Nuovi attori
La tassonomia proposta nel volume di Salamon (Salamon, 2014a) è la seguente (Tabella 2).
Tabella 2: Tassonomia proposta nel volume di Salamon (Salamon, 2014a)
Una disamina analitica di queste tipologie di operatori appare eccessiva in questo contesto; ci concentreremo sugli operatori per l’investimento e sulla situazione italiana nel campo del supporto.
Istituzioni per l’investimento d’impatto
Gli aggregatori svolgono una funzione simile a quella delle banche di investimento. Un capitolo del volume di Salamon (Salamon, 2014b) ipotizza un numero globale attorno ai 3mila, con asset attorno ai 300 miliardi di dollari. I precursori furono gli operatori USA immobiliari e territoriali degli anni ‘60: community development corporations, fondi azionari incentivati per la creazione di lavoro in aree svantaggiate, altri intermediari nati sulla scorta di politiche per l’housing sociale e il redevelopment di comunità decadute. Tutto ciò è accelerato con lo sviluppo del microcredito e la scoperta dei “profitti alla base della piramide” da parte di Prahalad (Prahalad, 2004). Negli USA a fine 2013 c’erano oltre 900 CDFIs, community development finance institutions, con attività gestite di più di 50 miliardi di dollari: per due terzi fondi di credito, il resto fra banche locali, credit unions e 80 fondi di venture capital; tutti focalizzati sullo sviluppo locale di un’area sotto stress.
In generale gli aggregatori si concentrano su una nicchia settoriale o regionale. La fonte del denaro è varia e comprende famiglie ricche (high net worth individuals) e fondazioni, ma più recentemente anche istituzioni finanziarie tradizionali come fondi pensione, fondi comuni e banche, che hanno iniziato a vedere nell’investimento d’impatto una nuova asset class. In molti casi gli aggregatori sono specializzati in un tipo di emissione finanziaria. Tuttavia, alcuni aggregatori offrono strumenti finanziari strutturati in tranches, destinate ciascuna a una diversa classe di investitori. La differenziazione degli strumenti finanziari è possibile sia per profilo del reddito promesso (simile a debito o a equity) sia per tipo di impatto sociale. È quindi uso comune distinguere fra investitori impact first, per cui l’obiettivo è massimizzare l’impatto con un vincolo di redditività, e investitori finance first, per cui vale l’opposto. È anche stato introdotto il termine “fondi di investimento quasi-pubblici” per designare gli aggregatori finanziati grazie all’iniziativa di governi (Nesta nel Regno Unito) o istituzioni multinazionali (la IFC della Banca Mondiale).
Generalmente gli aggregatori nonprofit si associano a investitori impact first che spesso accettano anche un rischio più alto (ad es. prima perdita su fondi di garanzia). Un esempio di aggregatore nonprofit, che offre un profilo di rendimento basso con alto impatto sociale, è Acumen Fund. Al contrario, gli aggregatori for profit (ad es. Bridges Ventures in UK o Willow Impact Investors in Dubai) usano un modello più vicino al private equity ed attirano investitori che desiderano un rendimento anche maggiore a quello di mercato.
Salamon (Salamon, 2014a) distingue fra “mercati secondari” (espressione con cui intende in realtà investitori che ricomprano le attività originate dagli aggregatori, finanziandosi sul mercato) e borse sociali (mercati secondari in senso proprio). Tra i primi si riconosce la funzione originaria di Fannie Mae e delle altre agenzie immobiliari, che acquistano credito ipotecario generato da banche e assicurato dal Governo americano. Esempi successivi sono il Community Reinvestment Fund, Habitat for Humanity International, Partners for the Common Good (una CDFI nata nel 1989 per servire istituzioni cattoliche), Blue Orchard (un fondo svizzero di microfinanza), BRAC (l’enorme organizzazione di sviluppo del Bangladesh). Sulle borse sociali rimandiamo allo studio di Avanzi (Dal Maso, Zanoni, 2009) per la costituzione di una borsa sociale italiana, finora mai realizzata.
Le fondazioni diventano “banche filantropiche” nella misura in cui investono parte del loro patrimonio in modo sociale, mischiando le loro attività core: la gestione del patrimonio, che in passato implicava solo la “massimizzazione responsabile” del suo rendimento, e le erogazioni, che invece massimizzavano l’impatto sociale dato un budget spendibile. Hanno seguito questa strada sia fondazioni USA di media taglia (ad es. KL Felicitas e HB Heron con alte quote del patrimonio, altre con quote inferiori) che grandi istituzioni (ad es. Annie Casey, Kellogg, Kresge o Robert Wood Johnson). Sviluppi in altre nazioni includono la Esmée Fairbarn Foundation nel Regno Unito e Fondazione CRT in Italia.
Ci sembra opportuno menzionare anche le piattaforme di crowdfunding (che Salamon include invece fra gli operatori di erogazione), in quanto la funzione di social lending e, in misura minore, equity crowdfunding pertengono appunto all’investimento; inoltre la prima funzione costituisce la buona parte dei flussi del crowdfunding italiano (Castrataro, Pais, 2013). In Italia esistono piattaforme di equity crowdfunding (ad es. quelli regolati da Consob a seguito della normativa sulle start-up innovative), piattaforme di social lending (fra cui Terzo Valore promosso da Banca Prossima) e piattaforme donation-based e reward-based (tra cui lo stesso Terzo Valore e altri - come IlMioDono di UniCredit - nonché declinazioni italiane di piattaforme globali come Kickstarter o Kiva).
In generale in Italia la gran parte degli aggregatori di capitale esiste come categoria, ma il loro “menu operativo” è molto meno ricco di quello americano. Il campo dell’housing ha visto sviluppi interessanti, sia privati (ad es. con la creazione di Fondazione Housing Sociale da parte di Fondazione Cariplo) che quasi-pubblici (ad es. con la costituzione del FIA, Fondo Italiano per l’Abitare, con una partnership tra Cassa Depositi e Prestiti e vari operatori privati). Esistono poi varie agenzie di sviluppo territoriale, d’ispirazione pubblica. Ci sono infine operatori con passività finanziate sul mercato che investono a fini sociali, come ad esempio Banca Etica.5 Sono però assenti - ad eccezione del campo immobiliare - i grandi operatori e gli investitori, soprattutto impact first, ad eccezione di alcune attività di CSR di imprese corporates e di alcune compagnie di assicurazione. Considerando infine l’esistenza di un pool non indifferente di denaro di private banking, è assente anche qualsiasi evidenza, non puramente aneddotica (sulla nota filantropia di alcune famiglie) o episodica, di investimento sociale da parte di individui. In particolare il settore culturale - che ad esempio nei Paesi anglosassoni trova quote importanti di finanziamento da parte di grandi investitori e donatori - è in fondo alle classifiche di indagini motivazionali alla donazione.
Istituzioni di supporto all’investimento d’impatto
Gli enterprise brokers sono individui o istituzioni che aiutano gli aggregatori a identificare imprese sociali promettenti, e viceversa. La necessità di questo ruolo discende dalla frammentazione dello “spazio di investimento”, sia dal lato degli investitori che da quello degli investees.
I capacity builders sono consulenti - presenti nel settore sociale americano da decenni - che si sono però tradizionalmente concentrati su fundraising, eventi, top management, contabilità, risorse umane; invece i “nuovi” capacity builders si focalizzano su sostenibilità e scala: assistono le organizzazioni nello sviluppo di strategie di produzione di reddito, nell’accesso al capitale e nel misurare gli outcome sociali. Questi attori si dividono in tre categorie:
- venture philantropists, che forniscono un mix di fondi e assistenza tecnica “ad alto coinvolgimento”. Alcune di queste organizzazioni sono fondazioni di tipo tradizionale (ad es. Edna McConnell Clark negli USA), altre hanno trovato un funding specifico (ad es. New profit, REDF, Social Venture Partners, Venture Philanthropy Partners); in Europa sono federati in EVPA, con quasi 150 membri (tra cui il principale operatore italiano, OltreVenture);
- società classiche di consulenza che hanno sviluppato una practice specifica (ad es. Bridgespan, uno spinoff di Bain) e tipicamente non forniscono la componente di finanziamento;
- incubatori-coworking-acceleratori sul modello di The Hub, che oggi ha 31 affiliate nel mondo, un network di oltre 4mila aspiranti imprenditori sociali, oppure Ashoka.
In Italia gli incubatori sociali - per quanto considerati ad uno stato embrionale a causa anche di un ordinamento che ne limita lo sviluppo (come la normativa sull’impresa sociale attualmente in vigore) - stanno giocando un ruolo importante nell’evoluzione dell’ecosistema del nostro Paese. La stessa normativa sta però evolvendo ed alcune misure fiscali (ad es. quella prevista dalla normativa per le start-up innovative, gli incubatori e il crowdfunding, L. 221/2012) già prevedono condizioni fiscali agevolate per gli investimenti e i veicoli di investimento - inclusi gli incubatori destinati alle start-up - con specifici incentivi per le start-up a vocazione sociale. Gli incubatori ed acceleratori rappresentano ad oggi un’arena di collaborazione fra pubblico-privato, profit e nonprofit e sviluppo di veicoli di finanza ad impatto (Meneguzzo et al., 2008).
La crescita degli incubatori ed acceleratori sociali in Italia rappresenta:
- un’evoluzione delle relazioni tra Pubblica Amministrazione e nonprofit; si pensi ai numerosi incubatori promossi da comuni italiani in collaborazione con organizzazioni nonprofit o istituti universitari (FabriQ a Milano, InVerso a Roma, OSIS-Osservatorio e Incubatore di Imprese Sociali a Bari, Ale. Chi. di Perugia, Bomba Sociale di Craviglia etc.);
- un esempio di collaborazione fra organizzazioni nonprofit, associazioni di volontariato, cooperative sociali, consorzi e reti di consorzi; si pensi al progetto del Gruppo Cooperativo CGM “Fare Rete”, che ha comportato uno sviluppo sull’intero territorio ed un’evoluzione del ruolo dei consorzi di cooperative da incubatori ad agenzie di sviluppo dei territori attraverso collaborazioni fra istituzioni, banche, fondazioni, integrando forme ibride e giuridiche inedite;
- il posizionamento delle imprese sociali quali promotori di sviluppo locale; a questo fenomeno è possibile associare l’evoluzione dei numerosi incubatori nati per lo sviluppo tecnologico (ad es. gli incubatori universitari), che negli ultimi anni hanno incardinato allo sviluppo tecnologico il concetto di innovazione sociale creando nuovi veicoli per start-up ad alto valore sociale; oppure i primi incubatori nati ad hoc come Make a Cube, primo in Italia specializzato in start-up ad alto impatto ambientale e sociale e prima low-profit company italiana, nata dalla joint venture tra Avanzi e Make a Change.
Osserviamo infine che le organizzazioni infrastrutturali “fanno all’ingrosso” ciò che le realtà sopra elencate “fanno al dettaglio”. Essenzialmente si tratta di associazioni “di categoria”, fra cui la Global Alliance for Banking Values, il Social Investment Forum (e la versione europea Eurosif), il Microfinance Information Exchange. La Rockefeller Foundation ha costituito il Global Impact Investors Network - creatore degli IRIS (Impact Reporting and Investment Standards), un insieme di indicatori che dovrebbero standardizzare la misura della performance sociale - e varato un programma di ricerca mirato a sostenere l’investimento d’impatto come asset class.6
Nuovi tipi di entità erogative
Rispetto all’esercizio della finanza erogativa osserviamo una sostanziale assenza, in Italia, di fondi aziendali di erogazione con grandi capitali (negli USA hanno asset pari a circa 12 miliardi di dollari), se non per filiazioni locali (ad es. Fondazione Johnson & Johnson); ovvero di donor advised funds - mini-fondazioni che consentono agli individui ricchi di donare in regime di fiscalità favorevole, mantenendo nel corso della vita dei fondi un certo controllo sulla destinazione di questi. Una pratica che negli USA oggi è tipicamente figliata dalle corporates (in origine da fondazioni di comunità).
Invece osserviamo che l’istituto che negli USA prende il nome di “fondazione di conversione”, creata con la dismissione di asset pubblici o semipubblici, esiste anche in Italia come “fondazione di partecipazione”, con una decina di casi (ad es. Fondazione Palazzo Ducale a Genova) o specificamente normati (fondazioni lirico-sinfoniche). Salamon (Salamon, 2014a) afferma che il settore sociale potrebbe perseguire questa strada in Paesi con alte proprietà pubbliche, come i Paesi ex-comunisti; riteniamo che essa sia applicabile anche in Italia, ad esempio nel settore culturale.
Nuovi strumenti
In generale gli strumenti della nuova filantropia permettono un uso efficace della leva finanziaria. Raramente si tratta di strumentazione innovativa di per sé, ma l’adattamento al settore sociale ha richiesto varie modifiche alla loro forma standard e la creazione di strumenti nuovi. Omettiamo di discutere in questo contesto casi come la micro-assicurazione, SRI e l’acquisto sociale, mentre ci focalizziamo sul security design per l’economia sociale.
Il credito è rimasto la forma dominante del finanziamento al settore sociale: tutte le indagini specifiche sull’investimento d’impatto hanno mostrato che il debito, e all’interno di questo il credito, è la forma di finanziamento dominante con almeno il 60% (fino anche oltre l’80% nei valori massimi). Fatti stilizzati:
- molto di questo debito (negli USA, il 60% ed oltre) non è protetto da garanzia (unsecured);
- il debito tende ad essere senior, particolarmente se fornito da prestatori for profit;
- le start-up sociali tendono a essere finanziate con soft loans che hanno termini flessibili di restituzione.
Varie garanzie (credit enhancements) sono state portate al mercato, sia pubbliche o semipubbliche, che private.7 Ad esempio nel 2011 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha creato un programma di garanzia per assistere le CDFI nell’emissione di strumenti obbligazionari per finanziare affordable housing e community development. Una serie di grandi emissioni obbligazionarie (complessivamente 3,6 milardi di dollari) è stata garantita dal sostegno internazionale ai programmi di vaccinazione.
Come esempio di operazione in titoli del settore privato citiamo Fondazione Calvert, che ha lanciato nel 1995 la Community Investment Note, costituita da mini-bonds privi di rating.8 Gli investitori potevano scegliere il tasso (0, 1, 2 o 3%) e la durata (1, 3, 5, 7 o 10 anni); i proventi erano investiti in programmi di rigenerazione urbana e housing sociale. Collettivamente questo programma ha generato 220 milioni di dollari di capitale da circa 10mila investitori privati, con perdite inferiori all’1% (comunque a carico delle riserve di Calvert). Altre CDFI hanno seguito questa rotta con emissioni proprie.
Nel mondo sociale statunitense recentemente (ma prima della crisi) sono stati osservati casi di securitization. Nel 2004 il Community Reinvestment Fund ha portato la prima emissione con rating backed da prestiti per l’housing sociale e la rigenerazione urbana, seguita da altre tre emissioni. Anche il mondo della microfinanza ha impiegato tecniche di securitization, per un totale nel 2008 che eccedeva i 500 milioni di dollari in una decina di operazioni, seguite a quella portata da Blue Orchard nel 2004 (64 milioni di dolari). In assenza di queste operazioni “di mercato tradizionale”, il mercato secondario dei prestiti è stato basato su collocamenti privati a consorzi di investimento, spesso assistiti da garanzie fornite da istituzioni filantropiche o angel investors.
L’equity invece è stata storicamente poco impiegata, sia per la proibizione alla distribuzione di profitti, sia a causa del lungo tempo di gestazione nel quale le imprese sociali non sono redditizie (l’eccezione sono grandi operazioni immobiliari, in cui c’è un cespite tangibile). Tuttavia in tempi recenti il maggiore impiego delle forme for profit e cooperative spiega un aumento (survey annuali di JP Morgan) della quota di equity. Si tratta spesso di private equity collocata in “fondi alternativi d’investimento”. Una stima di questo mercato del private equity negli USA ai colloca su 375 fondi, 34 miliardi di dollari in private equity e venture capital, 44 miliardi di dollari nell’immobiliare.9
Tuttavia l’equity non è disponibile per molte imprese sociali, che sono tipicamente più “giovani” delle analoghe for profit e hanno tempi più lunghi di raggiungimento di una redditività affidabile. In questi casi, quando è comunque necessario del capitale di rischio, sono stati sviluppati vari tipi di protezione (ad es. operazioni in cui un donatore è disposto a prendere le prime perdite) oppure soluzioni di quasi-equity. Sostanzialmente si tratta di forme di debito o di accordi di royalty, il cui rendimento ha un profilo simile a quello dell’equity; ad esempio l’investitore può ricevere una quota del fatturato10 dell’impresa sociale o di un suo programma specifico. Un esempio riportato in Salamon (Salamon, 2014a) è HCT Group, una rete di charities inglesi che operano nel trasporto commerciale e di persone svantaggiate che ha emesso 4 milioni di sterline in quasi-equity per finanziare veicoli e facilities, senza diluire la sua struttura proprietaria. In Italia non ci risulta che siano state eseguite operazioni di questo tipo.
Il vero “strumento nuovo” dell’economia sociale sono i social impact bonds (SIB). Fondamentalmente si tratta di strumenti finanziari, di varia sofisticazione, il cui rendimento varia a seconda di una misura dell’impatto sociale generato dall’opera che viene finanziata con la sua emissione. Si tratta quindi di un caso specifico di pay for performance (o pay for success), una clausola che le pubbliche amministrazioni anglosassoni stanno cercando di introdurre nella loro contrattualistica. Salamon (Salamon, 2014a) descrive brevemente i due casi più noti, che finanziano programmi di riabilitazione sociale di detenuti: HMP Peterborough in Inghilterra e la città di New York; tuttavia la trattazione del caso Peterborough ci appare incompleta e il caso di New York ci sembra fuorviante per quanto riguarda la ripartizione dei rischi. Essendo l’argomento noto e dibattuto rinviamo al capitolo 16 di Salamon (Salamon, 2014b) e ad uno studio di Avanzi per Fondazione Cariplo (Fondazione Cariplo, 2013); si veda anche il lavoro di MacHugh et al. (MacHugh et al., 2013; 2014), che si conclude con una riflessione scettica sull’effettiva praticabilità in Italia dei SIB, così come strutturati nelle operazioni anglosassoni.
Molti operatori italiani stanno cercando di definire strumenti finanziari assimilabili ai SIB; al momento nulla che utilizzi il meccanismo pay for performance si è ancora concretizzato. Invece sono state emesse obbligazioni italiane più semplici (delle vere obbligazioni: i SIB non sono bonds, perché l’investitore mette a rischio il proprio capitale) i cui proventi (o una frazione legata ai proventi) sono stati utilizzati per erogazioni al settore sociale o per finanziarlo. In particolare UBI Banca ha emesso circa 40 cosiddetti social bonds; le prime emissioni sono state normali obbligazioni vendute al retail, a tassi di mercato, ma una parte delle commissioni di collocamento veniva designata per essere erogata a beneficiari, di norma identificati ex ante. Altre emissioni di UBI, nonché le due di Banca Prossima e altre di dimensione minore, sono state invece dedicate a finanziare il credito al settore sociale a costo ridotto, solo in alcuni casi identificato ex ante. Il totale collocato si situa attorno ai 450 milioni di euro, anche se questa cifra non ha molto significato come misura del “supporto” al settore sociale: una gran parte si trasforma in erogazioni (ma con una percentuale bassissima, <0,5%) e il resto si trasforma in credito.
Per quanto riguarda altre innovazioni, le forme di erogazione in grado di raggiungere una certa leva sono grant noti come start-up, matching e pilot projects. Innovazioni più recenti hanno preso la forma della venture philanthropy, che combina un approccio di partecipazione al management con erogazioni di grande ammontare. Ricordiamo infine le competizioni a premio; negli USA la forma più recente è quella della competizione per la soluzione di un problema sociale, in cui la scelta non solo del vincitore ma anche del problema a volte è aiutata da un meccanismo di crowdsourcing.
La Tabella 3 riassume gli strumenti presenti in Italia, suddividendoli in tre segmenti in base al grado di maturità (Social Impact Investment Task Force, 2014a):
- maturo: tradizionale, con strumenti maturi, offerti da intermediari ad operatività consolidata, che operano secondo regole definite, producendo risultati economici;
- primo sviluppo: caratterizzato da strumenti in fase di sviluppo, offerti da pochi intermediari con un approccio operativo strutturato, per i quali non sono ancora disponibili informazioni e track record sui risultati economici;
- embrionale o inesistente: in fase di sviluppo embrionale o addirittura inesistente, nel quale operano da poco tempo intermediari pionieristici, ad operatività non ancora ben strutturata, non ancora rilevanti nelle ricerche di mercato.
Tabella 3: Strumenti della nuova filantropia presenti in Italia
Irene Bengo Politecnico di Milano
Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima