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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  10 minuti
Argomento:  Esperienze
data:  12 ottobre 2020

L’impresa sociale come strumento per la coesione sociale e la pace: due storie latino-americane, dalla cooperazione internazionale allo sviluppo

Maura Viezzoli, Luigi Grando

In contesti geografici molto diversi da quello italiano, come quello latino-americano, quale funzione e valore aggiunto può avere la impresa sociale? Come si inserisce la valorizzazione dell’impresa sociale all’interno delle strategie di cooperazione internazionale? Ecco due esperienze.


Le due esperienze in Colombia di cui trattiamo riguardano entrambe aree del Paese caratterizzate da anni di conflitto ed estrema violenza, dove la cooperazione allo sviluppo ha inteso utilizzare la impresa sociale come dispositivo utile in termini di costruzione di coesione sociale e di diffusione di una politica di pace, oltre che come opportunità di reddito e di reinserimento nella vita civile. Entrambe sono state realizzate dal CISP-Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli, in collaborazione con altri soggetti, e sono state supportate dalla cooperazione internazionale italiana e dalla cooperazione allo sviluppo europea.


Il CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) è una organizzazione non governativa di cooperazione allo sviluppo che opera dal 1983. Con sede principale a Roma, è iscritta nell’Elenco delle Organizzazioni della società civile presso l’Agenzia di cooperazione interazionale allo sviluppo italiana (AICS). È attiva in 25 paesi con progetti di sviluppo e di aiuto umanitario finalizzati alla concreta attuazione del diritto allo sviluppo umano, alla sanità, al cibo e all’acqua, all’istruzione, al lavoro, alla pace, con particolare attenzione alle fasce più marginalizzate. www.sviluppodeipopoli.org


La cooperazione internazionale allo sviluppo italiana e le organizzazioni della società civile

La cooperazione internazionale allo sviluppo dell’Italia è parte integrante e qualificante della sua politica estera. Lo sradicamento della povertà, la riduzione delle disuguaglianze, la promozione dei diritti umani e dell’eguaglianza di genere, il sostegno alla democrazia e alla costruzione dello stato di diritto costituiscono i suoi obiettivi generali. Nel caso della Colombia, con cui l’Italia ha storici rapporti politici ed economici[1], il raggiungimento di una stabilità sociale e della pace nel paese è considerata premessa per uno sviluppo umano e sostenibile.

In questo processo, le organizzazioni della società civile (OSC)[2] grazie al loro radicamento nel territorio e ai rapporti di fiducia con le popolazioni, le associazioni e le autorità locali hanno un ruolo chiave. Ruolo che peraltro è coerente con la strategia italiana di costruire un sistema che coinvolga nuovi attori nelle attività di cooperazione: il settore profit, gli enti filantropici, le organizzazioni diasporiche, le Università e gli enti di ricerca, e soprattutto un insieme molto ampio di organizzazioni del Terzo Settore[3].

Alcuni dati di contesto sulla Colombia

Ogni progetto di sviluppo è diverso e deve essere contestualizzato rispetto al Paese e alla regione di intervento. La Colombia è un paese a reddito medio-alto con una democrazia che si poggia su solide istituzioni a livello centrale. È la terza economia dell'America Latina, con una crescita economica che negli ultimi 20 anni ha contribuito al miglioramento degli indicatori economici e sociali. Tra il 1990 e il 2017, l'indice di sviluppo umano (Isu) è passato da 0,592 a 0,747 (alto), i tassi di povertà sono scesi drasticamente dal 49,7% nel 2000 al 27,0% nel 2018 (7,2% in condizioni di povertà estrema). Tuttavia, esistono ancora notevoli disparità tra le aree urbane e rurali e tra i gruppi di popolazione. Ad esempio, le minoranze indigene registrano tassi di povertà superiori al 64%.

Nell'ultimo decennio, la Colombia è passata da essere un Paese con un conflitto armato interno che sembrava senza soluzione, alla firma e all'attuazione di un accordo di pace con il principale e più antico gruppo guerrigliero. L'accordo di pace raggiunto tra le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - Esercito Popolare (FARC-EP) e il governo è stato firmato il 24 novembre 2016 e ratificato dal Congresso il 30 novembre dello stesso anno.

L’economia sociale in Colombia

In questo complesso quadro, l’economia sociale, meglio conosciuta come economia solidale[4], rappresenta un settore di grande importanza, e contribuisce quasi al 3% del Prodotto Interno Lordo della Colombia, ed è presente nella maggior parte dei settori economici come la produzione, i trasporti, l'istruzione, la distribuzione di beni e servizi e la conservazione dell'ambiente, tra gli altri.

Il primo riferimento normativo relativo all’economia sociale risale al 1931 con l'emanazione della legge 134. Nel 1986 il concetto di Economia Solidale viene adottato formalmente con il decreto 2536 del 4 agosto. Con la legge 79/1988, sono state organizzate le forme di solidarietà delle cooperative, delle mutue e dei fondi dei lavoratori. Tuttavia, la mancanza di un quadro normativo organico che garantisse adeguati livelli di controllo, ha favorito l'informalità, portando a una crisi che ha colpito il sistema a livello nazionale.

In risposta a questa situazione è stata emanata la legge 454 del 1998, dove l'economia solidale è definita come il “sistema socio-economico, culturale e ambientale costituito dall'insieme delle forze sociali organizzate, in forme associative individuate da pratiche solidali autogestite, democratiche e umanistiche, senza fini di lucro per lo sviluppo integrale dell'essere umano come soggetto, attore e fine dell'economia”.

In generale, in Colombia il quadro di riferimento dell’economia solidale rimane estremamente diversificato e poco omogeneo[5]. Si passa, infatti, da realtà molto strutturate e di grande rilevanza in alcuni mercati, come COLANTA per il settore lattiero caseario, o molte realtà mutualistiche e di risparmio e credito, anche di grandi dimensioni; a una grande quantità di piccole cooperative, associazioni, imprese di economia comunitaria e solidale.

La situazione colombiana è coerente con l’evoluzione concettuale che ha portato l’America Latina a prendere le distanze dalla corrente europea dell'economia sociale; mentre l’impresa sociale europea è intesa infatti come soggetto economico con specifiche forme giuridiche e che risponde a determinati criteri definiti dalla legge, in America Latina il punto di partenza è il recupero di forme tradizionale di cooperazione a livello comunitario.  Le imprese sociali latinoamericane vedono quindi come protagonisti una complessa pluralità di attori, primi tra tutti le comunità (o nazioni) indigene, con la loro autonomia e riconoscimento legale (nel caso della Bolivia, della Colombia e dell’Ecuador si tratta di una garanzia costituzionale). Alcuni autori (cfr. Gaiger e Dos Anjos (2012), hanno evidenziato come siano sempre esistite “pratiche economiche basate sul lavoro e sostenute da vincoli di reciprocità, in cui la produzione materiale risponde a bisogni collettivi e ha un senso prevalentemente sociale". Le istituzioni socioeconomiche comunitarie delle Ande, ad esempio, fanno parte di queste pratiche economiche[6].

Tuttavia, anche se esistono delle profonde differenze, la relazione e contaminazione positiva tra Europa e America Latina si è affermata con forza. È sicuramente il caso della Colombia, dove sono stati realizzati diversi interventi di diffusione e tentativi di replica delle esperienze italiane nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo, realizzati sia da ONG che dalla cooperazione bilaterale e multi-bilaterale[7].

Due esperienze

In questo breve articolo ci soffermeremo su due esperienze, realizzate a grande distanza l’una dall’altra, che possono contribuire a mettere in evidenza come le azioni dal basso, anche se di piccole dimensioni, possono avere un impatto in termini di costruzione di coesione sociale e di diffusione di una politica di pace.

L’ostello della gioventù a Palomino, Sierra Nevada di Santa Marta

La prima iniziativa è stata realizzata negli anni ’90, nell’ambito del programma PTREV[8] della cooperazione bilaterale dell’Italia. Con questa iniziativa, si sono realizzati diversi tentativi di valorizzazione dell’esperienza della cooperazione sociale[9], lavorando in centri di cura, ospedali e con piccole comunità rurali. In quest’ultimo caso, il progetto ha riguardato un gruppo di giovani di un paesino della Guajira, ad alto rischio per la presenza di attività illegali come il narcotraffico, la guerriglia e il para-militarismo. Il lavoro svolto ha permesso di coinvolgere 20 ragazzi con età inclusa tra i 16 e i 20 anni, nella costruzione e gestione di un ostello della gioventù, in una zona vicina alla spiaggia di Palomino, sulle pendici della Sierra Nevada di Santa Marta, le cui varie attività economiche erano finalizzate all’eco-turismo. È stato possibile apprezzare appieno l’impatto di questo piccolo intervento solo dopo più di 10 anni dalla fine del progetto, quando, uno dei ragazzi, in occasione della sua laurea, ha voluto inviare un messaggio di ringraziamento ad uno dei responsabili. In quel messaggio, oltre a raccontare la storia del gruppo di ragazzi e le loro vicissitudini, si esprime un grande ringraziamento per aver lavorato alla costituzione di quella impresa sociale: “senza l’ostello della gioventù, saremmo tutti morti, con il vostro progetto ci avete salvato la vita, perché non ci siamo lasciati coinvolgere nel narcotraffico e nella guerra tra paramilitari e guerriglia”.

Il racconto di Jairo - questo il nome del ragazzo - dimostra in modo molto toccante due cose molto importanti. Da un lato, che i tempi di maturazione degli effetti dei progetti sono molto spesso diversi e più lenti rispetto alla tempistica amministrativa degli stessi. Questo evidenzia come sia molto importante nella gestione delle iniziative dedicare la giusta attenzione al modello organizzativo e alla costruzione del senso di comunità che è proprio del modello dell’impresa sociale. Infatti, il gruppo di ragazzi che si è creato intorno all’ostello ha trovato nel modello organizzativo dell’impresa sociale il giusto collante e la giusta dimensione per appropriarsi dell’iniziativa imprenditoriale come alternativa di vita e non solo come opportunità di guadagno economico. Il secondo aspetto riguarda il fatto che l’impresa sociale può essere una vera alternativa a comportamenti devianti e disgreganti e che, a volte, basta poco per lanciare un’ancora di salvataggio a tanti giovani e adulti che vivono, loro malgrado, al margine o, come ben descriveva Garcia Marquez in “Cento anni di solitudine”, “affacciati sul baratro dell’incertezza”.

Tra impatto economico e impatto sociale

In questo senso, la sostenibilità economica, che molto spesso è difficile da raggiungere (sicuramente nei tempi amministrativi dei progetti di cooperazione), trova un opportuno bilanciamento nella dimensione della partecipazione sociale e, questa combinazione, permette all’iniziativa imprenditoriale di continuare ad esistere e a diffondere benessere sociale nella comunità d’influenza. In questo modo, pur non disponendo di indici di reddittività economica e finanziaria pienamente soddisfacenti[10], l’impatto socioeconomico dell’impresa sociale si esprime anche attraverso quelle che potremmo definire “esternalità positive” che beneficiano la comunità e le famiglie. L’analisi che va fatta riguarda, secondo noi, la comparazione tra la situazione complessiva (sociale, economica, di sicurezza, emotiva, ecc.) di quelle famiglie con impresa sociale o senza impresa sociale.

Il fatto che l’impresa sociale oggetto dell’intervento abbia potuto contare sul sostegno della cooperazione internazionale e rivolgersi ad un pubblico anche internazionale, sono ulteriori elementi che hanno contribuito alla costruzione di una “zona di sicurezza” per i ragazzi coinvolti nel progetto. Tuttavia, rimane l’impostazione organizzativa dell’impresa stessa, con i processi democratici e partecipativi della gestione, come le pratiche solidali che ne sono derivate, ad essere il fattore di maggiore impatto per la continuità dell’iniziativa e per fargli svolgere questa funzione di protezione, questo ruolo di “alternativa” alla guerra e alla morte.

L’aspetto più interessante di questa esperienza riguarda il paradosso che ne ha decretato il successo. L’inasprimento del conflitto, così come la pressione economica del narcotraffico, avrebbero dovuto spingere l’impresa verso il fallimento e la chiusura. Infatti, per una impresa sociale che si dedica all’eco-turismo e che punta su una potenziale clientela nazionale e internazionale la mancanza di sicurezza rappresenta evidentemente un gradissimo problema che limita molto la presenza di turisti; nel contempo, i facili guadagni del narcotraffico avrebbero dovuto rendere comparativamente poco profittevole dedicarsi ad una attività ricettiva in periodo di guerra. Ne deriva che gli incentivi alla continuità dell’impresa sono arrivati non dal lato economico, ma dal lato sociale e comunitario, attivando un meccanismo di difesa e resilienza. L’ostello, con i 20 posti letto e una occupazione dell’80% in epoca di alta stagione, è diventato luogo di protezione, ambito di solidarietà, strumento di resistenza.

Dalla guerriglia al reinserimento nella società

Una seconda esperienza è dei giorni nostri, e riguarda il reinserimento degli ex-guerriglieri delle FARC[11], promosso nell’ambito di un progetto del Fondo per la Pace dell’Unione Europea[12]. Anche in questo caso si evidenzia l’importanza dell’approccio dell’impresa sociale come fattore di diffusione di benessere e coesione sociale, anche in presenza della pandemia da COVID19.

Il 29 gennaio 2017 una parte del Bloque Sur delle FARC, che aveva aderito agli accordi di pace ratificati nel 2016, si è trasferito alla località la Carmelita, municipio di Puerto Asis, Putumayo, frontiera sud della Colombia. Iniziava così per circa 700 guerriglieri, il processo di reinserimento alla vita civile.

Alla fine del 2018, passati quasi 2 anni da quell’ultima marcia guerrigliera, questi ex combattenti, ancora non hanno la certezza di un luogo dove vivere e di una terra dove radicarsi. Il principale problema è la mancanza di terra per coltivare, per avviare attività produttive, per ricominciare con attività legali e con dignità.

L’accordo di pace prevede che ogni guerrigliero possa contare su 8 milioni di pesos (circa 2.000 Euro) per avviare delle iniziative economiche. Il gruppo di ex guerriglieri decide di creare un fondo comune per avviare una cooperativa per la produzione di pesci. Il progetto e i soldi ci sono, manca la terra. È solo alla fine del 2018 che il sindaco di Puerto Guzman, località vicina alla Carmelita, offre un’area del suo municipio per permettere l’installazione della cooperativa. Inizia così il lavoro per l’avvio dell’impresa sociale, contando anche con l’appoggio della cooperazione dell’Unione Europea (progetto Puedes[13]) e delle Nazioni Unite, e si inizia a produrre solo nel 2020.

Purtroppo, insieme all’avvio delle attività produttive, sono iniziate le minacce e gli attentati. Fino ad oggi 4 soci, tra cui il presidente e la vicepresidente, hanno subito attentati con arma da fuoco e minacce di morte da parte di gruppi dissidenti che operano nella zona.

A marzo 2020 si sono verificati i primi casi di COVID19, che hanno creato ulteriore stress e problemi al funzionamento della cooperativa.

Anche in questo caso, la dura realtà di violenza e minacce e la situazione contingente della pandemia spingevano verso la chiusura ed il fallimento dell’iniziativa.

Invece, l’impresa sociale, dopo una serie di investimenti per la dotazione tecnologica e l’organizzazione della produzione e della commercializzazione, continua ad operare sul mercato ed è già riuscita a vendere più di tre tonnellate di pesci, quantità significativa per la produzione che avviene nella zona e per il breve periodo dall’avvio dell’impresa.

Le ragioni di questo successo non sono da ricercare solo nel mercato, ma hanno a che vedere con il modello organizzativo che la cooperativa ha oggi, e con gli stretti legami che ha intrecciato con il territorio e con la comunità della zona. Racconta Mario Cabal, coordinatore del progetto "Puedes": “gli ex-guerriglieri non parlano mai da soli. Nel caso del progetto di piscicoltura, ad esempio, si sono offerti di acquistare i pesci dai contadini che dispongono di stagni, per la commercializzazione. Li hanno anche aiutati con l'assistenza tecnica e alle riunioni partecipano i membri della cooperativa e gli agricoltori locali".

La struttura organizzativa della cooperativa, formalmente rispetta tutti i classici criteri del cooperativismo, sia dal punto di vista amministrativo che legale. Tuttavia, il gruppo di ex-guerriglieri ha adottato un sistema di gestione dove l’inclusione, la partecipazione, la parità di genere e la formazione continua, sono gli assi portanti.

Ancora una volta è l’approccio dell’impresa sociale, che privilegia le relazioni umane, la solidarietà, la condivisione e lo sviluppo territoriale, a fare la differenza.

Conclusioni

Esistono due punti di contatto tragici ma molto importanti tra la storia degli ex guerriglieri e quella raccontata da Jairo.

Da un lato, in entrambi i casi l’impresa sociale ha salvato la vita a molte persone. Infatti, è stata la solidarietà dei contadini beneficiati attraverso la commercializzazione del pesce e dalla presenza della cooperativa ad avvisare gli ex guerriglieri che stavano rischiando la vita. “Ojo que los están esperando para matarlos[14]” è una delle frasi con le quali i contadini avvisavano gli ex guerriglieri. Questa solidarietà, in un territorio pervaso dall’omertà e dall’individualismo, nasce dal lavoro realizzato per la ricostruzione di legami di fiducia tra le persone e verso le istituzioni, che l’approccio inclusivo dell’impresa sociale ha permesso di seminare e fare crescere nel territorio. Ed è la stessa solidarietà che ha permesso agli ex guerriglieri di chiedere ed ottenere protezione presso le autorità governative.

Dall’altro lato, è molto probabile che una parte degli ex guerriglieri oggi minacciati abbiano la stessa età di Jairo e che siano entrati nella guerriglia quando Jairo è stato coinvolto nel progetto dell’ostello della gioventù. Forse, ci piace pensare, un piccolo ostello sul rio Putumayo avrebbe cambiato la vita anche a loro.

[1] La Colombia è nella lista dei Paesi considerati prioritari dalla cooperazione internazionale italiana

[2] Le OSC sono un soggetto pienamente riconosciuto dalla cooperazione italiana. Con l’articolo 26 della Legge 125 del 2014, viene superata la vecchia “idoneità” a svolgere attività di cooperazione che – secondo la legge 49/87 - definiva le ONG (organizzazioni non governative di sviluppo) e si introduce la possibilità per “le organizzazioni della società civile e altri soggetti senza finalità di lucro”, tra cui le imprese sociali e le cooperative, di iscriversi ad un elenco di organizzazioni che possono accedere ai fondi della cooperazione internazionale per svolgere attività all’estero.

[3] Il nuovo quadro di riferimento italiano è coerente con l’Agenda 2030 del 2015, che con l’obiettivo 17 enfatizza d’importanza di costruire un vero partenariato per lo sviluppo multi-attore per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile per il pianeta.

