DICEMBRE 2016
 

Innovazione sociale e sovversione

Inghilterra e Francia: Prima Rivoluzione Industriale. L’accumulo di ricchezze in ambito agricolo (capitali e persone) e le invenzioni tecniche in ambito scientifico (dalla macchina a vapore alla fusione mediante carbon coke) fanno da volano alla trasformazione dei settori tessile e siderurgico. Questi fattori determinano un radicale cambiamento nei modi e nelle condizioni di produzione dei beni manifatturieri e in tutti i settori della vita economica e sociale:

  • la nascita delle fabbriche e la privatizzazione dei commons favoriscono un processo di urbanizzazione “periferico” totalmente deregolamentato;
  • i processi produttivi vengono standardizzati e non necessitano più di abilità artigianali ma di operai che svolgano parti di lavoro con ripetitività e fatica;
  • si potenziano le infrastrutture destinate ai trasporti, necessari per gli approvvigionamenti industriali, creando così gli strumenti che favoriscono le occasioni di mobilità delle individui;
  • la società si divide nettamente in due classi: i capitalisti proprietari delle fabbriche e i proletari lavoratori nelle stesse;
  • nascono le prime tensioni di gruppi di lavoratori verso le innovazioni tecniche, alle quali si oppongono in quanto concorrenziali alle loro specializzazioni: nasce il luddismo.

Questi stravolgimenti generano una serie di bisogni sociali nuovi inerenti salute, qualità del lavoro, luoghi di vita, relazioni sociali e potere. In ogni ambito si sviluppano delle proposte che sono di fatto innovative sul piano sociale e che cercano di porre rimedio alla “miseria degli operai, che non è parziale, ma universale; non limitata ai distretti industriali, ma estesa a quelli agricoli” (Marx, 1844). Nella maggior parte dei casi si tratta di esperienze isolate, che avranno bisogno di alcune decadi per radicarsi nella società.

In questo lasso di tempo si assiste ad una frattura evidente tra i bisogni emergenti e gli spazi e gli strumenti per soddisfarli. Ed è lì che si innesca il pensiero di alcuni filosofi, economisti, politici, imprenditori che propongono dei nuovi paradigmi di organizzazione sociale (Sargant, 1858). Sono tutti di origine alto borghese se non aristocratica; ricoprono ruoli e posizioni di alto livello nel sistema accademico, politico, produttivo, quando non hanno ruoli trasversali a più sistemi; hanno una particolare sensibilità verso i gruppi sociali che vivono in condizione di subalternità; riescono a scorgere fin da subito l’emergere di nuovi bisogni sociali; hanno una manifesta tensione verso la costruzione di un nuovo sistema di relazioni sociali e per farlo sono pronti a “sovvertire” i modelli esistenti. Sono portatori di alcune di quelle abilità che Fazzi e Fontana1 chiamano “meta-competenze”: hanno la capacità di immaginare modi nuovi di organizzare la società, hanno competenze civiche, sanno interpretare i fenomeni sociali prima o mentre si inverano, sanno promuovere appartenenze. Sfruttano queste meta-competenze per sviluppare, con intenzionalità, la proposta di un nuovo modello sociale. Sono intenzionalmente sovversivi:


Social innovation is everywhere more or less allied with, and impelled by, the political and religious revolution which fills the civilised world; while the revolution in science has helped to excite the spirit of change in every sphere, little as Utopianism is akin to science
(Smith, 1883).

La risposta che viene invece avanzata e praticata sul piano politico è di altra natura. Nasce dall’esigenza di far fronte al processo di sradicamento, impoverimento, perdita di autonomia e di capacità di sussistenza delle famiglie contadine espulse dalle campagne e alla necessità di integrarle, urbanizzarle, renderle disponibili al lavoro di fabbrica come forza lavoro. Si traduce in innovazioni sociali che sono da una parte concessioni necessarie per riconoscere il diritto alla sopravvivenza in assenza di mezzi propri di produzione alimentare e dall’altra uno strumento di integrazione dei nulla-tenti (ex commoners) nella nuova organizzazione sociale, al servizio della macchina tecno-industriale delle nazioni moderne. È chiarificatore l’esempio del Cancelliere tedesco Bismarck che per frenare l’ascesa socialista ricorse alla duplice arma della repressione delle avanguardie politiche e della concessione di riforme sociali sul fronte delle pensioni e delle assicurazioni contro le malattie e gli infortuni.

 

Una nuova (altra?) idea di social innovation: 1900-1960

Il discorso sulla social innovation non si esaurisce in quella prima fase “sovversiva” (1800-1880). È alla fine dell’800 e per tutto il ‘900 che il termine entra fortemente nelle teorie sociologiche, associato all’evoluzione tecnologia e al cambiamento sociale.

La Seconda Rivoluzione Industriale, con le veloci e profonde trasformazioni tecnologiche che la caratterizzano, produce un ulteriore e radicale impatto sui sistemi di organizzazione della produzione e della società: l’aumento della velocità delle trasformazioni, la rivoluzione nel sistema dei trasporti, i progressi nella medicina, l’ampliamento del sistema di comunicazione, il mutamento del rapporto tra agricoltura e industria, l’accelerazione dell’esodo dalle campagne verso le città e soprattutto le fabbriche, le trasmigrazioni continentali. Questi fenomeni generano una rivoluzione nel rapporto dell’uomo con il tempo (velocità) e lo spazio (distanza) che impattano fortemente sul sistema sociale (relazione). Inoltre la concentrazione dei capitali e della produzione (dal lato del capitale) e il pauperismo (dal lato del lavoro) sono i due fenomeni che emergono con maggiore evidenza: l’imprenditore indipendente e fortemente individualista della Prima Rivoluzione Industriale viene sostituito dalle grandi società per azioni e dai trusts tra queste; dall’altro lato, la povertà dilaga tra le classi operaie e contadine. Non si tratta solo di povertà economica, ma anche culturale e ambientale.

In questo contesto emerge un’attenzione sempre più forte al tema del cambiamento sociale e al suo rapporto con il cambiamento tecnologico.

 

La social innovation come fattore di cambiamento sociale

E’ il sociologo americano Lester F. Ward (Ward, 1903) ad introdurre il concetto di social innovation per elaborare una teoria sul cambiamento sociale di cui “l’innovazione”, appunto, è uno dei tre principi assieme alla “differenza di potenziale” e alla “volizione”. In Ward la social innovation è simile alla varianza in biologia e come questa “combina e ricombina in una serie senza fine di forme diverse”. Egli afferma che nel sociale, come nelle strutture organiche, la tendenza è quella di conservare e riprodurre, copiare e ripetere, crescere e moltiplicarsi, mantenendo sempre le stesse strutture. Ma nella società, come negli organismi, vi è un surplus di energia che deve essere rielaborato. Questo surplus, però, non è diffuso; si tratta di un prodotto eccezionale. In linea teorica tutta l’energia sociale, se equamente distribuita, potrebbe lasciare un piccolo surplus in ogni membro della società. Ma la realtà è differente: esistono un gran numero di individui nei quali il livello di energia sociale è basso e piccoli gruppi nei quali è sovrabbondante ed è da questo surplus che scaturisce l’innovazione sociale. Ward introduce anche il concetto di “social invention” in parallelo con quello di invenzione scientifica e ne separa le sfere d’azione: come l’invenzione scientifica è il risultato di forze fisiche, così l’invenzione sociale è il risultato delle forze sociali.

Pochi anni dopo William F. Ogburn riprende questi concetti e gli inserisce in un quadro di forte relazione con la questione tecnologica. Egli sostiene che l’invenzione sociale e quella tecnologica agiscano congiuntamente per generare il cambiamento sociale (Ogburn, Gilfillan, 1933). Non può essere dato per scontato che l’invenzione tecnologica sia la fonte di tutti i cambiamenti; ci sono invenzioni sociali, come ad esempio forme responsabili di governo, catene di negozi e lingue comuni che hanno avuto grandi effetti sulle abitudini di vita. Per Ogburn molte invenzioni sociali sono solo debolmente collegate con le invenzioni tecnologiche, altre invece sembrano derivare da esse, alcune invenzioni tecnologiche favoriscono invenzioni sociali, viceversa alcune invenzioni sociali stimolano le invenzioni tecnologiche. L’invenzione sociale e quella tecnologica dunque non sono solo due fattori che influenzano il cambiamento sociale, ma si influenzano, interagiscono e si alimentano vicendevolmente in una logica interazionale non subordinata.

Questo concetto viene ulteriormente rafforzato da Peter Drucker (Drucker, 1957) per il quale esistono due ambiti principali di innovazione: l’universo creato dalla natura e quello creato dalla società umana. L’innovazione tecnologica è il frutto di una maggiore comprensione della natura e la sua canalizzazione in nuove capacità di controllo, prevenzione e produzione. La social innovation è invece il frutto di una maggior comprensione dei bisogni e delle risorse sociali e lo sviluppo di strumenti per soddisfarli. In entrambi gli ambiti l’innovazione fornisce nuove capacità, rende la tecnologia open-ended e si permette di andare al di là di riforme e rivoluzioni nella società. Per Drucker l’impatto della social innovation è simile a quello dell’innovazione tecnologica: apre le organizzazioni sociali, rende possibile il salto organizzativo verso nuovi fini sociali e lo sviluppo organizzato di strumenti e istituzioni nuove, dà la possibilità di scegliere tra diversi modi possibili di perseguire dei fini sociali e tra diversi fini da raggiungere attraverso approcci, strumenti e istituzioni date.

Questa impostazione non può che riportare a tutto il filone del pensiero socio-tecnico, che coniuga cambiamento sociale e tecnologico e che, a partire dagli anni ‘50 trova la sua massima affermazione nell’approccio STS (Socio Technical System) per lo studio delle relazioni tra le persone e tecnologie in ambienti organizzati e delle interazioni tra strutture complesse della società e comportamento umano. Siamo a quarant’anni dall’affermazione del web, a quarantacinque dalla nascita dei blog e a più di cinquanta dalla registrazione di Facebook.com ma i temi di ricerca, analisi e progettazione che oggi ci appaiono centrali, nuovi e necessari sono già pilastri fondamentali nello studio del rapporto tra cambiamento sociale e tecnologico.

 

Innovazione tecnologica e innovazione sociale. Esiste una relazione?

La forte connessione tra innovazione tecnica e innovazione sociale appare centrale negli autori ricordati, arricchita da nuove conoscenze e consapevolezze. Queste riflessioni nascono negli Stati Uniti, il luogo in cui la Seconda Rivoluzione Industriale ha trovato la sua massima affermazione. Il processo di rivoluzione iniziato nel XVIII accelera prepotentemente nel secolo successivo e trova la sua piena affermazione. L’organizzazione sociale non risponde alla stragrande maggioranza dei bisogni sociali di salute, educazione, sicurezza, socialità. Si contrappongono, idealmente e fisicamente, modelli opposti di organizzazione sociale. Fascismo, Comunismo e Liberalismo si inverano in spazi e tempi del mondo, proponendo ognuno un diverso modo di costruire le relazioni sociali e di produzione. Su questo sfondo, i protagonisti del pensiero sulla social innovation non manifestano più una tensione intenzionalmente sovversiva. Sono tecnici, ricercatori, sociologi o consulenti aziendali che, con forte determinismo, propongono una lettura dei fenomeni sociali, ognuno con strumenti di analisi a lui più consoni. Fotografano la società, ne evidenziano i trend, ne descrivono le regole di funzionamento, e così facendo rinunciano alla possibilità di immaginare, inventare, creare. Prevale il bisogno di descrivere una realtà che è protagonista del mutamento.

Non è un caso, quindi, se da questo momento in poi tutto il discorso sull’innovazione presta attenzione quasi esclusivamente all’ambito scientifico e tecnologico. Si tratta di una scelta intenzionale che fonda le sue ragioni nel bisogno crescente di semplificare una realtà sempre più complessa attraverso misurazioni, catalogazioni, rappresentazioni e valutazioni, più semplici nel campo tecnico che in quello sociale e che iniziano ad investire l’ambito del management. Questa attenzione al presente, però, permette loro di inquadrare con grande precisione la coesistenza di “social innovation” e “technology innovation” e di intuirne un’interazione non gerarchica:


We need social innovation more than we need technological innovation. The new frontiers of this post-modem world are all frontiers of innovation. Neither reform nor revolution can solve these great problems; only genuine social innovation can do the job
(Drucker, 1957).

 

La neutralità di scienza e tecnica

I tentativi di Ward di naturalizzare teorie e comportamenti sociali sono certamente discutibili. Tentano di attribuire legittimità scientifica a sistemi e ordinamenti sociali che di naturale hanno molto poco se non la tensione verso la produzione di profitto, l’accumulazione monetaria, la crescita esponenziale delle merci prodotte e consumate.

In Ogburn, però, ritroviamo la capacità di leggere l’emergere di nuovi bisogni sociali (la cura, l’istruzione, l’alloggio, ma anche la libertà di movimento, la possibilità di salire nella gerarchia sociale, ecc.) che spingono ad innovare le forme organizzative dello Stato, a creare nuove istituzioni specializzate, a sviluppare strumenti tecnologici appropriati in un tempo in cui la disponibilità di nuove energie (carbone, petrolio) e di ritrovati scientifici (medicine, fertilizzanti, ecc.) consentono grandi innovazioni nell’organizzazione delle relazioni sociali.

È in questo periodo storico, dal 1942 a tutto il dopoguerra, che si inizia ad affermare il modello di welfare contemporaneo. Il 1942 fu l’anno in cui, nel Regno Unito, la sicurezza sociale compì un decisivo passo avanti grazie al cosiddetto Rapporto Beveridge, stilato dall’economista William Beveridge, che introdusse e definì i concetti di sanità pubblica e pensione sociale per i cittadini, proposte che vennero attuate dal laburista Clement Attlee, divenuto Primo Ministro nel 1945.

In Drucker, infine, emerge - nei confronti dell’innovazione tecnologica e di quella sociale - un positivismo che la storia ha confutato: la tecnologia non è stata sempre capace di comprensione (pensiamo ad eventi come quelli del Vajont o di Fukushima) e si è dimostrata piuttosto abile a prelevare, manipolare e sfruttare gli stock e i flussi naturali (gli ecosistem service, intesi come risorse, giacimenti o discariche) per accrescere le capacità di controllo e produzione. Parimenti, la sfera del sociale non è stata sempre orientata da una valida comprensione di autentici bisogni, quanto dalla necessità di aumentare la produttività del sistema. Anche quella che Drucker chiama la “possibilità di scegliere” delle organizzazioni sociali sconta l’idea che all’interno di determinati rapporti sociali, di potere e di proprietà dei saperi ci siano le condizioni di liberà di scelta. Libertà che dal nostro punto di vista non è sempre garantita.

La debolezza di tutti e tre gli autori si riscontra nel tentativo di accreditare neutralità alla scienza e tecnica, come se queste non fossero governate, indirizzate a sviluppate entro determinati paradigmi di società: il nucleare o il solare, la motorizzazione privata o quella collettiva, il welfare state o quello di prossimità, la democrazia rappresentativa delegata o quella diretta…. e potremmo continuare a lungo. Dal nostro punto di vista, tutte queste sono tutte scelte e non eventi naturalmente prodotti.

 

La social innovation come driver naturale di crescita e sviluppo: 1995-2013

“Ogni epoca ha bisogno di un po’ di inventiva sociale. Ma ci sono motivi per ritenere che l’innovazione sociale sia particolarmente diffusa nel momento in cui le istituzioni esistenti mostrano segni di tensione e quando problemi di coesione sociale, disoccupazione, decadimento urbano e disoccupazione giovanile sembrano resistenti alla soluzioni classiche”. Parole dei giorni nostri? Potrebbero e sarebbero validissime, ma non lo sono; sono parole del 1995 (Mulgan, Landry, 1995). Raccontano di un’epoca che ha un disperato bisogno di creare, esplorare nuove soluzioni, favorire il cambiamento sociale, inventare. Nella quale però sembriamo scordare che non tutte le invenzioni sono tecnologiche: ci dimentichiamo che il XIX secolo - oltre al telefono e l’elettricità - ha inventato anche le pensioni statali e la libertà vigilata. Di conseguenza conosciamo molto sulle fonti delle innovazioni tecniche ed esistono centinaia di istituzioni e incentivi per sostenerle, ma riflettiamo molto meno sulle invenzioni sociali e su come possono essere sostenute.

Dal 1995 in poi parlare di social innovation significa soprattutto usare le parole di Geoff Mulgan e ritornare in Regno Unito a più di cento anni di distanza. Siamo nel bel mezzo della “fine della storia” (Fukuyama, 1992); crollato il muro di Berlino, la globalizzazione incoronata come nuova imperatrice, la finanziarizzazione dell’economia suo alfiere, nel pieno del primo World Wide Web, ci troviamo di fronte alla previsione di un lungo boom:


We’re facing 25 years of prosperity, freedom, and a better environment for the whole world. You got a problem with that?
(Schwartz, Leyden, 1997)

 

Dalla Cool Britannia al mondo

Il mondo della politica è forse il primo soggetto che si trova spiazzato da questa radicale e profonda trasformazione del contesto globale. Con un solo sopravvissuto al conflitto tra proposte alternative di società - il liberalismo - la sinistra politica deve ripensare sé stessa e la sua visione del mondo. Lo fa a partire dal Regno Unito dove un giovane Tony Blair è da poco divenuto capo del Labour Party e ha iniziato la corsa per diventare Primo Ministro nel 1997 creando le basi della “Cool Britannia”. E’ in questo momento che Mulgan, Landry e altri costruiscono un pezzo importante della “terza via” del Labour. Caduto da poco il Muro di Berlino e usciti dai forti conflitti sociali del thatcherismo, i Labours progettano una nuova idea di società che attualizzi le idee politiche dei movimenti progressisti del centro-sinistra, mentre nel mondo è in piena ascesa il neoliberismo della nuova destra (Lewis, Surender, 2004). Quella che cercano è un’alternativa tra le politiche economiche di stampo liberale e quelle sociali della sinistra, ispirate al socialismo (Bobbio, Cameron, 1997).

Nell’ambito della produzione e distribuzione del welfare e dei beni comuni, questo tentativo di mediazione si traduce in un’attenzione allo spazio in cui lo Stato e i privati, soprattutto nonprofit, contribuiscono alla generazione di valore sociale. Non si tratta di una proposta scontata. In pieno boom economico, il discorso sull’innovazione è totalmente concentrato sulle innovazioni tecniche, che vengono presentate come l’unica speranza di sviluppo sociale. Le innovazioni non tecniche e sociali, malgrado esistano e ampliamente, sono largamente ignorate (Gillwald cit. in: Howaldt, Schwarz, 2010). Per Mulgan e gli altri anche l’essere umano, con le sue relazioni e socialità, deve trovare posto all’interno della riflessione sullo sviluppo. Questa idea si fa strada in larga parte del mondo liberal: Obama e Barroso nel 2009, Cameron nel 2010. Da questo momento in poi il concetto di social innovation vive un’ascesa inarrestabile, favorita anche da una crisi economica che ha messo a nudo alcune debolezze del sistema neo-liberista che negli ultimi quindici anni ha determinato le scelte dei principali governi mondiali. Il termine “social innovation” comincia ad apparire in documenti ufficiali di enti governativi e organizzazioni private.

La sua affermazione in molti ambiti, dal tecnologico al sociale passando per il politico, dallo sviluppo urbano ai movimenti sociali passando per lo sviluppo delle comunità, rende la social innovation un topic particolarmente attraente per i ricercatori e le istituzioni di tutto il mondo. Il Centre for Social Innovation di Stanford, il Tilburg Social Innovation Lab olandese, il Skoll Centre for Social Entrepreneurship di Oxford, l’Ash Center for Democratic Governance and Innovation dell’Harvard Kennedy School, il Cergas Lab dell’Università Bocconi, il “Social Entrepreneurship Program” della Berkeley University, il “Programme for Sustainability Leadership” della Cambridge University, il Princeton’s Keller Center di Chicago dimostrano la grande attenzione che il mondo accademico ed universitario sta riservando al tema della social innovation. Euclid Network, Social Innovation Exchange, The Young Foundation, Australian Centre for Social Innovation, Centre for Social Innovation (Canada), Ashoka, Centre for Social Impact (Sydney), Polsky Center for Entrepreneurship and Innovation (Chicago) ed Euricse (Italy) sono alcuni dei più importanti network e fondazioni attivi a livello mondiale per supportare la ricerca e l’applicazione in materia di social innovation. In tutto il mondo, infine, sono migliaia le gare, i concorsi, i premi, le residenze, i programmi intensivi e i corsi dedicati a valorizzare esperienze concrete di innovazione sociale e a supportare gli innovatori nello sviluppo delle loro idee. Solo in Italia se ne contano decine, diversi tra loro ma accomunati dall’enfasi attribuita all’innovazione sostenibile e all’impatto sociale.

Una lettura attenta delle presentazioni e delle iniziative prodotte nell’ambito accademico ci raccontano un discorso sulla social innovation che viene portato avanti proprio dai dipartimenti di management delle più importanti università del mondo, che iniziano un lavoro sul duplice fronte dell’organizzazione aziendale, soprattutto nel nonprofit, e dell’action-research di imprese come casi studio.

 

Definizioni e processi di social innovation

Un’analisi dei progetti, delle iniziative e delle mission delle organizzazioni private attive a livello mondiale, invece, raccontano una storia di innovazioni sociali e di innovatori sociali capaci di modificare il modo con cui beni e servizi sociali vengono prodotti e scambiati. Per tutti loro la “social innovation cerca nuove risposte ai bisogni sociali attraverso l’identificazione e lo sviluppo di nuovi servizi che migliorino la qualità della vita degli individui e delle comunità; l’identificazione e lo sviluppo di nuovi processi di integrazione del mercato del lavoro, nuove competenze, nuovi lavori e nuove forme di partecipazione come elementi che possono rafforzare la posizione individuale dei lavoratori” (FORA, 2010).

Sulla stessa lunghezza d’onda l’European Policy Centre definisce l’innovazione sostenibile in ambito tecnologico, economico, sociale e politico come asse di sviluppo della strategia Europa 2020. In particolare si riferisce all’innovazione sociale come insieme di “nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che incontrano i bisogni sociali in modo diverso da quello esistente e, allo stesso tempo, creano nuove relazioni sociali e collaborazioni”. Definizione che riprende e approfondisce quanto proposto da Mulgan (Mulgan, 2006) nello sviluppo concettuale di quella che diverrà poi la base teorica della Big Society inglese di Cameron.

In questi anni la letteratura sull’argomento si concentra sulle definizioni di social innovation, rimarcando come non ne esista una condivisa e anzi si riscontri un uso del termine per indicare al contempo il cambiamento istituzionale, il fine sociale, il bene comune (Pol, Ville, 2009), un modello organizzativo, gli imprenditori sociali, nuovi prodotti e servizi, un modello di governance, empowerment e capacitazione (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012). Un altro asse di ricerca investe l’analisi dei processi attraverso cui la social innovation si manifesta (Mulgan, 2006), descrivendo una spirale di imbeccata, proposte, prototipazione, sostegno, dimensionamento e diffusione, cambiamento del sistema (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012) ed analizzando centinaia di esempi di innovazione sociale prodotti nel mondo contemporaneo (Murray, Caulier-Grice, Mulgan, 2010). Rimangono prevalenti le riflessioni del mondo anglosassone (inglese, americana, australiana) e solo residualmente italiane e spagnole. Tutti territori in cui un mondo liberal e socialmente responsabile ha trovato spazi e occasioni di governo.

Si osserva un uso plurimo del termine social innovation. Dalla review condotta Caulier-Grice e colleghi (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012) emerge come il termine sia usato per descrivere:

  • il cambiamento sociale e il ruolo della società civile;
  • l’attenzione (nuova nel nonprofit) al management;
  • l’enfasi attribuita al mondo degli imprenditori;
  • l’implementazione di nuovi artefatti che soddisfano i bisogni sociali;
  • l’interazione tra i diversi attori del contesto sociale.

La social innovation diventa così un termine ombrello onnicomprensivo che secondo Euricse (Euricse 2011) “intercetta contemporaneamente le soluzioni di welfare, l’empowerment dei cittadini e l’uso sociale delle innovazioni” (tecnologiche).

Maurizio Busacca Università Ca' Foscari di Venezia