10  DICEMBRE 2017
 

Perché ora?

Negli ultimi decenni, a livello globale, ingenti problemi sociali hanno iniziato ad affliggere seriamente le cosiddette economie sviluppate, sfidando i responsabili politici a livello internazionale. La crisi finanziaria mondiale ha frenato l’economia, generando problemi di sostenibilità finanziaria delle organizzazioni private e pubbliche (Sgherri, Zoli, 2009; Reinhart, Rogoff, 2010). I governi di molti Paesi, tra cui l’Italia, hanno dovuto affrontare questioni critiche, come la riduzione del reddito familiare, un livello crescente di disoccupazione (in particolare per i gruppi vulnerabili, donne, giovani, immigrati), la necessità di tagliare la spesa sociale (in aree come l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’integrazione lavorativa) per preservare la sostenibilità finanziaria (Vis et al., 2011; Karanikolos et al., 2013). Questa situazione ha messo alla prova la coesione sociale, ma al contempo ha aperto la strada a una nuova sintesi in cui il principio di sussidiarietà viene superato, al fine di attivare nuove forme di cooperazione tra il sistema istituzionale e i differenti attori del sistema economico (in particolare su welfare e servizi alla persona). In questa sintesi è possibile posizionare la nuova filantropia nella sua accezione ampia e rappresentativa di un nuovo mercato per una imprenditoria sociale ed innovativa. L’Italia sta tessendo un substrato per la crescita di tali realtà attraverso la riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e della disciplina del Servizio civile universale, la collaborazione con l’Europa, l’utilizzo del Fondo Sociale Europeo.

Oltre alle scelte istituzionali e della stessa filantropia, riteniamo infine necessario esplicitare il ruolo delle giovani generazioni, considerate attori prioritari dell’oggi e rappresentanti il futuro. La crisi degli ultimi dieci anni ha portato la generazione dei giovani - sia in Europa che in Italia - a forti livelli di difficoltà ed insoddisfazione, sia professionale (disoccupazione oppure ad esempio le cosiddette “fughe di cervelli”) che sociale (difficoltà a trovare un ruolo sociale). Questa situazione ha messo in discussione la netta separazione storica tra sfere di occupazione for profit e nonprofit, in quanto le nuove generazioni “ricercano” nel lavoro una forte dimensione di risoluzione di problemi sociali; in questo scenario la nuova filantropia potrà svolgere un ruolo interessante e di supporto.

 

Ostacoli rimanenti

Non tutti ci guadagnano. Secondo Salamon (Salamon, 2014a) l’orientamento alle metriche penalizza il lavoro sociale, che necessità di lunghi tempi di attuazione; avvantaggia chi fornisce servizi alle persone (salute, cibo, elettricità, etc.), ma non gli sforzi di advocacy che mirano a rimuovere diseguaglianze e barriere allo sfruttamento di opportunità (cambiamenti più profondi e duraturi). Riteniamo inoltre che, in alcuni settori di intervento sociale, il problema non sia solo l’accumulazione di capitale quanto il reperimento di risorse per le operazioni correnti. In questo caso la finanza non aiuta, anzi può peggiorare la situazione, in quanto crea la necessità di servire del debito (o del capitale) oltre ai costi esistenti. Se i funder non faranno attenzione alla ripartizione di risorse erogative, la “nuova filantropia”, con la sua enfasi finanziaria, toglierà attenzione dai settori a basso costo fisso a favore di quelli con alte necessità di capitale.

La misurazione d’impatto. Il problema della misura d’impatto è nello strumento: “non esiste ancora alcuno strumento che misuri in modo affidabile il rendimento misto (blended) sugli investimenti filantropici, e certamente non ne esiste alcuno che possa paragonare i rendimenti relativi attraverso una gamma di interventi diversi” (Salamon, 2014a). Riteniamo che il giudizio di Salamon sia centrato. Esistono misure e sistemi di misura su casi specifici del lavoro sociale. Crediamo auspicabile: 1) richiedere che l’impatto sia misurabile e misurato nel caso di accesso a finanza esterna; 2) applicare, dove opportuno, ciò che è sufficientemente stabile (ad es. SROI, anche per paragonare progetti diversi all’interno dello stesso settore con le stesse ipotesi sottostanti); 3) continuare la ricerca. Non riteniamo invece utile pretendere che “esista ciò che non c’è” (ad es. un sistema di misura comprensivo che possa valutare, sulla stessa base, interventi in campi diversi del settore sociale). In particolare riteniamo che tassonomie del tipo degli IRIS (con 400 indicatori diversi, non uno dei quali misura un outcome, ovvero un cambiamento nella vita dei beneficiari) non aiutino i confronti tra progetti diversi e supportino più la rendicontazione sociale (un misto di storytelling e di evidenze) che non la misura d’impatto vera e propria.11 Salamon osserva che gli investitori non hanno “comprato” le misure d’impatto. Le ricerche esistenti sui rapporti di missione degli investitori citano solo rari esempi di misure d’impatto sofisticate; il punto è che molti osservatori hanno proposto sistemi investor centered.12 Questo espone il sistema al rischio che gli investitori si auto-convincano di produrre un impatto sociale, mentre le imprese investite subiscono un mission drift che le allontana dal campo sociale. Di questo fenomeno esiste già evidenza negli USA, con il reperimento di “conflitti significativi” fra alcune imprese sociali e i loro investitori finanziari, e con la perdita di attenzione delle prime verso i beneficiari più bisognosi (e più costosi). Riteniamo inoltre che il problema di misura non possa essere affrontato solo da un punto di vista tecnico: la governance della misura, il ruolo degli attori e la regolamentazione giocheranno un ruolo sostanziale.

La nuova filantropia è ancora una boutique. Finora, l’investimento d’impatto sociale non è riuscito a “vendersi alla sua audience di elezione”: investitori istituzionali come fondi pensione, compagnie di assicurazione, fondi sovrani o società commerciali. I problemi sono ben noti: l’immaturità dei business e delle imprese che li perseguono, la limitata preparazione del management, la novità di alcuni veicoli di investimento e l’illiquidità dei titoli. Il risultato è che l’investimento a impatto sociale, se è una asset class, è ancora molto piccola.

Imprese sociali “investibili”. Un altro problema è la difficoltà nell’individuare imprese sociali investibili (the pesky issue of deal flow… “la fastidiosa questione dei flussi di transazioni”). Molti investitori lamentano la mancanza di opportunità “di qualità”; si entra nel paradosso per cui esiste necessità di capitale, ma è difficile operare nel sociale producendo un profitto. Ricordiamo alcuni casi a sostegno di questa ipotesi: Grameen ha impiegato 17 anni prima di diventare redditizia, Acumen ha dovuto valutare circa 5 mila progetti in 10 anni per estrarne 65 investibili; entrambi avevano aspettative di redditività molto conservative. Gli investitori temono di essere i primi a lanciarsi nel finanziamento di start-up sociali, supportandone il costo probabilmente in cambio di poco beneficio, in quanto alla finestra ci sono molti investitori potenziali. E’ un problema di free riding e come gli altri si risolve con una soluzione non di mercato. Alcuni governi hanno finanziato direttamente start-up; questo sembrerebbe essere un campo promettente per le fondazioni, che potrebbero fare “filantropia d’impresa” identificando imprese sociali che hanno superato la fase di prova e aiutandole a validare commercialmente i loro progetti, portandoli su scala necessaria. Questo è possibile sia con erogazioni che con equity non di controllo che con debito (ad es. soft loans) a basso interesse, o con un mix di varie cose.