[4] In America Latina c’è un grande dibattito relativamente a quella che si definisce “altra economia” e il concetto di economia solidale o economia popolare e solidale, sembra essersi affermato come prevalente rispetto all’economia sociale, che si considera troppo legata al paradigma neoliberale. Più precisamente, si ritiene importante evidenziare la componente popolare, comunitaria e indigena di una economia che deve essere “altra” rispetto al mercato e al paradigma dell’economia egemonica occidentale. In questo senso l’organizzazione produttiva e sociale tradizionale indigena, con la proprietà comunitaria delle terre, si riporta in molti casi come un riferimento per quanto relativo all’economia popolare.

[5] Secondo dati Confecoop, nel 2012 in Colombia esistevano un totale di 8.473 organizzazioni, con 1.140.797 soci e 522.614 impiegati.

[6] Il tema, qui accennato per contestualizzare le esperienze raccontate, potrà essere approfondito in altri articoli.

[7] Le iniziative di cooperazione di tipo governativo vengono finanziate attraverso: - il canale bilaterale nel caso di iniziative concordate tra un paese donatore e un paese partner; - il canale multilaterale dove le iniziative sono attuate da una o più organizzazioni internazionali con il finanziamento di vari governi donatori; - il canale multi-bilaterale dove le iniziative sono concordate e finanziate a livello bilaterale, ma affidate a un'organizzazione internazionale.

[8] Il Programa de Desarrollo Local Integrado, PTREV è stato finanziato per circa 10 anni dalla cooperazione italiana e prevedeva l’implementazione di una serie di dispositivi tecnici e organizzativi per la promozione dello sviluppo umano sostenibile. Tra le tante attività realizzate in ambito sociale e sanitario, si sono diffuse e implementate esperienze di imprenditoria sociale mutuandole dalle esperienze realizzate in Italia. Il programma si è concluso nel 1998 ed ha lavorato principalmente a Bogotá, Cali e nella zona della Sierra Nevada di Santa Marta.

[9] In particolare, la cooperazione sociale triestina di ispirazione basagliana ha costituito il punto di riferimento per queste esperienze, tema che sarà approfondito in successivi contributi.

[10] Si fa riferimento al fatto che, in molti casi, il ritorno economico rispetto all’investimento fatto potrebbe essere considerato non conveniente se paragonato allo stesso investimento in altro contesto.

[11] FARC-Forze armate rivoluzionarie della Colombia, nate nel 1964

[12] Come si legge nella pagina web di presentazione del fondo: “in segno di solidarietà e di sostegno politico al governo colombiano nell'attuazione dell'accordo di pace, l'Unione europea ha creato il Fondo europeo per la pace in Colombia con decisione del 22 marzo 2016, istituito ufficialmente il 12 dicembre 2016 attraverso l'accordo costitutivo.

Il Fondo è attualmente composto da 20 Stati membri dell'UE, il Regno Unito e il Cile come primo donatore e membro latino-americano (...). Questo meccanismo di cooperazione allo sviluppo dell'Unione europea permette di contribuire in modo efficace e coordinato alle esigenze di pacificazione e di sviluppo economico e sociale dei territori più colpiti dal conflitto armato, canalizzando i contributi dei suoi donatori”.

[13] Il progetto PUEDES è un progetto cofinanziato dal Fondo per la pace dell’UE, gestito dal CISP in collaborazione con la Confartigianto di Vicenza e Coopermondo. Iniziato a fine 2017, prevede interventi di sviluppo territoriale e costruzione di opzioni concrete per lo sviluppo sociale ed economico delle comunità vittime del conflitto ed in reinserimento alla vita civile degli ex combattenti delle FARC nel Dipartimento del Putumayo, al confine con l’Ecuador.

[14] “Fate attenzione che vi stanno aspettando per uccidervi”

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Maura Viezzoli

CISP

Esperta di cooperazione internazionale docente di metodologie di monitoraggio e valutazione presso il Master universitario di secondo livello in Cooperazione di Sviluippo presso l'Università di Pavia, Presidente CISP.

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Luigi Grando

CISP

Economista, esperto in cooperazione internazionale, Direttore dell'area America Latina del CISP.

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