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ISSN 2282-1694
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Numero 3 / 2026

Saggi

Geografie della cooperazione territoriale in Francia: le société coopérative d’intérêt collectif francesi

Desiree Saladino

Abstract

Il contributo propone un approfondimento sulle Sociétés Coopératives d’Intérêt Collectif (SCIC), forma cooperativa introdotta in Francia nel 2001 e riconosciuta come uno degli strumenti più significativi dell’économie sociale et solidaire. L’articolo analizza le SCIC come forma di impresa collettiva territorialmente radicata, ponendo particolare attenzione al ruolo del territorio nella definizione dell’interesse collettivo, delle missioni organizzative e delle pratiche di governance. Attraverso una revisione della letteratura, l’analisi della normativa nazionale francese e l’elaborazione di dati relativi alla diffusione territoriale, alle caratteristiche organizzative e agli ambiti di intervento delle SCIC, il contributo ne ricostruisce le principali peculiarità ed evidenzia le relazioni con i processi di sviluppo locale. I risultati mostrano che le SCIC si configurino quali dispositivi di cooperazione multi-attore orientati alla produzione di beni e servizi di interesse collettivo, caratterizzati da un forte radicamento territoriale e dalla capacità di costruire partenariati tra cittadini, enti pubblici, imprese e organizzazioni della società civile. Più che rispondere esclusivamente a condizioni di marginalità, esse rappresentano uno strumento ordinario di organizzazione dell’azione collettiva e di gestione di bisogni territoriali diversificati. Presentando al pubblico italiano un modello ancora poco conosciuto, l’articolo offre nuovi elementi interpretativi per riflettere sull’evoluzione delle forme cooperative e sul ruolo delle politiche di sviluppo locale nella promozione di forme innovative di governance territoriale.

Parole chiave: Cooperative di comunità; Économie sociale et solidaire; Sviluppo locale; Territorialità; Governance multi-attore.

1. Introduzione

Il presente contributo propone un approfondimento sul caso francese delle Sociétés Coopératives d’Intérêt Collectif (SCIC), forma cooperativa istituita con la legge del 17 luglio 2001 e successivamente inserita, con la legge sull’économie sociale et solidaire (ESS) del 2014, in un più ampio quadro di riconoscimento delle imprese a finalità sociale.

La Francia costituisce, da questo punto di vista, un contesto particolarmente interessante: le SCIC vantano una storicità superiore ai trent’anni, sono riconosciute ufficialmente come componente dell’économie sociale et solidaire e si inseriscono in un ecosistema istituzionale composto da reti nazionali, organismi di rappresentanza e strutture di accompagnamento. Tali condizioni rendono possibile osservare traiettorie evolutive di lungo periodo e un elevato livello di integrazione nelle politiche pubbliche (tabella 1).

Tabella 1 – Criteri e declinazioni del contesto francese

Criterio di analisi

Francia

Quadro normativo

Legge nazionale (2001) che definisce in modo univoco le SCIC e ne chiarisce finalità e caratteristiche

Storicità del fenomeno

Fenomeno presente da oltre trent’anni; traiettorie evolutive osservabili nel lungo periodo

Riconoscimento istituzionale

Riconoscimento ufficiale come componente dell’économie sociale et solidaire (legge 2014)

Ecosistema di supporto

Strutturato: reti nazionali, attori intermedi, organismi di rappresentanza

Integrazione nelle politiche di sviluppo

Istituzionalmente possibile e legittimata (es. Pôles Territoriaux de Coopération Économique).

 

2. Imprese collettive e territorio: un quadro teorico

Interrogarsi sul rapporto tra imprese collettive e territorio significa innanzitutto chiedersi a quali condizioni un’impresa possa essere definita “territoriale”. La letteratura sull’economia sociale e solidale e sullo sviluppo locale converge nell’individuare tale carattere non in un dato di localizzazione, ma in una relazione costruita: un’impresa è territoriale quando la propria finalità, la propria governance e le proprie attività sono orientate a rispondere a bisogni collettivi situati, mobilitando risorse – materiali e immateriali – proprie del contesto in cui opera.

In questa prospettiva risulta utile il concetto di embeddedness territoriale, che descrive il grado in cui un’organizzazione economica risulta incorporata nelle reti sociali, istituzionali e relazionali di un dato contesto, distinguendo tra un radicamento meramente localizzativo e un radicamento sostanziale, fondato sulla costruzione di legami durevoli con attori e risorse locali. Il legame tra impresa e luogo può, inoltre, essere articolato secondo paradigmi differenti: la nozione di enracinement (radicamento) rimanda a un legame stabile e strutturale, tendenzialmente esclusivo, che affonda le proprie radici nella storia e nell’identità di un luogo; quella di ancrage (ancoraggio) descrive un legame di natura più congiunturale, frutto di una scelta soggettiva degli attori che decidono di stabilizzarsi in un dato contesto senza per questo escludere la mobilità; quella di amarrage (ormeggio), infine, indica una connessione funzionale a dispositivi e infrastrutture già presenti nel territorio, propria di soggetti “geograficamente plurali” (Debarbieux, 2014). Questa triade concettuale consente di superare una visione statica del radicamento territoriale e di leggere le imprese collettive come dispositivi capaci di produrre configurazioni differenziate del legame con il luogo.

Un ulteriore contributo interpretativo proviene dalla nozione di operatore territoriale, definito come un’organizzazione costituita ad hoc, capace di coordinare attori eterogenei – pubblici e privati, locali e sovralocali – attorno alla costruzione e alla gestione di una risorsa territoriale, esercitando funzioni di intermediazione tra saperi endogeni ed esogeni, tra progetti innovativi e traiettorie storiche del territorio, tra norme formali e informali (Durand, Landel, 2020). In questa lettura, il territorio non costituisce uno sfondo passivo dell’azione imprenditoriale, ma l’esito di un processo di costruzione sociale in cui le risorse – anch’esse non date, ma “rivelate” dall’azione collettiva (Zimmerman, 1951; Durand et al., 2024) – vengono attivate, negoziate e messe in valore da una pluralità di attori.

Questa prospettiva permette di interrogare il rapporto tra impresa cooperativa e sviluppo locale non semplicemente in termini di prossimità geografica, ma come esito di una governance multi-attore orientata all’utilità collettiva, alla mobilitazione di risorse locali e alla costruzione di legami di fiducia e reciprocità tra soggetti diversi. È entro questa cornice teorica che si colloca l’analisi delle SCIC proposta nel presente contributo.

3. Metodologia

L’indagine adotta un impianto metodologico integrato, che combina analisi bibliografica, analisi normativa e un approfondimento empirico di natura sia qualitativa sia quantitativa sul fenomeno delle SCIC in Francia.

La revisione della letteratura ha riguardato i principali contributi scientifici francesi e internazionali dedicati alle SCIC, con particolare attenzione ai temi del radicamento territoriale, dell’innovazione sociale, della governance multi-stakeholder e della risorsa territoriale. L’analisi normativa ha, invece, riguardato i principali riferimenti legislativi che disciplinano le SCIC – in primo luogo la legge n. 624 del 17 luglio 2001, istitutiva dello status cooperativo, e la legge n. 856 del 31 luglio 2014 relativa all’économie sociale et solidaire – attraverso una metodologia qualitativa di analisi testuale dei contenuti, volta a verificare la presenza, diretta o indiretta, di riferimenti al territorio, alla comunità e allo sviluppo locale.

La caratterizzazione quantitativa del fenomeno si basa su un database aggiornato al 2024, fornito dalla rete nazionale di rappresentanza Les SCIC et SCOP, comprensivo sia delle cooperative affiliate sia di quelle non aderenti alla rete. I dati sono stati elaborati e spazializzati tramite software GIS e confrontati con la griglia di densità comunale elaborata dall’INSEE, al fine di analizzare la distribuzione territoriale del fenomeno lungo il gradiente urbano-rurale. La scelta di estendere l’analisi all’intero del territorio nazionale, anziché limitarla ai soli contesti rurali, risponde all’assenza di una classificazione istituzionale delle aree marginali comparabile a quella italiana e alla natura intrinsecamente trasversale dello strumento SCIC, che non presuppone una vocazione territoriale predefinita.

4. Le SCIC: origini, evoluzioni e caratteristiche

4.1 Origini: contesto di nascita e rapporto con l’economia sociale e solidale

Le prime riflessioni sulle SCIC risalgono alla fine degli anni Novanta[1], in un contesto segnato da profonde trasformazioni del modello d’impresa e da una crescente attenzione verso forme organizzative capaci di coniugare finalità economiche e utilità sociale. Un momento fondativo è rappresentato dal Congresso delle SCOP (Sociétés Coopératives et Participatives) tenutosi a Lille nel 1997, in cui vennero avviate le prime riflessioni su nuove forme di cooperazione, seguite l’anno successivo da un progetto di adattamento promosso dal Conseil Général dell’Hérault, esplicitamente ispirato al modello italiano delle cooperative sociali.

Il percorso che condusse alla definizione dello status SCIC non nacque, tuttavia, soltanto in seno al movimento cooperativo, ma si alimentò attraverso l’incontro tra due riflessioni parallele: da un lato, quella promossa dal movimento delle SCOP, dall’altro, quella maturata all’interno del mondo associativo francese, alla ricerca di una forma giuridica capace di consolidare, patrimonializzare e rendere più stabili sul piano economico numerose esperienze già attive sul territorio in forma di associazione. Un contributo determinante in questo senso venne dal rapporto elaborato dall’economista Alain Lipietz su incarico del Governo, che orientò il dibattito verso una soluzione di adattamento piuttosto che verso la creazione di una forma giuridica interamente nuova: la futura impresa avrebbe potuto configurarsi come evoluzione di un’associazione o di una cooperativa preesistente, a condizione di dotarsi di un capitale sociale e di consentire il coinvolgimento attivo di utenti, dipendenti e volontari nella propria gestione. Questa impostazione trovò un ulteriore momento di confronto negli incontri regionali sull’economia sociale e solidale organizzati nel 2000, nel corso dei quali lo statuto SCIC emerse come la soluzione giuridica più coerente con le istanze provenienti tanto dal movimento cooperativo quanto da quello associativo.

Tale doppia matrice – cooperativa e associativa – si riflette ancora oggi nella normativa vigente, che disciplina esplicitamente la possibilità di trasformare un’associazione (o un’altra forma cooperativa) in SCIC senza la costituzione di una nuova persona giuridica, con il mantenimento degli accreditamenti e delle autorizzazioni già ottenuti, ad esempio, in ambito educativo, sanitario o dell’educazione popolare. La trasformazione richiede la conversione delle quote associative in quote cooperative, con possibilità di opposizione da parte dei soci contrari, e consente all’organizzazione trasformata di continuare a beneficiare di sovvenzioni pubbliche, purché lo statuto risulti conforme alle condizioni previste dalla legge. Questa possibilità non è marginale: circa un quarto delle SCIC attualmente attive in Francia deriva proprio dalla trasformazione di associazioni o cooperative preesistenti (cfr. § 6), a conferma di come il modello SCIC abbia rappresentato, fin dalle sue origini, uno strumento di consolidamento giuridico ed economico per esperienze collettive già radicate nei territori – una dinamica che presenta significative analogie con il percorso di molte cooperative di comunità italiane, anch’esse spesso originate dalla trasformazione di preesistenti realtà associative.

Il percorso, alimentato da una ricerca-azione nazionale e da un dibattito giuridico condotto sotto l’egida del movimento cooperativo francese, si concluse nel 2001 con l’approvazione della legge che modificò la normativa cooperativa del 1947 e istituì formalmente lo status di SCIC.

Le SCIC nascono, dunque, come esito di un processo che intreccia sperimentazione territoriale, ispirazione internazionale – con un significativo debito verso l’esperienza italiana – e riforma legislativa, configurandosi fin dall’origine come strumento orientato allo sviluppo territoriale e alla cooperazione multi-attore. A differenza delle SCOP, il cui obiettivo principale è la creazione e il mantenimento dell’occupazione per i lavoratori soci, le SCIC nascono per rispondere a bisogni collettivi di un territorio e della comunità che lo abita, distinguendosi per una governance che riunisce categorie di soci eterogenee anziché una sola tipologia di attore.

Il legame con l’économie sociale et solidaire si è progressivamente rafforzato: se la legge del 2001 definisce le SCIC come società finalizzate alla produzione di beni e servizi di interesse collettivo, è con la legge n. 856 del 2014 che le SCIC vengono esplicitamente riconosciute come una delle forme giuridiche attraverso cui l’ESS si concretizza sul territorio, condividendone i tre principi fondativi: il perseguimento di un’utilità sociale prevalente sulla distribuzione di profitto, una governance democratica fondata sulla partecipazione dei soci a prescindere dal capitale investito e una gestione a lucratività limitata, con reinvestimento prioritario degli utili.

4.2 Principi organizzativi: assetto multistakeholder, governance e interesse collettivo

Il tratto distintivo delle SCIC risiede nell’assetto multistakeholder (multisociétariat nella terminologia francese), ossia nell’obbligo statutario di prevedere la presenza di almeno tre categorie di soci. Tra queste, sono obbligatoriamente ricomprese i lavoratori (o produttori del bene o del servizio) e i beneficiari (utenti, clienti o consumatori), mentre la terza categoria può includere altri portatori di interesse, quali volontari, associazioni, imprese private ed enti pubblici territoriali, questi ultimi autorizzati a detenere fino al 50% del capitale sociale. Questa architettura, definita in letteratura come dispositivo “multi-partenariale” (Richez-Battesti, Itçaina, 2022), trasforma l’impresa in un operatore di prossimità che eleva l’interesse collettivo a responsabilità territoriale condivisa, fungendo, al contempo, da garanzia contro l’appropriazione privata del progetto cooperativo.

La governance si fonda sul principio “una persona, un voto”, spesso declinato attraverso la suddivisione in collegi di voto ponderati – con soglie comprese tra il 10% e il 50% per categoria – che impediscono a qualunque componente, inclusi gli enti pubblici o i grandi finanziatori, di esercitare un’egemonia decisionale. Il modello economico è definito da una parte della letteratura come “acapitalistico” (Draperi, 2016): la normativa impone di destinare almeno il 57,5% degli utili annuali a riserve indivisibili, non distribuibili ai soci, e limita fortemente la remunerazione del capitale, orientando l’impresa verso la capitalizzazione sociale piuttosto che verso la massimizzazione del profitto.

Sul piano funzionale, la letteratura attribuisce alle SCIC un’estrema eterogeneità di ambiti di intervento – servizi di prossimità, transizione ecologica ed energetica, filiere agroalimentari, cultura e produzione simbolica, terzi luoghi, ricerca e formazione territoriale – a conferma di una multifunzionalità che le rende meno assimilabili a imprese mono-settoriali e più vicine a infrastrutture sociali e organizzative capaci di adattarsi a bisogni locali diversificati (Draperi, 2016; Magne, Vallade, 2017; 2026).

 

Tabella 2 – Sintesi delle principali caratteristiche giuridico-organizzative delle SCIC

Elemento

Caratteristica

Forma giuridica

Société Anonyme (SA), Société par Actions Simplifiée (SAS) o Société à Responsabilité Limitée (SARL), iscritta al Registro del commercio

Categorie di soci

Minimo tre: lavoratori/produttori del bene o servizio, beneficiari (utenti, clienti, consumatori) e una categoria facoltativa (volontari, associazioni, imprese, enti pubblici fino al 50% del capitale). Di cui obbligatoriamente: i beneficiari, ovvero coloro che beneficiano regolarmente, a titolo gratuito o a pagamento, delle attività della SCIC; i dipendenti; e i produttori di beni o servizi per la cooperativa. Questa categoria risulta obbligatoria laddove la cooperativa non ha dipendenti

Governance

Principio “una persona, un voto”; possibile suddivisione in collegi con peso ponderato tra il 10% e il 50%

Riserve

Obbligo di destinare almeno il 57,5% degli utili annuali a riserve indivisibili, elevabile fino al 100%

Remunerazione del capitale

Limitata o assente; divieto di rivalutazione del valore nominale delle quote sociali

 

4.3 Attori coinvolti: cittadini, enti locali, imprese, associazioni

La possibilità per le collettività pubbliche di partecipare al capitale sociale – fino al 50%, soglia elevata rispetto alla versione originaria della legge del 2001 e ampliata con la riforma del 2014 – costituisce uno degli elementi più distintivi del modello, poiché istituzionalizza il partenariato tra comunità locale e amministrazione pubblica all’interno della medesima compagine sociale. Accanto agli enti pubblici, la base sociale delle SCIC comprende tipicamente cittadini-investitori, imprese private, associazioni e organizzazioni della società civile, secondo un modello di finanza solidale e partecipativa che consente ai risparmiatori locali di investire direttamente in progetti di utilità collettiva. Tale pluralità di attori non è meramente formale: la letteratura sottolinea come la capacità delle SCIC di generare valore territoriale dipenda in larga misura dall’effettiva mobilitazione – e non dalla semplice presenza statutaria – di queste categorie di soci nei processi decisionali e operativi.

4.4 Il ruolo della comunità

Se il quadro giuridico definisce con precisione le categorie di soci e le regole di governance, esso lascia sostanzialmente implicita la nozione di comunità territoriale di riferimento, non specificando criteri per la sua identificazione. Il ruolo della comunità emerge, piuttosto, dalla pratica: dalla capacità delle SCIC di attivare processi di partecipazione – cantieri partecipativi, campagne di raccolta fondi, iniziative di animazione territoriale, programmi di volontariato – capaci di trasformare i beneficiari e i soci in soggetti attivi della rigenerazione territoriale, e di ricostruire legami sociali attraverso il recupero di spazi di prossimità e di socialità. In questo senso, la comunità nelle SCIC non è un dato preesistente da rappresentare, ma un esito parzialmente costruito dall’azione stessa della cooperativa.

5. Il quadro normativo delle SCIC

Il quadro giuridico delle SCIC si è progressivamente stratificato a partire dalla legge istitutiva del 2001, che ha modificato la disciplina cooperativa generale risalente al 1947, fino agli interventi più recenti – tra cui il decreto n. 1381 del 2015, relativo al dettaglio statutario delle attività cooperative, e le leggi del 2022 riguardanti rispettivamente il rafforzamento delle SCIC nel settore sportivo e la disciplina dei rapporti con le collettività locali. L’analisi testuale dei due principali riferimenti normativi – la legge del 2001 e la legge sull’ESS del 2014 – condotta secondo una metodologia qualitativa di analisi dei contenuti, consente di precisare in che misura il territorio compaia, esplicitamente o implicitamente, all’interno del dettato legislativo.

La legge del 2001 definisce le SCIC come società finalizzate alla produzione di beni e servizi di interesse collettivo con utilità sociale, disciplinandone con precisione la struttura societaria (le forme giuridiche ammesse sono la Société Anonyme, la Société par Actions Simplifiée e la Société à Responsabilité Limitée), le categorie di soci, il sistema di governance per collegi e gli strumenti di controllo interno, quali la revisione cooperativa e la revisione contabile. La normativa disciplina, inoltre, le modalità di trasformazione in SCIC di società e associazioni preesistenti, prevedendo la continuità della persona giuridica, la conversione delle partecipazioni societarie in quote cooperative e specifiche tutele per i soci dissenzienti. La trasformazione consente, inoltre, di conservare gli accreditamenti, le autorizzazioni e gli eventuali benefici pubblici già acquisiti, favorendo la continuità operativa dell’organizzazione nel rispetto dei principi cooperativi.

Ciò che emerge con chiarezza è, tuttavia, l’assenza di una definizione esplicita di comunità territoriale di riferimento: la legge privilegia un approccio istituzionale e organizzativo – fondato sulla pluralità di soci e sulla partecipazione degli enti pubblici – più che processuale o esplicitamente place-based, lasciando alla prassi organizzativa delle singole cooperative il compito di tradurre in pratica concreta la dimensione territoriale.

Diversa è la situazione con la legge sull’ESS del 2014, che inquadra le SCIC come una delle forme giuridiche attraverso cui l’economia sociale e solidale si concretizza sul territorio e che introduce un riferimento più esplicito ai concetti di coesione territoriale e di sviluppo locale sostenibile, pur senza istituire strumenti di pianificazione territoriale in senso proprio. È in questa legge che trova collocazione lo strumento dei Pôles Territoriaux de Coopération Économique (PTCE), reti territoriali che aggregano imprese dell’ESS, enti locali, centri di ricerca e altri soggetti pubblici e privati attorno a progetti di sviluppo condivisi. I PTCE non si pongono in posizione gerarchica rispetto alle SCIC, ma costituiscono una piattaforma di cooperazione sistemica alla quale le SCIC possono partecipare come attori fondanti o partner, rafforzando la propria capacità di accesso a finanziamenti pubblici ed europei.

Nel complesso, il quadro normativo francese riconosce con precisione il fenomeno SCIC sul piano organizzativo e sociale, ma relega la dimensione territoriale a un ruolo relativamente implicito. Tale scostamento tra norma e pratica costituisce uno degli elementi che motivano l’approfondimento empirico condotto nelle sezioni successive.

6. La geografia del fenomeno

L’analisi della distribuzione territoriale delle SCIC restituisce un quadro di un fenomeno in costante espansione: al 2024 risultano attive in Francia circa 1.490 cooperative, delle quali poco più della metà aderenti alla rete nazionale di rappresentanza. La diffusione del modello, sostanzialmente marginale fino ai primi anni Duemila, ha conosciuto un’accelerazione a partire dal 2015 – verosimilmente in relazione all’approvazione della legge sull’ESS del 2014 – fino a raggiungere il proprio picco nel 2021, l’anno successivo alla pandemia di coronavirus (figura 1).

 Figura 1 – Evoluzione del numero di SCIC costituite in Francia, 1978-2024 (elaborazione su dati Les SCIC et SCOP, 2024)

Dal punto di vista della genesi organizzativa, il 70% delle SCIC nasce come iniziativa ex novo, mentre circa un quarto deriva dalla trasformazione di associazioni o cooperative preesistenti: un dato che suggerisce come il modello venga adottato tanto come strumento di innovazione imprenditoriale intenzionale quanto come esito della formalizzazione di iniziative collettive già attive nei territori – una dinamica che trova significative analogie nel percorso di molte cooperative di comunità italiane, spesso originate dalla trasformazione di preesistenti realtà associative.

Quanto alla distribuzione spaziale, il confronto con la griglia di densità comunale dell’INSEE restituisce un quadro tripartito: le aree urbane dense concentrano il 45% delle SCIC pur rappresentando solo il 2% dei comuni francesi; le zone rurali ne ospitano il 31%, a fronte dell’88% dei comuni nazionali; le aree urbane intermedie il restante 24%. Tale asimmetria indica che la diffusione del fenomeno non è proporzionale alla popolazione o al numero di comuni, ma dipende piuttosto dalla densità delle relazioni sociali, istituzionali ed economiche disponibili in un dato contesto. Ne consegue un’evidenza rilevante: le SCIC non possono essere interpretate come una risposta specifica alla marginalità territoriale, a differenza di quanto avviene spesso per le cooperative di comunità italiane, quanto piuttosto come un dispositivo organizzativo capace di operare lungo l’intero gradiente urbano-rurale, la cui diffusione appare guidata più dalla disponibilità di capitale relazionale che dal grado di perifericità del contesto.

 Figura 2 – Distribuzione delle SCIC rispetto alla griglia di densità comunale INSEE, 2025

Anche la distribuzione settoriale conferma questa lettura: il 42% delle SCIC opera nel settore dei servizi, seguito da commercio (13%), istruzione e azione sociale (11%) e attività culturali e ricreative (8%), mentre i settori più capital-intensive – agricoltura, costruzioni, industria, trasporti – risultano marginali. Il modello SCIC trova, dunque, applicazione privilegiata in ambiti caratterizzati da forte componente relazionale e da compatibilità con strutture di governance multi-attore, piuttosto che in attività a elevata intensità di capitale fisso (figura 3).

Figura 3 – Distribuzione settoriale delle SCIC in Francia, 2024 (elaborazione su dati Les SCIC et SCOP, 2024)

7. La territorialità delle Société Coopérative d’Intérêt Collectif

Se la geografia del fenomeno restituisce la distribuzione spaziale delle SCIC, essa non è di per sé sufficiente a qualificarle come attori territoriali: la semplice localizzazione, per quanto informativa, non coincide con la territorialità. Per approfondire questo aspetto risulta utile interrogarsi non tanto su “dove” le SCIC si collocano, quanto su quale territorio esse immaginano e raccontano – ovvero su come costruiscono discorsivamente e praticamente il proprio rapporto con il luogo.

Tre livelli di territorialità possono essere distinti. Un primo livello riguarda la territorialità delle motivazioni: per quale ragione le SCIC nascono e quale problema locale intendono affrontare. L’analisi degli obiettivi sociali dichiarati mostra come la centralità della produzione di servizi di interesse collettivo e la risposta a bisogni non pienamente soddisfatti dal mercato o dall’intervento pubblico costituiscano il principale motore genetico di queste organizzazioni.

Un secondo livello concerne la territorialità delle missioni: a chi le SCIC si rivolgono, quale bene comune intendono produrre e quale interesse collettivo perseguono. La struttura multi-partenariale – che distingue un interesse collettivo interno, rivolto al benessere della base sociale, da un interesse collettivo esterno, rivolto alla comunità e al territorio (Draperi, Margado, 2016) – rende esplicita questa dimensione, orientando l’azione dell’impresa oltre la cerchia dei propri soci.

Un terzo livello, infine, riguarda la territorialità delle attività: quali servizi le SCIC offrono, quali funzioni svolgono e quali bisogni territoriali intercettano concretamente. È a questo livello che la letteratura registra la maggiore eterogeneità funzionale del modello, capace di combinare dimensioni economiche, sociali, ambientali e culturali all’interno di uno stesso progetto imprenditoriale.

Questa triangolazione trova conferma nell’applicazione delle categorie di enracinement, ancrage e amarrage proposte da Debarbieux (2014). Le SCIC costruiscono un radicamento strutturale attraverso forme di proprietà collettiva che sottraggono risorse alle logiche speculative del mercato, generano ancoraggio attraverso l’investimento volontario e intenzionale di cittadini, enti locali e imprenditori in un progetto comune, e producono ormeggio configurandosi come infrastrutture territoriali capaci di connettere soggetti mobili – oltre ai lavoratori e ai beneficiari, volontari, reti sovralocali – a nodi territoriali stabilizzati. In questa prospettiva, le SCIC si qualificano come operatori territoriali nel senso proposto da Durand e Landel (2020): non semplici imprese localizzate, ma dispositivi relazionali capaci di associare conoscenze endogene ed esogene, di inserire progetti innovativi nella lunga durata dei territori e di produrre – più che semplicemente occupare – la risorsa territoriale su cui operano.

8. Conclusioni: elementi di trasferibilità

8.1 Le peculiarità delle SCIC

I risultati dell’analisi condotta sul caso francese permettono di evidenziare alcuni aspetti peculiari, che possono essere di interesse per un pubblico italiano.

Un primo elemento riguarda l’origine del fenomeno. L’evidenza empirica mostra che, in Francia, la cooperativa territoriale non nasce necessariamente da condizioni di marginalità: le SCIC si distribuiscono lungo l’intero gradiente urbano-rurale e trovano nelle aree urbane dense una concentrazione persino superiore a quella osservata nei contesti rurali. Il caso francese suggerisce, quindi, che il modello cooperativo territoriale possa costituire uno strumento ordinario di organizzazione dell’azione collettiva, applicabile a una pluralità di contesti e di bisogni.

Un secondo elemento riguarda la concezione del territorio come spazio di costruzione, più che di semplice localizzazione, dell’interesse collettivo. L’analisi della territorialità delle motivazioni, delle missioni e delle attività mostra come il legame tra impresa e territorio non sia un dato preesistente, ma un esito prodotto attraverso pratiche concrete di attivazione, mediazione e messa in valore delle risorse locali.

Un terzo elemento riguarda la governance multi-attore, e in particolare la possibilità – esplicitamente prevista dalla normativa francese – che gli enti pubblici locali partecipino fino al 50% del capitale sociale della cooperativa. Tale meccanismo istituzionalizza un partenariato tra comunità e amministrazione.

