Note
1. In Salamon (Salamon, 2014a) gli scopi “sociali” o “ambientali” non sembrano includere quelli “culturali”. Crediamo che l’omissione non sia voluta, ma limiti l’argomento, anche in relazione ad importanti organizzazioni della filantropia italiana, come le fondazioni bancarie, nelle cui erogazioni il settore “arte e cultura” risulta il primo target per ammontare.
2. L’Europa, in coerenza con la programmazione 2014-2020, incardina allo sviluppo della Social Business Initiative alcuni fondi comunitari quali il Social Impact Accelerator (SIA) e ha emanato una direttiva relativa ai Fondi Europei per l’imprenditoria sociale (EuSEF).
3. Si tratta di 22.500 organizzazioni nonprofit “che potrebbero diventare imprese sociali” (Social Impact Investment Task Force, 2014a) o di circa 60mila nelle stime di Ceccaroni e Zamaro (mai pubblicate, ma desumibili dal video di presentazione del Censimento Istat: https://www.youtube.com/watch?v=j1RtlMn--R8 / 35:49 e seguenti). Il “settore sociale” potrebbe inoltre comprendere quasi 90mila imprese profit che operano nei settori Ateco indicati nel D. Lgs. 155/2005 (Social Impact Investment Task Force, 2014a - p.37) e naturalmente le imprese pubbliche.
4. Il rapporto capitale/prodotto è l’83% e quello tra equity e capitale circa il 20%. Per paragone, le medie imprese industriali censite da Mediobanca avevano, per lo stesso anno 2011, rapporti più alti (97% e 36% rispettivamente), ma ciò potrebbe dipendere dalla diversa composizione settoriale, in particolare dalla maggior intensità di capitale del settore industriale. Un’analisi completa, con matching settoriale, si può trovare in Borzaga e Fontanari (Borzaga, Fontanari, 2014a; 2014b), si riferisce a tutte le cooperative (non solo quelle sociali) e trova un buono stato di solidità finanziaria e di mercato.
5. Oppure Banca Prossima, di cui circa un terzo del capitale è di tre fondazioni (Cariparo, Cariplo, San Paolo) che quindi hanno svolto un ruolo di “banca filantropica” nel senso di Salamon. La maggioranza è di Intesa Sanpaolo.
6. Su questo punto segnaliamo che la situazione è ancora embrionale. Gli IRIS comprendono circa 400 indicatori, di cui ogni utente può (di fatto, deve) selezionare un sottoinsieme: quindi la comparabilità fra risultati degli utenti IRIS è più teorica che fattuale. Inoltre nessuno di questi indicatori misura un outcome, il che rende impossibile misurare l’impatto, in un senso moderno, con tale sistema. Anche definire l’investimento d’impatto come asset class ci pare dubbio; gli strumenti sono generalmente tradizionali (eccetto alcuni molto minoritari, come i SIB): in termini di asset class si tratta quindi di debito o equity illiquidi, niente di molto nuovo; gli investimenti in questione esercitano un impatto sociale, ma è difficile caratterizzarli con questo, date le incertezze sulla sua misura.
7. Un campo in cui le garanzie in Italia sono spesso private è il microcredito. Sia l’iniziativa flagship, il Prestito della Speranza (una convenzione fra ABI e CEI), che un buon numero di iniziative finanziate a cura di enti religiosi o fondazioni, hanno avuto fondi di garanzia privati. Esistono anche esempi, spesso regionali o comunali, di fondi di garanzia di origine pubblica. Si veda ad esempio l’inventario delle iniziative in Borgomeo & co. (Borgomeo & co., 2007).
8. Si noti che la mancanza di rating rende questo tipo di finanziamento impraticabile, di fatto, in Italia se rivolto al pubblico generale. È possibile, ma a volte ostacolato da regole aziendali interne, se rivolto a investitori istituzionali.
9. Internazionalmente Bridges Ventures (UK), Willow Impact Investors (Dubai) e Aavishkaar (Singapore) hanno seguito un modello standard di venture capital, promettendo rendimenti allineati al mercato e investendo in business che servono il “fondo della piramide” sociale.
10. Negli USA sarebbe legalmente rischioso legare il rendimento agli utili, che nel nonprofit sono per definizione non distribuibili. La legge italiana lascia più margine a operatori come le cooperative sociali.
11. La risposta del GIIN in merito è stata lo sviluppo dei GIIRS, che assegnano un rating alle imprese (sociali e non) sulla base di governance, trattamento dei lavoratori, impatto sull’ambiente e ruolo nella comunità. Questi elementi sono ben al di sotto delle necessità minime di misura di impatto sociale e al massimo possono aiutare lo SRI su società quotate.
12. Il sistema più logico, sostiene Salamon (Salamon, 2014a), sarebbe di “centrare questi sistemi” sui beneficiari (“come farebbe Google”).
13. Ad esempio far nascere investimenti immobiliari nelle aree svantaggiate degli USA ha richiesto una pesante collaborazione fra molte aree di governo diverse.
14. È facile verificare il maggiore realismo del rapporto dell’Advisory Bord italiano della Task Force (Social Investment Task Force, 2014a) rispetto al rapporto globale (Social Investment Task Force, 2014b), più portatore di visioni e di slogan vendibili, ma a nostro giudizio meno in contatto con la situazione sul campo, sia in generale che sulle questioni di misura d’impatto.
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Irene Bengo Politecnico di Milano
Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima