L'intervento di Jean Louis Laville che apre la XIX edizione del Colloquio scientifico di Impresa Sociale.
Fin dalla loro comparsa, le imprese sociali hanno registrato una crescita significativa, non solo in Europa ma anche in altri continenti. Numerosi studi hanno identificato diverse tipologie di impresa sociale, mettendo in luce la varietà delle forme che esse assumono; tuttavia, al di là di questa grande diversità, la prospettiva storica indica due traiettorie contrapposte.
La prima è trasformativa: consiste nel fare dell’impresa sociale uno strumento per perseguire obiettivi sociali, ambientali o culturali, il che significa agire per la costruzione di un modello socioeconomico diverso da quello dominante.
La seconda è riparatrice: propone una versione dell’impresa sociale ridotta a complemento funzionale del sistema economico dominante, destinata a rilegittimarlo, partendo dal presupposto che esso è in grado di offrire rimedi ai problemi che esso stesso genera.
Le prime due sezioni mostrano come queste due traiettorie si siano succedute; la terza sezione esplora le possibilità di restituire all’impresa sociale una prospettiva democratica.
Il concetto originario di impresa sociale si fonda sulla risposta ai bisogni delle comunità locali, trascurati dal settore privato e da quello pubblico.
Agli esordi del loro sviluppo, le cooperative sociali italiane riflettevano chiaramente questo approccio. Una delle prime cooperative di solidarietà sociale nacque nel 1966 per offrire servizi agli orfani. Fino al 1976 in Italia esisteva solo una decina di queste cooperative. Il loro numero cominciò a crescere negli anni successivi, lentamente fino al 1980 e poi a un ritmo sempre più rapido. Lo scopo di questo tipo di cooperativa è rispondere ai bisogni presenti nella comunità e, così facendo, essa diventa uno strumento attraverso cui alcune persone possono rafforzare il proprio senso di responsabilità. La cooperativa di solidarietà sociale si pone due obiettivi ulteriori: di operare come impresa e di mantenere la democrazia interna. Il contributo della legge del 1991, discussa per quasi un decennio prima di essere approvata, è il riconoscimento della specifica finalità solidaristica di queste organizzazioni.
Lo scopo non è massimizzare gli interessi dei soci, bensì perseguire «l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini». I beneficiari delle sue attività sono anzitutto i membri della comunità locale, i suoi abitanti e, in particolare, le persone in stato di bisogno. Questa legge stabilisce così il principio, fino ad allora riservato alle associazioni, di una solidarietà rivolta al proprio ambiente sociale, istituzionalizzando un ritorno ai fondamenti del movimento cooperativo.
Questo esempio è diventato emblematico perché, come ha sottolineato Carlo Borzaga, lega il perseguimento dell’interesse generale all’impulso proveniente dalla società civile e al riconoscimento normativo, all’interno della cooperativa, della diversità delle categorie di soci. Questa natura multi-stakeholder è il presupposto per perseguire l’interesse generale.
Tale approccio, che collega l’obiettivo dell’organizzazione al suo funzionamento interno, caratterizza la definizione europea di impresa sociale.
Diverse forme giuridiche sono state riconosciute a livello normativo. Nel 1991 la forma della cooperativa sociale ha ottenuto riconoscimento giuridico in Italia. La legge ha individuato due tipi di cooperative sociali: le cooperative di servizi (sociosanitari o educativi) e le cooperative di inserimento lavorativo (finalizzate a reinserire lavoratori con disabilità o svantaggiati). Questo modello italiano ha prodotto risultati spettacolari, generando 300.000 nuovi posti di lavoro negli anni Novanta, ed è stato emulato da altri Paesi. In Spagna, tre leggi regionali prevedono le cooperative sociali: nel 1983 la Catalogna ha adottato una legge sulle cooperative miste di integrazione sociale, seguita nel 1985 dalla regione di Valencia e nel 1993 dai Paesi Baschi. A livello nazionale, una legge del 1999 ha introdotto cooperative sociali in grado di gestire servizi di interesse pubblico e servizi sociali pubblici. In Portogallo, le cooperative di solidarietà sociale sono state riconosciute da una legge approvata nel 1996 e precisata nel 1998. Il loro scopo è sostenere i gruppi «vulnerabili» (bambini, anziani e persone con disabilità), le famiglie e le comunità svantaggiate. Si distinguono i soci effettivi, beneficiari dei servizi, dai soci volontari, che apportano beni o servizi a titolo gratuito. Nel 1999 è stato elaborato uno status di cooperativa sociale a responsabilità limitata; è stato inoltre creato lo status di cooperativa multiservizi, utilizzato nello sviluppo locale. In Francia, nel 2001 è stata adottata una legge sulle società cooperative di interesse collettivo.
