10  DICEMBRE 2017
 

Commenti e confronti dai casi osservati

Dagli elementi raccolti nei tre casi, pur nei limiti di una ricognizione poco più che sintomatica, è possibile avanzare alcune considerazioni su nodi generali dell’imprenditorialità sociale innovativa dell’area torinese.

A. Oltrepassare i confini della tradizionale offerta pubblica in servizi a base universalistica - come nel caso del Poliambulatorio PoliS - offre un contributo “rafforzativo” e supportivo ad welfare socio-sanitario in crescenti difficoltà.

B. Arricchire le prestazioni socio-assistenziali di aiuto e tutela con processi di empowerment dà contenuto a nuove filiere di intervento ed incoraggia lo sviluppo di metodiche per “progetti a rete” tra diversi soggetti, in campi quali housing sociale, sostegno alla domiciliarità contro la non autosufficienza, servizi per la prima infanzia e le famiglie, risorse educative per l’adolescenza ecc. (Rei, Motta, 2011).

C. La necessità di fronteggiare i problemi sociali emergenti - precarietà del lavoro, difficoltà economiche delle famiglie, disagio e fragilità delle giovani generazioni - conferisce rilievo al tentativo, come nel caso del Polo produttivo carcere, di congiungere la risposta al problema dell’emarginazione con il pre-inserimento ed il recupero “in uscita”, anche se le condizioni di agibilità e supporto nel contesto si vanno contraendo.

D. L’attesa che modelli puramente erogativi abbiano una valenza promozionale diretta di sviluppo sociale e territoriale e valgano ad integrare una pluralità di attori e risorse, non sembra sufficiente a tessere il filo sottile di un “lavoro di comunità” che determini innovazioni nella qualità sociale e di vita, agendo per la inter-settorialità degli interventi e l’ibridazione delle risorse. Diversa appare la collocazione della cooperazione sociale in contesti locali dove essa è attesa a svolgere un ruolo di attivazione-avviamento entro un ambiente incerto (pur nel quadro di una solida Fondazione di Comunità, come a Mirafiori) ed in contesti dove un tessuto sociale preesistente, già fortemente identificato, agisce a supporto dei suoi servizi e interventi. Ad esempio l’attività delle cooperative sociali nelle valli che gravitano su Torino (si vedano i dati di Bilancio Sociale riferiti al 2010 per le Valli di Susa, Pellice e Chisone) conferma l’impatto positivo che elementi culturali e organizzativi endogeni (quali la Diaconia valdese e le parrocchie) hanno nella produzione di servizi, sia residenziali che territoriali, svolti dalle cooperative A per i residenti27. Da ciò trae indiretta conferma la rilevanza di un associazionismo di luogo, che offre risorse di dinamizzazione e mobilitazione di risorse in aree territoriali dove gli spazi di aggregazione sociale sono assenti o latenti28 (Trigilia, 1995).

Si giustifica l’ipotesi che una “terza” dimensione della sussidiarietà aggiunga alle due canoniche - verticale ed orizzontale - il riferimento ad una comunità di vita insediata sul territorio (Donati, Colozzi, 2005; Borzaga, Zandonai, 2009). Una sussidiarietà “territoriale” ben intesa evita che la sussidiarietà verticale sia ristretta nella logica del rimpicciolimento “frattalico” di scala e di attori (quasi che piccolo sia per definizione non solo bello ma anche capace di risposta) e contrasta per altro verso la tendenza acritica ad equiparare la sussidiarietà orizzontale con la spontaneità sociale informale. Sussidiarietà territoriale autentica si ha quando riduzione della scala e gamma intrecciata dei problemi (disagio, condizione giovanile, cultura, sviluppo economico e occupazione, ambiente, housing sociale, ecc.) sono controbilanciati dall’incremento di ampiezza, intensità, progettualità degli interventi. In un gioco aperto, le cui condizioni non sono nella disponibilità totale di nessuno degli attori che entrano nella relazione, ma che nel gioco stesso fanno emergere nuove risorse e elaborano modalità efficaci di risposta.

 

Prospettive

 

Sostegno, promozione, destrutturazione

Nelle politiche di sostegno richieste-offerte dalle istituzioni pubbliche dell’area torinese all’imprenditorialità sociale, una prima modalità è consistita nella ridefinizione delle condizioni normative con la delibera regionale del 2006, che fissa nuovi criteri dei capitolati per l’affidamento esterno nei servizi alla persona da parte dei soggetti pubblici29. Una ricerca intesa a verificare la congruenza delle prassi seguite dagli Enti gestori con la delibera (Marocchi, Brentisci, Cogno, 2009) ha rilevato criticità di applicazione della normativa nella direzione del cosiddetto “buon affidamento”, che consenta - almeno per tipologie di prestazioni non standardizzabili e replicabili - il superamento della logica di dipendenza fornitore-cliente, a favore di una più dinamica e interattiva assunzione di co-responsabilità.

I processi di elaborazione della prima generazione dei Piani di Zona dei servizi sociali (L.R. 1/2004, art. 13) a loro volta hanno evidenziato:

  • in generale, l’interesse dei gestori pubblici a strumentare la partecipazione ai tavoli tematici di soggetti esterni del terzo settore;
  • la tendenza a raccogliere gli apporti del terzo settore in funzione estensiva e complementare dei servizi e delle prestazioni già forniti;
  • la difficoltà di avviare una partnership congiunta che persegua impatti dinamizzatori su politiche dei servizi, culture sociali, comportamenti utenziali;
  • la speculare enfatizzazione delle riserve di professionalità da parte degli operatori interni;
  • la non sempre adeguata attitudine delle organizzazioni sociali a presentarsi come attori coesi del policy-making in elaborazione. Il ricorrente richiamo ad includere nelle prestazioni di tutela nuove tipologie di svantaggio sociale (fasce deboli in incremento su un mercato del lavoro in sempre più grave crisi, il reimpiego dei disoccupati, le risposte alle famiglie in crisi alloggiativa ecc.) parrebbe favorire un rinnovo nella strumentazione degli affidamenti, con nuovi dispositivi quali contratti di rete, di filiera, un maggior ricorso al general contracting consortile ecc.)30. Ma sulla tenuta del contracting out grava un’accresciuta rilevanza dei fattori di crisi, quali: l’impiego della disciplina di bilancio da parte delle amministrazioni regionali e locali in senso avverso al mantenimento dei livelli acquisiti di welfare pubblico, un crescente ritardo nei pagamenti da parte dei committenti pubblici delle prestazioni, un’accentuata competitività per risorse più scarse.

Nella difficoltà di affinare la lettura dei bisogni e delle nuove vulnerabilità, tornano ad imporsi per via politico-amministrativa dei modelli convenzionali di aiuto-controllo, pur in un quadro etico-politico che tende a delegittimare il tradizionale “assistenzialismo”.

 

La riflessività culturale

Mettere in circolo risorse capacitanti dell’imprenditorialità sociale richiede di fare incontrare e combinare tra loro dimensioni diverse: organizzativo-prestazionale, economico-finanziaria, politico-culturale. La significativa rilevanza di quest’ultima è ricordata da un’indagine nazionale non recente ma ancora ricca di suggestioni euristiche che ha analizzato le organizzazioni del terzo settore in Italia, secondo la cultura (identità, senso di appartenenza, valori) in cui si riconoscono, e i modi in cui tale cultura definisce competenze e capacità per realizzare attività e interventi (Donati, Colozzi, 2005). L’assunto della ricerca era l’esistenza-esigenza di una “cultura originaria del privato-sociale”, ovvero un complesso valoriale e normativo, animato da fede religiosa, spirito di dono, senso del primato della persona umana, che alimenta e rigenera motivazioni di associazionalità, e dispone alla fiducia cooperante nelle relazioni con altri31. Nell’indagine empirica, condotta su un campione di partecipanti a diverse forme organizzative (volontariato, cooperazione sociale, associazionismo di promozione sociale, fondazioni civili, associazioni famigliari) le cooperative sociali erano percepite come le organizzazioni dotate di maggiore quantità e varietà di relazioni con gli altri attori del welfare mix e del sistema sociale generale, con caratteri di attitudine imprenditoriale e tensione all’efficienza che le pongono sullo stesso versante delle Fondazioni. In più, le capacità di formare l’identità personale dei loro aderenti le facevano ritenere, insieme con le associazioni famigliari, come il contesto organizzativo maggiormente atto a sviluppare cambiamenti individuali e apprendimenti esperienziali. Un cleavage reale era segnalato nella differenza che intercorre fra “relazionalità tra persone” (e conseguente produzione dei beni relazionali) e “reticolarità della connessione inter e intra-organizzativa”, sicché la crescita di complessità dei networks interorganizzativi “attenua nel contesto delle singole organizzazioni la percezione della capacità di agire su basi relazionali” (Donati, Colozzi, 2005 - p. 279). L’incremento della reticolarità organizzativa avrebbe l’esito ambivalente di sostenere positivamente l’orientamento di tipo societario nella prestazione verso l’esterno, e di incidere negativamente sulla normatività societaria interna. Ora, se se quanto più l’interconnessione funzionale si rinforza tanto più la relazione significativa si rarefà, costruire logiche di istituzionalizzazione organizzativa, che si mantengono rispettose della qualità interpersonale delle relazioni, pone una sfida rilevante. In primis a chi - come le cooperative sociali - intende ricongiungere la componente imprenditoriale organizzativa e quella relazionale valoriale in un unico plesso coerente, che riesca a fare circolare nelle reti organizzative un codice simbolico distintivo, senza ridurlo a retorica auto giustificatrice, separata dalla realtà concreta dei funzionamenti.

 

Verso istituzioni civili?

Mantenere vitale e significativa l’esigente connessione - fra l’astratto dei principi, la funzionalità delle prestazioni ed il concreto delle relazioni - richiede processi e dispositivi di abilitazione e sostegno, che assistono le organizzazioni nel costruire coalizioni vitali e arene permanenti di aggregazione. Emerge in altri termini il bisogno di “luoghi istituzionalizzati”, che si rendano disponibili a promuovere innovazione sociale facilitando l’esercizio delle seguenti funzioni:

  • la selezione orientativa delle issues, da proporre all’attenzione sociale;
  • la pianificazione-concertazione tra stakeholders;
  • il sostegno tecnico culturale e organizzativo ai programmi che realizzano tali issues;
  • l’attuazione di “progetti dimostrativi”, che hanno effetto diffusivo dei risultati di attività sociali meritorie;
  • la costruzione e la realizzazione di progetti in partenariato, che hanno la conseguenza di incrementare il capitale sociale disponibile;
  • la messa a disposizione di risorse e competenze per l’attuazione di programmi che attirano ulteriori risorse e competenze;
  • lo svolgimento di funzioni di leadership nell’ambito di programmi concertati32.

Le “istituzioni civili” esercitano tali funzioni strategiche di indirizzamento e sostegno verso attori, che, diversi per livelli di strutturazione e formalizzazione organizzativa, convergono in coalizioni di programma e di prestazione. Nuclei embrionali di istituzioni civili, presenti all’interno dei casi e dei processi analizzati, sono:

  • le coalizioni per i Patti territoriali e le altre Organizzazioni territoriali temporanee;
  • le coalizioni che sulla base di intese programmatiche fra attori - pubblici mercantili e di terzo settore - elaborano e realizzano i piani del welfare territoriale;
  • i consorzi e le reti di collegamento delle imprese sociali;
  • i centri di servizio al volontariato;
  • le Fondazioni di comunità, e i dispositivi da esse indotti e promossi.

Le istituzioni civili assolvono al loro compito, se mantengono connessioni impegnative fra i diversi attori, grazie all’autorevolezza loro assentita dagli attori coinvolti nella loro azione. Se tendono a incardinare le dinamiche della spontaneità sociale entro strutture stabili. Se producono e rigenerano la fiducia, come bene riflessivo, agito, mantenuto e ampliato sulla base di processi relazionali. Se sono disponibili a promuovere ed accompagnare lo sviluppo di una innovazione esigente, senza coartare la libertà delle iniziative e delle scelte. Se sono capaci di interagire nella produzione di beni di interesse comune ed apprendere evolutivamente dai rapporti con i soggetti sociali, rigenerando qualità sociale e concorrendo a rispondere all’esigenza che Jean Louis Laville ha felicemente definito “démocratiser l’économie par l’engagement citoyen” (Donolo, 2011; Baroni, Rivolta, 2011)33. Tali possono aspirare ad essere le stesse Fondazioni di origine bancaria, se nel loro Esodo fra l’Egitto finanziario e la Terra promessa del civile sanno fare buon uso di risorse, visioni e competenze di progettazione e realizzazione, al riparo da esigenze spurie di visibilità, distribuzione e marketing politico.

