DICEMBRE 2016
 

Le caratteristiche della social innovation secondo la scuola britannica

Dalla lettura di questo insieme di produzioni, sulle quali ci soffermiao ulteriormente dato il proliferare di documenti, siti web e ricerche che le presentano, emergono almeno cinque caratteristiche di social innovation, le prime due strutturali.

 

A-storicità

E’ palese l’astoricità con cui il concetto di social innovation viene trattato. Non ritorniamo qui sul come e quanto gli autori contemporanei abbiano reso astorico il concetto. Un intervento di Carlo Borzaga su Vita (14 gennaio 2011, “Il modello italiano che fa invidia a Cameron”) conferma ques’analisi: “due le ragioni positive per approcciare almeno con sano realismo le proposte d’Oltremanica: la prima perché l’Italia ha già sviluppato, assai prima degli Inglesi, proprie forme di imprenditorialità sociale ampiamente studiate da economisti e sociologi di quei Paesi, e la seconda perché ha fatto di queste nuove forme imprenditoriali un soggetto non semplicemente sostitutivo dell’intervento pubblico, come nella proposta di Cameron, ma nella maggior parte dei casi aggiuntivo”. L’astoricità dell’elaborazione anglosassone, quindi, non è solo verticale ma anche orizzontale; non riguarda solo la storia ma anche i territori. Ancora più rilevante l’implicazione che questo atteggiamento genera: se il significato è del tutto ancorato al presente, allora ha come orizzonte di senso obbligato il paradigma del capitalismo liberale, unica proposta di società sopravvissuta ai contrasti novecenteschi.

 

A-criticità

Quello che appare altrettanto evidente è un uso acritico della definizione. Come ci fanno notare Segercrantz e Seeck (Segercrantz, Seeck, 2013) “la ricerca nel campo dell’innovazione è aumentata in modo significativo, in particolare nel corso degli ultimi due decenni (Fagerberg, 2006), mentre pochissima attenzione è stata dedicata ai suoi effetti negativi o indesiderati (Rogers, 1983; Sveiby, Gripenberg, Segercrantz, 2012)”. I principali studi presentano l’innovazione in termini positivi e la cosiddetta “polarizzazione pro-innovazione” ha contribuito ad una negligenza sull’analisi degli effetti indesiderati dell’innovazione (Sveiby, Gripenberg, Segercrantz, 2012). Essa non è analizzata in se stessa ma in quanto soluzione. Anche sul fronte della social innovation ritroviamo lo stesso atteggiamento, solo con alcuni anni di ritardo (Segercrantz, Seeck 2013). L’innovazione (sociale) in quanto tale sembra essere per sua stessa natura positiva. Non se analizzano mai eventuali impatti negativi. L’innovazione alla base della nostra società è sorretta da un’ideologia precisa che è la stessa che regge l’intero framework economico-politico. Il discorso politico attuale è concentrato su un’idea di crescita e lavoro, e la crescita, in generale, è misurata rispetto al PIL, a cui si chiede di crescere ogni anno con una certa velocità. L’innovazione interviene a garanzia di questa crescita ed è quindi pilastro della società. Anche i tentativi di Pol e Ville (Pol, Ville, 2009) di introdurre una definizione che incorpori il “miglioramento della qualità o della quantità della vita umana” pone degli evidenti limiti di inquadramento. Ancora oggi, malgrado i proclami della gran parte delle istituzioni che veicolano il concetto di social innovation, siamo estremamente deboli di fronte ai sistemi di misurazione degli impatti delle esperienze di innovazione sociale e quindi ci chiediamo, come fa Alberto Cottica, “ha senso valutarne gli effetti in termini della società che deve essere cambiata?”. Anche in questo caso, l’implicazione è più importante della caratteristica: se l’innovazione è naturalmente positiva non ha alcun senso porsi il problema del movente e della direzione di questa.

 

Tecnocentrica

Nell’analisi sulla social innovation scompare ogni riferimento alla dimensione tecnologica, che diventa “naturalmente” un pezzo determinante del discorso grazie alla grande enfasi attribuita ai social network e agli strumenti informatici in generale. Come ci ricordano ancora una volta Caulier-Grice e colleghi (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012), alcuni definiscono la social innovation come un tipo di innovazione in senso più ampio. Hamalainen e Heiskala (Hamalainen, Heiskala, 2007) delineano cinque tipi di innovazione: tecnologica, economica, regolativa, normativa e culturale: “Le innovazioni tecnologiche sono modi nuovi e più efficienti per trasformare la realtà materiale, mentre le innovazioni economiche mettono le innovazioni tecnologiche al servizio della produzione di plusvalore. Nel loro insieme queste due tipologie di innovazione costituiscono la sfera delle innovazioni tecno-economiche [...] Le innovazioni regolative trasformano le norme esplicite e/o i modi con cui vengono sanzionate. Le innovazioni normative sfidano i valori affermati e/o il modo in cui i valori vengono tradotti in norme sociali legittime. Infine, le innovazioni culturali sfidano i modi affermati per interpretare la realtà, trasformando paradigmi mentali, cornici cognitive e abitudini interpretative. Nel loro insieme queste tre classi costituiscono la sfera delle innovazioni sociali”. La questione tecnologica non scompare perché perde rilevanza - nel campo della ricerca le differenti tipologie di innovazione restano tutte ben delineate; scompare perché è talmente costitutiva nella nostra società che ne diviene un pilastro fondamentale da cui tutto il resto consegue, entrando in relazione gerarchica con le altre forme di innovazione.

 

Focalizzata sui processi

La gran parte delle riflessioni proposte, soprattutto negli anni più recenti, si concentrano sull’analisi del processo di social innovation. È come se gli autori citati stessero sostenendo che, definite la bontà intrinseca dell’innovazione e il suo significato, non ci restasse che studiare come si propone per poter così costruire degli strumenti che ne favoriscano la diffusione e ne massimizzino gli impatti. Come sostiene in una recente intervista del 2013 Glen Mehn di Nesta “c’è bisogno di trovare nuovi strumenti in grado di affrontare le necessità di una società che cambia e questo non può avvenire senza innovare il nostro sistema economico. L’approccio sociale all’innovazione ormai non riguarda solo il nonprofit, è qualcosa di sempre più mainstream”. Questo atteggiamento produce due effetti tra loro solo parzialmente connessi: da un lato affida a piene mani la riflessione sulla social innovation all’“arte” del management, dall’altro mette in secondo piano il “movente ideale che caratterizza le organizzazioni sociali” (Zamagni, Zamagni, 2008). Insieme, questi due fenomeni radicano ancora di più la social innovation dentro il contemporaneo sistema di relazioni di stampo liberale.

 

Brand

La social innovation, inquadrata sia come fenomeno che come obiettivo, circola in un ambiente politico culturale ben individuabile e che ha naturali obiettivi di “persuasione”: il mondo liberal, inglese inizialmente, più o meno di sinistra in funzione dei territori e della genesi storica delle loro tradizionali formazioni politiche. Studiando l’interessante “Analisi dell’Innovazione Sociale sulla stampa generalista ed economica negli Stati Uniti, in Europa e in Italia” (Euricse, 2011) risulta evidente una coerenza tra le testate che trattano l’argomento e l’enfasi che allo stesso viene attribuita. Il già citato articolo di The Economist “Social innovation. Let’s hear those ideas” rintraccia i primi passi del concetto nelle modalità d’interazione fra pubblico e privato. Sul Financial Times, John Lloyd in un articolo dal titolo “A social vision for the world after socialism” (Lloyd, 2010) sostiene che “non è più possibile porsi come obiettivo il solo vantaggio personale”. La social innovation è presentata come strumento per cambiare il modello produttivo in senso sociale da El Paìs (González Laxe, 2010). Un articolo del New York Times (Swarns, 2009) enfatizza l’entusiasmo con cui il nonprofit ha accolto l’istituzione dell’Office of Social innovation and Civic Partecipation. El Mundo racconta l’attenzione a tutta la popolazione da parte del movimento spagnolo degli indignados (2011, “Más que una acampada”). Anche Six, Neesta, Ashoka, Euclid Network e The Young Fondation, con le loro fortissime interconnessioni reticolari, rappresentano quel mondo dell’impresa sociale che, in un’ottica liberal, ha accettato la sfida del mercato proponendosi come fornitore di servizi e beni ad alto contenuto valoriale. La limitatezza del circuito promotore del concetto di social innovation, però, non ha impedito la sua rapida diffusione attraverso reti sociali e policy makers molto influenti che sono riusciti a costruire attorno al concetto un brand potente.

 

Una diversa definizione di social innovation... se serve

Dopo questo lungo viaggio nella storia, abbiamo recuperato un set di strumenti culturali e conoscitivi che ci permettono di affrontare un’analisi critica del concetto di social innovation e di leggere luci ed ombre nelle sue modalità di diffusione. Le luci sono molte:

  • Ha l’incontestabile merito di aver riportato la dimensione del sociale nel discorso pubblico più diffuso e così facendo ha rimesso i bisogni sociali collettivi in una posizione privilegiata nel paradigma di sviluppo.
  • È riuscita a connettere e orientare in un unico spazio culturale e valoriale il mondo accademico, quello dell’impresa e quello delle istituzioni, diventando il veicolo condiviso di importanti istituti di governance.
  • Nell’arco di pochissimi anni ha avuto la forza di sostenere la nascita di infrastrutture materiali e immateriali al servizio delle organizzazioni sociali ad alto tasso di innovazione sociale.
  • Ha ricostruito un patrimonio di esperienze, personalità e saperi che possono orientare con forza la produzione di beni e servizi ad elevato contenuto sociale.
  • Ha valorizzato l’importanza, l’efficacia e l’efficienza di strategie, tecniche e processi capaci di garantire il soddisfacimento di bisogni sociali emergenti.

Anche a fronte di una dura critica, queste qualità e potenzialità non possono essere banalizzate o trascurate: affermano l’innegabile capacità di proporre un’idea di società con tratti e peculiarità certamente diverse da quelle imperanti nel modello neo-liberista, portando alla ribalta un’idea diversa di sviluppo.

Saltano però agli occhi alcune ombre. La questione, infatti, è legata a quali idee il termine social innovation abbia portato in evidenza: un “capitalismo dal volto umano”, una critica al liberalismo, all’economicismo dilagante, alla mercificazione della nostra esistenza, in nome della riscoperta dei luoghi del nostro vivere quotidiano e della necessità di spostare l’accento dallo sviluppo generico allo sviluppo locale e ai suoi attori (Becattini, 2004).

Su questo fronte è rilevante l’ultimo libro di Mulgan The Locust and the Bee. Predators and Creators in Capitalism’s Future (Mulgan, 2013). Per l’autore il capitalismo è un “vasto sistema in moto perpetuo che spinge e tira”, che trae la sua forza dalla capacità di adattarsi, colonizzare e rigenerare. Racconta un mondo in cui le cavallette predatori rapaci devono cedere il passo alle api operose e creatrici, simbolo del lato migliore del capitalismo.2 Il messaggio di Mulgan è che il capitalismo deve e può essere civilizzato perché gli obiettivi della società non si valutano solo in moneta, ma per la loro capacità di sostenere vite piene, ricche di relazioni, di appagamento e di affetti. Secondo l’autore questo non è soltanto idealismo: “Assistiamo al nascere di un’economia fondata più sulle relazioni che sui beni di scambio, sul fare più che sull’avere, sul mantenere più che sul produrre” (si veda anche : Lloyd, 2013). E qui rintracciamo quella mediazione che il Labour inglese aveva iniziato a cercare nel 1995. Una mediazione che colloca il discorso sulla social innovation dentro il paradigma liberale di sviluppo e la ricerca di soluzioni concrete per realizzarne una versione “umanizzata”. Diviene allora chiaro quel bisogno di astoricità che ha messo in ombra la storia del concetto di social innovation; collocato in un altro spazio-tempo non avrebbe condotto ai medesimi risultati, in questo contesto, invece, assume la potenza di un brand capace di orientare le policy mondiali.

Abbiamo la netta sensazione che al fondo di questa visione ci sia un’idea di società che si auto-trasforma senza bisogno né di mediazioni, né di prospettive di cambiamento. Questa impostazione può essere interessante, a nostro avviso, solo se innestata con un’idea di conflitto, di tensione tra società istituita e società istituente (Castoriadis, 1975), se abbiamo il coraggio di “riconoscere alle origini delle istituzioni sociali o della società istituita la stessa società istituente” (che significa, per Castoriadis, riconoscere che ogni società è autonoma, all’origine delle proprie istituzioni). Se essa stessa crea le proprie istituzioni, allora queste ultime non potranno mai essere considerate come “date” una volta per tutte, immodificabili, imperiture: anzi, esse si presteranno a perpetua riconsiderazione e alterazione.3 Questo tema, che emerge in modo carsico in seno ad alcune riflessioni del mondo della Pubblica Amministrazione4 e degli startupper,5 viene trascurato dalla letteratura di settore.

Non troviamo nulla di sbagliato in questa concettualizzazione della social innovation e nella sua chiara vocazione persuasiva. È coerente in relazione agli obiettivi, efficace rispetto al sistema di valori, efficiente rispetto alla sua propagazione. Quello che non troviamo corretto è inquadrarla come “la” definizione di Ssocial innovation, a prescindere dalle sue varianti più o meno complesse; crediamo sia più efficace assumerla come “una” definizione di social innovation. E come tale è possibile tentare di costruirne almeno un’altra.

Per farlo capovolgiamo le due caratteristiche che abbiamo definito strutturali. L’astoricità diventa storicità e come tale recupera la possibilità di un orizzonte di senso che può trascende il paradigma del capitalismo liberale. Così facendo restituiamo agli innovatori sociali la possibilità di costruire un mondo diverso, regolato da norme e comportamenti differenti, di ritornare ad avere il potere di rinnovare radicalmente il loro ambiente sociale, di essere sovversivi. L’acriticità diventa critica e restituisce il diritto/dovere di assumere una tensione, un obiettivo di parte, che come tale può essere letto dagli altri come giusto o come sbagliato. In questo modo restituiamo agli innovatori sociali la possibilità di scegliere quale mondo provare a costruire, di usare la creatività per progettare nuove regole sociali.

Ecco che allora una definizione possibile di social innovation diventa:


“Social innovation refers to new ideas that work in a more effective way in meeting social goals with the aim of trasgressing social rules according to a vision of a different social system”.

Una differenza minima, poche parole, ma che permette di inserire in questo quadro teorico tutta una nuova riflessione sulle caratteristiche intrinseche della social innovation che impatta sui protagonisti, sui processi di diffusione e sui risultati; di renderla un luogo di confronto tra idee diverse di società e un driver potente per creare nuovi scenari e immaginari collettivi.

Seguendo la proposta di analisi comparata delle definizioni correnti di social innovation di Andrea Bassi (Bassi, 2011), notiamo che questa nuova definizione rispetta il criterio di completezza da lui proposto. Analizzando tre differenti definizioni (Tabella 1), Bassi mette in luce come solo la prima sia completa ed inclusiva; considera la seconda tautologica perché contiene al suo interno le stesse parole che la compongono, riconosce nella terza la capacità di integrare e completare la prima introducendo il concetto di creazione di valore ma la critica per un’impostazione ideologica troppo rigida.

tabella1Tabella 1: Proposta di analisi comparata delle definizioni correnti di social innovation, Andrea Bassi (Bassi, 2011).

Questa modalità di analisi è interessante in quanto propone una scomposizione delle definizioni in fattori comparabili, che mettono in evidenza la scarsa attenzione alla tensione ideale o valoriale data dalle definizioni mainstream di Mulgan e altri.

Utilizzando la griglia analitica di Bassi, questa nuova definizione si caratterizza per una completezza paragonabile alla definizione di Westley e Antadze (Westley, Antadze, 2010), ma a differenza di quella mantiene una semplicità estetica che la rende semplice e divulgabile tanto quanto la definizione di Mulgan. Il valore aggiunto che questa definizione genera, dal nostro punto di vista, è una tensione non ideologica verso i temi della trasgressione e della visione quali pilastri fondamentali dei processi di innovazione sociale. Da un lato la trasgressione, che recupera tutto il tema del conflitto rispetto all’esistente, e dall’altro la capacità di saper costruire una visione altrettanto trasgressiva nella sua capacità di trascendere il presente.

Non si tratta, quindi, di proporre un tipo specifico di social innovation intesa secondo la definizione schumpeteriana di “distruzione creativa” (Schumpeter, 1911), quanto piuttosto di restituire al mondo dell’innovazione sociale e ai suoi artefici il diritto di immaginare, progettare e costruire un mondo diverso, fin dalle sue fondamenta; l’entusiasmo per oltrepassare “la fine della storia” e iniziarne una nuova. E a noi, se è vero che la social innovation è un asse portante per reagire alla crisi di sistema in cui viviamo, è questa nuova storia che dovrebbe interessare!

 

Note

1. Luca Fazzi e Paolo Fontana illustrano il concetto di “meta-competenza” all’interno della sessione da loro coordinata “Think outside the box: apprendimento strategico e innovazione nelle imprese sociali” in occasione nell’XI edizione del Workshop sull’Impresa Sociale, 12-13 Settembre 2013, Riva del Garda (Trento).

2. Si vedano le recensione di Yvonne Roberts su The Guardian del 4 maggio 2013 “Progressive capitalism by David Sainsbury. The Locust and the Bee by Geoff Mulgan”.

3. Si veda il pezzo del 2007 di Attilio Mangano su vulgo.org. “L’immaginario sociale e la creatività dell’uomo in Castoriadis”.

4. Chiara Buongiovanni su ForumPA.it, nel 2012, “Innovatore sociale a chi?”.

5. Intervista a Michele Vianello del 2013 sul we4italy.it “Se volete innovare dovete disubbidire”.

6. Alcuni link di interesse http://ec.europa.eu/ - http://www.hathitrust.org/ - www.gutenberg.org - http://smartinnovation.forumpa.it/ - www.vita.it - www.chefuturo.it - www.nesta.org.uk - www.socialinnovationexchange.org - www.euricse.eu - www.ssreview.org - http://socialinnovation.ca/ - www.oecd.org 

Maurizio Busacca Università Ca' Foscari di Venezia