Parallelamente a questo percorso evolutivo che vede protagonista la forma cooperativa, la nozione di impresa sociale ha conosciuto un’affermazione sorprendente su entrambe le sponde dell’Atlantico. Inizialmente, negli Stati Uniti, con un’impronta imprenditoriale: l’intento delle grandi università (prima fra tutte la Harvard Business School, che lanciò la Social Enterprise Initiative nel 1993, seguita da Columbia e Yale) era dimostrare che lo spirito d’iniziativa e la propensione al rischio non sono una prerogativa esclusiva delle imprese a scopo di lucro. Il concetto fu poi ripreso nel Regno Unito, dove il governo lanciò la Coalition for Social Enterprise e la Social Enterprise Unit per sostenere queste imprese, stimate in 5.300, prima di introdurre nel 2005 lo status di community interest company.
Il capitalismo contemporaneo si fonda meno sullo scambio di beni al fine di accumulare capitale e più sulla capacità permanente di generare innovazione, che si dispiega al suo interno. L’accumulazione di capitale dipende profondamente dall’accumulazione di conoscenza. Questo nuovo regime, succeduto al cosiddetto modello fordista del boom del dopoguerra, è stato definito capitalismo patrimoniale o azionario, ed è legato a numerose innovazioni nel lavoro (just-in-time, reengineering, total quality management), nei prodotti finanziari (derivati, piani di risparmio dei dipendenti, fondi pensione) e nel commercio (internet, vendita online). In questo contesto, Muhammad Yunus, principale sostenitore del microcredito, afferma che il capitalismo è una struttura sviluppata solo a metà, che può essere degnamente completato da un’«impresa orientata a una causa anziché al profitto». Da questa imprenditorialità innovativa, definita «social business», ci si attende un «fiume di creatività… capace di cambiare il mondo». L’imprenditore sociale è in questa ottica considerato uno degli attori del sistema, che svolge un ruolo di catalizzatore del cambiamento sociale: è un agente del cambiamento che propone idee innovative per affrontare problemi sociali e ambientali. Questo capitalismo filantropico è sostenuto anche da donatori-investitori attenti all’impatto delle loro donazioni: è la «venture philanthropy», una filantropia modernizzata attenta alla valutazione dei risultati sociali dei propri contributi finanziari. Tale venture philanthropy è utilizzata come strumento per rilegittimare il capitalismo. Si accompagna all’idea che l’innovazione vada coltivata per creare valore economico e imprenditorialità, e che la crescita vada stimolata per risolvere i relativi problemi sociali e ambientali. Coimbatore Prahalad concordava con questa visione quando propose l’approccio della «base della piramide» (bottom of the pyramid, BoP), in cui le popolazioni più povere, i quattro miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al giorno, sono coinvolte come produttori e fornitori nelle catene del valore oppure come consumatori di prodotti e servizi. Ciò richiede che l’impresa cambi la propria percezione dei bisogni di queste persone per poterli soddisfare; secondo i suoi sostenitori, questo approccio è una leva potente, confermata da diverse storie di successo.