 

Note

1. Analoga funzione viene attribuita, col termine “effetto dimostrativo”, a quelle iniziative di Fondazioni civili e di comunità, che favoriscono la realizzazione di “prototipi” sperimentali, e ne permettono la continuità e l’espansione.

2. Stefano Zamagni (Avallone, Randazzo, 2010) sottolinea che nell’impresa sociale si ritrovano tutte le tre principali caratteristiche dell’imprenditorialità intesa in senso strettamente economico: propensione al rischio, capacità di innovare, ars combinatoria delle risorse; tuttavia utilizzate in un modo distinto dal modo capitalistico di fare impresa.

3. Sulla posizione “ponte” occupata dalle Fondazioni verso altri attori del terzo settore (Fazzi e Longhi in Borzaga, Zandonai, 2009 - p. 125); sulle Fondazioni in generale (Moreschi e Zamaro in Borzaga, Zandonai, 2009 - p. 73 - stimano che il passaggio a impresa sociale interesserebbe il 45% delle Fondazioni civili italiane); sulla distinzione delle Fondazioni per origine/destinazione in Fondazioni di comunità, di famiglia e di impresa (Assifero, 2010 - p. 6).

4. E’ tale ibridazione che, in situazioni di crisi dell’occupazione e del lavoro, le abilita a proporsi come boa di salvataggio e recupero, per potenzialità umane e lavorative altrimenti destinate a disperdersi (Borzaga, Fazzi, 2011 - p. 101).

5. Molto condivisibile per il sociologo l’osservazione che nella cooperazione sociale “la capacità costitutiva sotto il profilo sociologico precede e si antepone alla sistemazione giuridica”.

6. “Con il termine imprese sociali vengono spesso individuate (n.d.r.: in modo prioritario) le cooperative sociali, sebbene la normativa in materia di imprese sociali (D.Lgs.155/2006) consenta di ricondurre a questa nuova categoria giuridica tanto la generalità delle organizzazioni non profit, quanto le imprese in forma societaria” (Retecamere, 2008).

7. Per lo stesso periodo, l’Istat censiva in Italia 7.363 cooperative sociali, con 244.000 addetti retribuiti, 30.000 lavoratori svantaggiati e 34.000 volontari, 60% di entrate da fonte pubblica, registrando anche una tendenza alla crescita di utenti “senza specifici disagi” e “non welfare”.

8. Soltanto 32, su un totale di 508 in Italia, erano le imprese sociali da L.118/05 registrate come tali al 04/08/2009 per le due regioni Piemonte e Valle d’Aosta (Mauriello e Sodini in Borzaga, Zandonai, 2009 - p. 42).

9. Nel rendiconto regionale 2005, su una spesa complessiva per l’assistenza domiciliare pari a 38,2 milioni di euro, il 71% è andato a servizi “resi da terzi”; per assistenza socio educativa territoriale su una spesa di 26,6 milioni di euro, il 72% è andato a servizi resi da terzi. I terzi sono essenzialmente costituiti da cooperative sociali.

10. Tale agevolazione - notificata all’Agenzia delle Entrate dall’impresa che assume e dal DAP - vale per tutta la durata del lavoro interno e fino a 6 mesi di lavoro esterno in condizione di semilibertà. Il budget annuale di copertura nazionale previsto dalla Legge Smuraglia è stato nel 2011 di 4.648.112 euro, pari a 3.875 mensilità, ossia 323 posti agevolati. Il tetto di spesa ai benefici fiscali e contributivi per chi assume detenuti introduce così un severo limite alla espansione di tale possibilità; la mancata previsione di rifinanziamento per il 2012 pone le aziende presenti in carcere nell’alternativa di dover rinunciare agli sgravi o chiudere i rapporti di lavoro esistenti.

11. Il lavoro ministeriale - nelle funzioni definite “scopino, spesino, porta vitto, gabelliere” - in passato era arrivato a generare piccole “mercedi” individuali fino a 450 euro; oggi si attesta a livelli medi inferiori alla metà. “In Italia le buste paga di 30 euro stanno diventando la norma” (Il Sole 24 Ore del 28 aprile 2012, Stasio, Carceri, detenuti sempre più ‘disoccupati’).

12. La cooperativa sociale Ecosol era stata costituita nel 1995 per una tutt’affatto diversa attività di ingegneria ambientale e gestione aree verdi, che tuttora svolge, principalmente a beneficio di enti locali montani.

13. Eta Beta (originata da detenuti) e Ecosol vantano la maggiore differenza cronologica fra data di costituzione e primo insediamento in carcere (rispettivamente 15 e 10 anni). Uno di Due è la denominazione assunta nel 2010 dalla incorporazione di Orto dei Ragazzi in Papili Factory (attività di sartoria femminile).

14. A Torino il rapporto fra “addetti ai lavori ministeriali” e “dipendenti da cooperative” in carcere è salito, dal 2009 al 2010, da 3,37 a 3,44; in Italia (su un totale di lavoranti in carcere di 13.961 unità) il rapporto al 31 dicembre 2011 era di 5,2 (dati Antigone, riportati ne Il Sole 24 Ore del 28 aprile 2012, Stasio, Carceri, detenuti sempre più ‘disoccupati’).

15. “Il marchio Welfare Italia sembra avere introdotto la propria visione nella strutturazione di una rete di cooperative e imprese sociali impegnate nel settore della sanità leggera - poliambulatori e studi odontoiatrici - attraverso i quali si danno servizi a prezzi calmierati a un target di cittadini a reddito medio basso” (Fazzi e Longhi in Borzaga, Zandonai, 2009 - p. 136. Si veda anche il commento del Presidente di CGM apparso su Avvenire del 30 marzo 2012).

16. Animato dalla figura di Fratel Celestino Zanoni, della Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane.

17. Il quadro dettagliato delle attività del Gruppo Arco al 2010 si desume dal Bilancio Sociale approvato dall’Assemblea dei Soci del 19 aprile 2011. Le aree operative del gruppo sono l’area dipendenze, l’area sociale e socio-assistenziale, l’area sanità (Bilancio sociale, p. 13). Fra gli stakeholders figurano tre soggetti cooperativi presenti anche nel Polo produttivo carcere. Merita segnalare che la presidente del CDA, coordinatore generale del gruppo e responsabile dell’area sanità, ha assunto nel 2011 l’incarico di Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Torino.

18. Esserci. Presentazione e curriculum vitae, 2011. Nell’ambito dei servizi per il lavoro, ha contribuito intensamente alla costituzione ed allo sviluppo dell’area politiche attive del lavoro del consorzio Kairòs di cui è socia fondatrice. Kairòs è presente anche nel Polo produttivo carcere. Ha inoltre preso parte a iniziative di sviluppo di comunità nell’ambito dei PRU-PAS di Volvera, cortili di Mirafiori, Parco Rignon e Urban 2 di Torino.

19. Per la cooperazione sociale “la dipendenza dalle risorse pubbliche (di welfare) è reale, ma non è detto che sia di per sé negativa, totale e irreversibile” (Borzaga in Borzaga, Zandonai, 2009 - p. 28).

20. In entrambi i percorsi ha operato una rosa di soggetti locali del terzo settore - tra cui due cooperative sociali, Biloba e Mirafiori, e tre associazioni, UispARCI, Arcobaleno, Città Invisibili. Sulla fase iniziale preparatoria per i PRU-PAS (Rei, 2001). Per il progetto Urban 2: Città di Torino, Ministero Lavori Pubblici, Commissione Europea Direzione Generale Politiche Regionali, Complemento di programmazione PIC Urban II Mirafiori Nord, deliberazione adottata nel febbraio 2002.

21. Nell’area torinese, le Fondazioni censite dall’Osservatorio sull’economia civile sono 191, in prevalenza operative o miste; le due maggiori, di origine bancaria, si pongono al centro di numerose attività dell’economia civile ed entrano in vario modo in tutti i tre casi analizzati.

22. L’elaborazione del Bilancio Sociale si propone come strumento di autovalutazione riflessiva per gli stakeholders, prima che strumento formale di accountability rivolto al pubblico esterno.

23. Nella Casa nel Parco alle funzioni base si aggiungono attività culturali e ricreative temporanee, estive o per circostanze specifiche (ad es. celebrazioni del centocinquantenario).

24. La Stampa dell’11 aprile 2012, E. Graziani, Il quartiere adotta l’economia a km zero.

25. La Stampa del 26 marzo 2012, M. T. Martinengo, Mirafiori Progetto Integrazione. Al “Colonnetti” i rom hanno trovato casa.

26. Dei proventi complessivi per il 2011, pari a 254.000 euro, 204.000 (80,3%) erano forniti da Compagnia di San Paolo, 20.000 dal Comune di Torino.

27. Le attività svolte da cooperative B che si insediano nelle valli dall’esterno, provenendo dall’area metropolitana, si scontra con le maggiori difficoltà di risposta, in un mercato locale del lavoro povero di opportunità specifiche.

28. “Questo fenomeno può avere conseguenze più rilevanti sul terreno delle condizioni socio-culturali per promuovere uno sviluppo autonomo” (Trigilia, 1995 - p. 222). Una ricerca condotta dalla Provincia di Torino nel 2004-06 su due aree sub-metropolitane (Pianezza, Rivoli, Val Sangone, Valli di Lanzo) ha mostrato come l’attitudine al partenariato virtuoso da parte delle associazioni dipenda dal loro radicamento territoriale (“essere più radicati equivale a essere più confidenti nei propri mezzi e disponibili al dialogo”) e dalla conseguente capacità di superare con un networking adeguato le concorrenzialità dispersive fra attori che operano negli stessi ambiti di intervento e a beneficio degli stessi territori.

29. Secondo tale delibera (DGR 79 del 2006) i capitolati di gara devono garantire: l’espressione della progettualità da parte del soggetto gestore; l’esclusione dal ricorso a forme di mera intermediazione di manodopera; l’assunzione, nella determinazione del prezzo, del costo del lavoro ai sensi dei CCNL; la valutazione degli aspetti qualitativi del servizio nella fase di affidamento; il controllo del mantenimento dei medesimi durante l’esecuzione del contratto.

30. A. Durando, S. Oggero (supervisione scientifica D.Rei), Welfare locale e cooperazione sociale in provincia di Cuneo. Raccomandazioni ed impegni all’avvio della seconda generazione dei piani di zona, Centro per la cultura cooperativa, I Quaderni, n. 1, 2010. Nella panoplia dei sostegni allo start up imprenditoriale si colloca una misura regionale (DGR n.58-2965 del 29/11/11), che in attuazione del Piano Giovani 2011-13 prevede finanziamenti agevolati ed a fondo perduto per il sostegno a cooperative “incluse quelle sociali” costituite da giovani lavoratori.

31. Le risposte date dei membri delle organizzazioni tuttavia riflettevano in prevalenza (50%) una cultura detta civica, orientata alla sfera pubblica ed ai rapporti con il sistema politico-amministrativo; una consistente (40%) cultura societaria, orientata alla auto-normatività delle relazioni nel contesto associativo; una presenza minoritaria (10%) della cultura mercantile,orientata direttamente al mercato ed all’impresa. (Donati, Colozzi, 2005 - p. 284).

32. Tali attività rimandano a componenti e funzioni sistemiche quali: invenzione e progettazione di visioni del divenire desiderabile (L), individuazione di temi generali di azione e di scelte congruenti (I), sperimentazione-innovazione operativa (nelle strategie da intraprendere e nelle liste di azioni da realizzare), governance dinamica e interattiva dei processi (G), erogazione, produzione e regolazione selettiva delle prestazioni, anche attraverso dispositivi ad hoc e agenzie tecniche, professionali e miste, di servizio (A).

33. Sull’intelligenza delle istituzioni, si veda la lunga riflessione di Carlo Donolo (Donolo, 2011). Per il resoconto di un’esperienza personale e politica, che ha percorso cammini del tutto distinti da quelli della cooperazione sociale e della cittadinanza attiva, ma infine sintonici nei valori di fondo si veda (Baroni, Rivolta, 2011).

Dario Rei Università degli Studi di Torino - Osservatorio sull'economia civile Comitato imprenditorialità sociale della Camera di commercio di Torino