Infine, il riconoscimento istituzionale delle SCIC come componente esplicita dell’économie sociale et solidaire – e la conseguente possibilità di accedere a strumenti di sostegno, reti di rappresentanza e dispositivi di programmazione come i PTCE.

8.2 Il contributo che le SCIC possono portare al dibattito nel nostro Paese

Il contributo ha proposto una lettura del modello SCIC come dispositivo d’impresa collettiva territorialmente radicata, evidenziando come il rapporto tra cooperazione e territorio si costruisca attraverso tre livelli – motivazioni, missioni e attività – che vanno oltre la semplice dimensione localizzativa. L’analisi ha mostrato che le SCIC si configurino quali operatori territoriali capaci di attivare risorse locali, mobilitare una pluralità di attori e produrre, più che semplicemente occupare, la territorialità in cui operano.

Sul piano del contributo scientifico, l’esperienza delle SCIC può arricchire il dibattito sulle imprese sociali, presentando un modello internazionale ancora poco esplorato nella letteratura nazionale, e propone una chiave interpretativa – fondata sulle nozioni di enracinement, ancrage e amarrage e sul concetto di operatore territoriale – potenzialmente applicabile anche alla lettura del caso italiano.

Sul piano dell’utilità per il dibattito sulle politiche e sulle strategie, l’esperienza francese suggerisce alcuni possibili elementi di riflessione: il valore di una governance multistakeholder che preveda esplicitamente la possibilità di partecipazione degli enti pubblici locali al capitale sociale; l’importanza di un ecosistema di supporto strutturato – reti nazionali, strumenti di finanza solidale, servizi di accompagnamento – capace di sostenere il consolidamento delle esperienze cooperative nel tempo; e, non da ultimo, il valore di un riconoscimento istituzionale esplicito all’interno del perimetro dell’economia sociale e solidale.

Il contributo presenta, tuttavia, alcuni limiti. L’analisi si è concentrata sul piano normativo e sulla caratterizzazione quantitativa del fenomeno a scala nazionale, senza sviluppare un confronto comparato, che resta un’importante direzione di ricerca futura. Ulteriori approfondimenti potrebbero, inoltre, indagare più nel dettaglio le condizioni di replicabilità del modello SCIC in contesti istituzionali differenti, il ruolo delle politiche di coesione territoriale nel favorirne l’integrazione e le forme concrete di partecipazione comunitaria che ne sostanziano, nella pratica quotidiana, la vocazione territoriale.

DOI: 107425/IS.2026.03.06

Bibliografia

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Draperi, J.-F. (2016). SCIC and Coop. Revue internationale de l’économie sociale, n. 340, pp. 4-5. https://doi.org/10.7202/1037396ar

Draperi, J.-F. & Margado, A. (2016). Les SCIC, des entreprises au service des hommes et des territoires. Revue internationale de l’économie sociale, n. 340, pp. 23-35. https://doi.org/10.7202/1037400a

Durand, L., Hirczak, M., Lapostolle, D. & Senil, N. (2024). Du développement aux transitions soutenables dans les territoires. Vers un renouvellement de la notion de la ressource territoriale. Géographie, Économie, Société, n. 26, pp. 211-230.

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Magne, N. & Vallade, D. (2017). Les SCIC françaises: raviver la fonction critique de l’économie sociale et solidaire? Interventions économiques, n. 57.

Magne, N. & Vallade, D. (2026). Les SCIC françaises: raviver la fonction critique de l’économie sociale et solidaire? Revue Interventions économiques, n. 74. https://doi.org/10.4000/15na9

Richez-Battesti, N. & Itçaina, X. (2022). Économie sociale et solidaire et responsabilité sociale des entreprises: quelle légitimation par le territoire? In Filippi, M. (a cura di). La responsabilité territoriale des entreprises. Le Bord de l’Eau, Territoires de l’ESS, pp. 111-146.

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Sitografia

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Les SCIC et SCOP – Rete nazionale di rappresentanza. https://www.les-scic.coop/presentation/Riferimenti normativi

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Legge n. 856 del 31 luglio 2014, relativa all’économie sociale et solidaire. https://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000029313296

[1] Cfr: https://www.les-scic.coop/histoire

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