Sulla linea suggerita da Yunus, l’”appropriazione” dell’impresa sociale da parte della tecnocrazia è rappresentata simbolicamente dalla Social Business Initiative della Commissione Europea del 2011. Da un lato, la Commissione mette in luce la dimensione collettiva, partecipativa e democratica delle imprese sociali, rifacendosi al concetto di impresa sociale elaborato dalla rete di ricerca EMESE; dall’altro, adotta un termine, social business, che riflette un approccio nettamente diverso e, enfatizzando l’imperativo dell’innovazione, finisce per sottovalutare l’importanza della promozione della giustizia sociale.
Come affermano chiaramente Giulia Galera e Gianfranco Marocchi, essa conferma la confusione prevalente tra impresa sociale, innovazione sociale e social business.
Favorisce un’impresa orientata a una causa anziché al profitto, ma funzionante secondo i principi di gestione prevalenti nell’impresa tradizionale. Le questioni politiche insite nelle cooperative vengono dimenticate; si presume che un social business copra interamente i propri costi. La non distribuzione degli utili dovrebbe quindi essere legata all’autofinanziamento, per introdurre «i vantaggi dei mercati concorrenziali nel campo del progresso sociale». L’entusiasmo di cui si è detto è percepibile nella frase: «quando il concetto di social business sarà ben conosciuto e comincerà a diffondersi in tutte le economie di libero mercato del mondo, il fiume di creatività che questo nuovo canale d’impresa libererà avrà il potenziale di trasformare il nostro mondo».
Il social business promosso da Yunus vanta un approccio manageriale allineato a quello delle imprese capitaliste, arrivando a costituire un nuovo capitalismo con finalità sociale, in partenariato con grandi gruppi attenti alla propria responsabilità sociale. Questa retorica dell’impresa sociale porta con sé un isomorfismo mimetico e normativo. Oggettiva e neutrale in apparenza, è in realtà mossa da un razionalismo utilitaristico, orientato alla performance negli strumenti che prescrive, come il marketing della base della piramide e le metriche di impatto basate su un doppio o triplo bottom line (double o triple bottom line). A ciò si aggiungono iniziative che portano alla finanziarizzazione dell’azione sociale attraverso i social impact bond, con estensioni alla cultura e alla solidarietà internazionale.
L’approccio del social business si contrappone alla burocrazia pubblica e al settore privato indipendente. Le iniziative private a orientamento sociale dovrebbero cooperare e risultare coerenti tra loro, come propongono i modelli del social business, della venture philanthropy e della base della piramide. Da questo punto di vista, social business e base della piramide formano un sistema coerente con la responsabilità sociale d’impresa. Il nuovo spirito del capitalismo combina un discorso umanistico sulla società con una rinnovata competitività, entrambi correlati a un alto livello di innovazione sociale. L’obiettivo è rivendicare il potenziale di autoregolazione e autocorrezione insito nella relazione di mercato e nell’azione imprenditoriale.
Questa retorica dell’impresa sociale elimina il riferimento alla pluralità di stakeholder e riduce l’impresa sociale a un’impresa a vocazione sociale, sostenendo la mobilitazione di risorse di mercato e la convergenza con le imprese a scopo di lucro.
Ciò ha conseguenze pesanti.
Rispetto ai beneficiari serviti, questo reintroduce nei loro confronti una forma di paternalismo. Ed è così che, con l'obiettivo del millennio, all’inizio del XXI secolo, le strategie di riduzione della povertà subentrano ai programmi di aggiustamento strutturale divenuti popolari sulla scia del Washington Consensus. La retorica ha certamente adottato inclusione, empowerment e sicurezza economica, ma senza mettere in discussione la deregolamentazione dei mercati e le politiche macroeconomiche di austerità. In questo modello, l’accesso al mercato fornisce la risposta a quelli che venivano considerati i problemi individuali. L’unico scopo dell’impresa sociale diventa in questa prospettiva generare percorsi di apprendimento e favorire l’acquisizione di competenze a livello micro, senza considerare l’allocazione delle risorse a livello macro.
L’argomento utilizzato è un’apologia dell’iniziativa privata, che unisce reattività e prossimità, contrapponendola all’iniziativa pubblica identificata con la burocrazia. La conseguenza, come osservano Defourny e Nyssens, può essere «un processo di gerarchizzazione e selezione delle sfide sociali in base alla misura in cui esse possono essere affrontate in modalità imprenditoriale e di mercato».
Questo approccio all’impresa sociale scoraggia qualsiasi riflessione sui problemi di potere. Opta per l’empirismo ed evita qualsiasi teoria che non sia orientata al management o che si collochi al di fuori del mainstream economico. Trascura i dati sociologici e antropologici sulla struttura delle relazioni sociali. Dimostra fino a che punto la soluzione dell’impresa sociale sia espressione di approcci molto diversi e, in questo caso, sia plasmata dai modi di pensare tipici del mondo anglosassone. L’attenzione agli attori privati, unita al ragionamento microeconomico, mette in evidenza il pregiudizio culturale che guarda all’impresa sociale solo attraverso la sua funzione. Questa visione dell’impresa sociale finisce per essere interamente assorbita dal nuovo capitalismo, di cui costituisce semplicemente la componente sociale. In un periodo in cui le persone fortemente colpite dalla globalizzazione esprimono un profondo disagio nei confronti del sistema economico, questo approccio all'impresa sociale è orientato a pacificare la società ricorrendo ad una sorta di remake della filantropia, eludendo così il conflitto politico. Sostituisce la logica manageriale alle azioni in difesa dei diritti umani.
In una prospettiva internazionale, questa retorica genera una distorsione dovuta alla predominanza dell'impostazione anglosassone del dibattito, che porta a una depoliticizzazione con altre conseguenze, sintetizzate da Luciane Lucas dos Santos e Swati Banerjee.
Queste studiose sottolineano l’eccessiva attenzione alle risposte tecniche e alla performance. Le soluzioni elaborate dalle collettività stesse, che richiedono inevitabilmente più tempo per potersi esprimere, sono sovente disprezzate e sostituite da risposte tecniche più rapide al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati. Questa eccessiva attenzione alla performance andrebbe esaminata con maggiore cura, poiché introduce criteri universalizzati su cosa sia un buon risultato da raggiungere, senza tener conto dei contesti locali.
Le persone subalterne sono sottorappresentate nei processi decisionali e questa condizione può essere superata solo attraverso processi più partecipativi, che richiedono tempo e non sono nella maggioanza dei casi compatibili con i tempi dei finanziatori.
Manca inoltre un’attenzione alle questioni di genere. Nonostante le donne rappresentino una larga parte della forza lavoro, i dibattiti teorici su questo tema non sono informati da una prospettiva femminista, che potrebbe offrire una serie di contributi critici: da letture diverse di che cosa sia l’economia al riconoscimento della sfera domestica nell’approvvigionamento quotidiano.
La retorica tecnocratica è così potente da generare un forte isomorfismo di mercato nelle pratiche delle imprese sociali, che sono condizionate fortemente dalle logiche della performance, dell’efficienza e dell’efficacia. Divenendo in un certo modo funzionale al sistema dominante, ed essendo in molti contesti focalizzata solo sull’inserimento lavorativo, l’impresa sociale rischia di integrarsi in un mondo tecnocratico che non può che generare rabbia tra i cittadini e provocare una crescita delle reazioni populiste e demagogiche.
In un momento di rinnovata tensione tra capitalismo e democrazia, l’impresa sociale deve evitare di diventare un’economia di serie B per i poveri. La soluzione non è operare alla stregua di un prestatore di servizi subappaltati a basso costo dalle autorità pubbliche, senza alcuna capacità di negoziare le condizioni di tali affidamenti.
Per essere coerente con la propria storia, l’impresa sociale deve trovare il modo di contribuire a un’economia che sia "re-embedded" nella democrazia, o addirittura se si pone come figura prefigurativa di un sistema socio-economico inclusivo, volto a sradicare la povertà senza attendere una nuova crescita, come affermato in un recente rapporto delle Nazioni Unite (2026).
Per reincorporare l’impresa sociale nella democrazia, riformulando l’azione collettiva al di là della retorica tecnocratica, è necessario riflettere su una serie di condizioni.