presente quelli attinenti al mondo del non profit, anche perché lo sviluppo e, soprattutto, la sua sostenibilità nel tempo, passa dalle interazioni del mercato con la vita civile (Bruni, 2013a; Bruni, Zamagni, 2004; 2009; 2015; Zamagni, 2007; Venturi, Zandonai, 2016), in cui la logica di mercato (scambio di equivalenti) coesiste e interagisce non solo con quella del settore del settore pubblico (redistribuzione della ricchezza) ma anche con quella del dono (beni relazionali).

Giovanni Ferri Università di Roma LUMSA

Marco Pini Unioncamere - Si.Camera

Alessandro Rinaldi Unioncamere - Si.Camera