Ipotesi troppo ottimistiche? Secondo Salamon è necessario superare le ipotesi troppo ottimistiche. Per un periodo sembrava che le tensioni esistenti fra scopo sociale e di lucro, tra rendimenti di mercato e impatto sociale, fossero sospese, ma le aspettative cresciute attorno alla nuova filantropia hanno bisogno di essere deflazionate. Le combinazioni rischio-rendimento nel sociale non sono simili a quelle tradizionali, come sperato da alcuni; e il business sociale non può sostituire l’azione governativa. Far pervenire un piccolo flusso di capitale al settore sociale ha richiesto, in più di un settore e di una nazione, un pesante intervento governativo.13

La situazione italiana non appare molto diversa, anche se sembrerebbe prevalere una minor illusione sui rendimenti ottenibili e sulle possibilità di sostituzione dell’intervento pubblico,14 anche se al contempo esiste una minor esperienza di investimento e di valutazione d’impatto. Nel settore culturale, ad esempio, urge un cambio di mentalità in direzione imprenditoriale, di denaro investibile e di un approccio comprensivo alla descrizione dell’impatto socio-culturale.

 

Il futuro

Riteniamo che questi ostacoli non siano un ostacolo allo sviluppo della “nuova filantropia”. Esistono spazi enormi non sfruttati nella combinazione filantropia-finanza, nel matching fra nonprofit e altri operatori (ad es. for profit, ma anche singoli individui) e nella collaborazione fra pubblico e privato. In Italia, inoltre, esiste il problema di disomogeneità geografica sullo sviluppo della filantropia e la necessità di rafforzare il coinvolgimento del Meridione.

Salamon (Salamon, 2014a) sostiene che una nuova filantropia e investimenti a impatto sociale possono funzionare efficacemente quando sono soddisfatti quattro criteri:

  • le soluzioni pubbliche, e/o quelle filantropiche, da sole non bastano;
  • deve esistere una soluzione di mercato fattibile, già provata o in ragionevole prospettiva;
  • gli investitori privati tradizionali devono avere sufficiente volontà e capacità di investire;
  • le soluzioni di mercato devono essere considerate moralmente accettabili.

Date queste condizioni, Salamon suggerisce sei imperativi (visualizzare, pubblicizzare, incentivare, legittimare, capacitare e attualizzare), ma non crediamo sia questo il luogo per promuovere un’azione per lo sviluppo futuro dell’investimento d’impatto.

L’equilibrio dipenderà dall’evoluzione dell’ecosistema, che ad oggi lascia intravedere la coesistenza di un approccio demand driven - maggiormente orientato alla profondità dell’impatto - e di un approccio market driven, più orientato al valore monetario dell’impatto (Social Impact Investment Task Force, 2014a). Quindi l’impatto sociale e il rendimento dell’investimento dovranno trovare formule di coabitazione: la leva per le diverse azioni da intraprendere, sia sul lato dell’offerta che della domanda, sarà strettamente connessa con il ruolo riformatore delle istituzioni. Sarà necessario adottare una visione sistemica degli attori e della governance, che rappresenta una variabile strategica fondamentale per assicurare equilibrio tra attori diversi. Infine, l’allineamento tra domanda e offerta dipenderà strettamente dallo sviluppo di infrastrutture intangibili in grado di ridurre l’asimmetria informativa tra finanziatore e finanziato, e quindi dalla misurazione. Una regolare misura d’impatto sociale dovrebbe diventare pratica comune nelle organizzazioni filantropiche del settore sociale che richiedono finanza esterna o contributi; tale misura dovrebbe essere coerente con le richieste/caratteristiche dei fornitori di mezzi finanziari sia pubblici che privati e le amministrazioni pubbliche dovrebbero sia promuovere che in parte regolare tali requisiti.

Riteniamo che se l’impatto sociale, come generatore di chiari e quantificabili obiettivi di sviluppo, fosse riconosciuto come componente fondamentale del sistema economico, il ritorno finanziario terrebbe conto del ritorno economico generale, includendo i concetti di efficacia dei business sociali, portando ad una percezione del rischio per gli investimenti a impatto sociale ridotta (e quindi una maggior capacità delle organizzazioni ad impatto sociale di attrarre capitali e crescere). Ovviamente questo processo è connesso ad un cambiamento culturale e necessita di tempo, ma potrebbe condurre ad un rafforzamento strutturato del sistema filantropico e più in generale ad un nuovo sviluppo economico.

Irene Bengo Politecnico di Milano

Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima