Sostienici! Rivista-Impresa-Sociale-Logo-Mini
Fondata da CGM
ISSN 2282-1694
Tempo di lettura: 
Argomento:  Iniziative
data:  26 ottobre 2026

Le trame dell'economia sociale

Susanna Coppolecchia

L'autrice ha partecipato alla XIX edizione del colloquio scientifico sull'impresa sociale tenutosi a Siena il 23 e 24 ottobre ed ha inviato le proprie riflessioni a caldo su alcuni dei contenuti emersi.


La presenza di Jean-Louis Laville, ospite ufficiale del Colloquio scientifico di Impresa Sociale, ha impresso al confronto una profondità teorica che invita a spostare lo sguardo dalle forme istituzionali dell’economia sociale alle relazioni che le attraversano e, prima ancora, alle categorie attraverso cui siamo abituati a interpretare i processi economici. Si tratta di uno spostamento tutt’altro che marginale, perché investe quella rappresentazione apparentemente neutrale dell’economia che, assumendo il mercato come principio ordinatore della vita collettiva, ha progressivamente relegato la reciprocità, la redistribuzione e le pratiche associative ai margini di una narrazione dominata dall’universalità presunta dello scambio mercantile.

Nella prospettiva dell’economia plurale, sviluppata dallo studioso francese nel solco della lezione di Karl Polanyi, questa riduzione perde la propria apparente evidenza storica, lasciando riemergere il tessuto composito delle relazioni attraverso cui le società hanno organizzato la produzione, la circolazione delle risorse e le forme della solidarietà. L’economia, restituita alla sua intrinseca dimensione sociale, riacquista così lo spessore di un fenomeno incorporato in istituzioni, appartenenze, culture e rapporti di potere; e l’economia sociale, sottratta alla condizione ancillare di settore chiamato a compensare le disfunzioni del mercato, appare come uno spazio di sperimentazione nel quale razionalità differenti possono incontrarsi, contaminarsi e talvolta confliggere.

È in questa trama di commistioni e tensioni che il pluralismo rivela il proprio significato più profondo, poiché non coincide con la semplice moltiplicazione delle forme organizzative, ma richiama la possibilità di riconoscere principi economici differenti, portatori di concezioni non necessariamente convergenti del valore, della responsabilità e delle relazioni tra individui e collettività. Una pluralità che, nella riflessione di Laville, acquista una particolare intensità politica attraverso il nesso costitutivo tra solidarietà e democrazia, sottraendo la prima alla sua interpretazione meramente assistenziale e riconoscendola come espressione della capacità dei soggetti di associarsi, prendere parola, trasformare bisogni individualmente sperimentati in questioni pubblicamente riconosciute.

La solidarietà democratica rinvia dunque a una possibilità di azione collettiva che investe la distribuzione dell’autorità e le modalità attraverso cui vengono definite le priorità, riconosciute le istanze e costruite le decisioni. Il suo significato eccede la produzione di prestazioni sociali, perché riguarda la capacità delle persone di concorrere alla definizione delle condizioni della propria esistenza, introducendo nella vita economica quella dimensione deliberativa che le concezioni unidimensionali del valore tendono a oscurare.

A questa apertura teorica si è affiancato il richiamo di Felice Scalvini alla profondità storica dell’economia sociale italiana, alle sedimentazioni culturali e istituzionali che hanno accompagnato la germinazione delle esperienze cooperative e mutualistiche e al patrimonio di responsabilità collettiva incorporato in organizzazioni la cui identità non può essere separata dalle vicende sociali e politiche che ne hanno reso possibile la formazione. Il riferimento alla memoria introduce una tensione feconda rispetto alla prospettiva dell’economia plurale, poiché invita a interrogare le condizioni attraverso cui l’apertura a nuove forme economiche e istituzionali possa convivere con il riconoscimento delle specificità storiche, senza dissolverle in una rappresentazione indistinta dell’innovazione sociale.

La memoria, del resto, non costituisce un deposito immobile di forme da custodire, né una riserva simbolica alla quale attingere per legittimare il presente. La sua vitalità dipende dalla capacità di diventare uno strumento di interpretazione critica, attraverso il quale distinguere ciò che continua ad alimentare la responsabilità collettiva da quanto, irrigidito in ritualità e appartenenze autoreferenziali, rischia di affievolire la capacità generativa delle organizzazioni. È questa dialettica tra radicamento e trasformazione a rendere problematica tanto una difesa puramente identitaria dell’economia sociale quanto la sua indiscriminata assimilazione a categorie sempre più estensive.

Le differenti prospettive emerse nel Colloquio, tra cui quelle di Mario Calderini e Gianluca Salvatore, hanno contribuito ad ampliare ulteriormente il campo degli interrogativi, facendo affiorare questioni relative all’innovazione, alla governance, alle infrastrutture territoriali e alla capacità dell’economia sociale di incidere sui rapporti economici e istituzionali. La varietà degli orientamenti, lungi dal costituire una discontinuità da ricomporre entro una narrazione pacificata, ha restituito l’immagine di un universo attraversato da sensibilità plurime, nel quale le differenze interpretative possono diventare occasioni di approfondimento, purché non vengano neutralizzate attraverso formule consensuali che ne attenuino la portata critica.

Alcune di queste tensioni hanno continuato a dispiegarsi nella conversazione sviluppatasi durante il viaggio di ritorno con Mario Calderini, Gianfranco Marocchi quando, venuta meno la scansione degli interventi programmati, il confronto ha potuto attraversare con maggiore libertà i confini tra discipline, esperienze e orientamenti. La discussione si è allora mossa lungo una trama meno prevedibile, nella quale le considerazioni sulla democrazia cooperativa richiamavano quelle sulla co-progettazione, le questioni relative ai finanziamenti conducevano al problema della rappresentanza territoriale e le riflessioni sulla ricerca scientifica incontravano interrogativi riguardanti le forme attraverso cui essa viene comunicata e discussa.

In quella continuità tra il confronto istituzionalizzato e la conversazione informale si è resa particolarmente evidente una questione metodologica che attraversa la riflessione maturata intorno al Colloquio: il pluralismo delle visioni non può essere considerato una semplice caratteristica della composizione dei partecipanti, ma può diventare una modalità di produzione della conoscenza, nella misura in cui le differenze vengano poste nelle condizioni di interrogarsi reciprocamente. Il conflitto interpretativo, sottratto alla personalizzazione e ricondotto alla responsabilità dell’argomentazione, consente infatti di incrinare la superficie apparentemente compatta delle categorie condivise, rendendo visibili presupposti che l’abitudine disciplinare tende a naturalizzare.

Una delle questioni nelle quali queste tensioni acquistano particolare evidenza riguarda la partecipazione cooperativa, la cui centralità statutaria e simbolica esprime una concezione dell’impresa fondata sulla possibilità dei soggetti coinvolti di concorrere alla definizione degli orientamenti organizzativi e alla distribuzione del valore prodotto. La crescente disseminazione del linguaggio partecipativo nelle politiche pubbliche e nelle pratiche manageriali ha tuttavia introdotto una significativa ambivalenza, rendendo meno immediatamente riconoscibile la distanza tra la presenza formale dei soggetti e la loro effettiva capacità di incidere sulle decisioni.

La moltiplicazione dei dispositivi collaborativi, dei tavoli di consultazione e degli strumenti di coinvolgimento può convivere con persistenti asimmetrie di potere, dando luogo a configurazioni nelle quali la partecipazione conserva intatta la propria rappresentazione simbolica mentre vede progressivamente affievolirsi la capacità di modificare gli orientamenti dell’organizzazione. L’esercizio della democrazia non coincide con la sua messa in scena procedurale, così come la possibilità di prendere parola non garantisce che quella parola venga riconosciuta come rilevante nella costruzione delle scelte.

La partecipazione investe infatti il riconoscimento della soggettività, la costruzione dell’appartenenza e la possibilità di concorrere alle decisioni collettive, rendendo insufficiente una lettura che ne subordini il significato alla sua immediata traducibilità in prestazioni economiche o organizzative.

La contrapposizione tra processi e risultati appare, da questa angolazione, epistemologicamente riduttiva, poiché tende a separare dimensioni che nella vita concreta delle organizzazioni si condizionano reciprocamente. La partecipazione può alimentare fiducia, responsabilità e capacità collettiva, ma può anche ridursi a un dispositivo rituale; l’attenzione ai risultati può favorire la sostenibilità delle iniziative, ma può altresì trasformarsi in un criterio totalizzante, capace di oscurare le relazioni attraverso cui quei risultati vengono prodotti.

La riflessione di Laville sulla solidarietà democratica permette di attraversare questa ambivalenza riconoscendo che la partecipazione acquista una portata trasformativa quando modifica le possibilità di azione dei soggetti e la distribuzione dell’autorità. La democrazia cooperativa non si misura dunque esclusivamente attraverso la presenza di organi rappresentativi o procedure deliberative, ma richiede di osservare le pratiche quotidiane, le gerarchie informali, le possibilità di esprimere dissenso e le condizioni attraverso cui le persone riescono a esercitare una reale capacità di iniziativa.

La stessa trama di relazioni, poteri e rappresentazioni attraversa la co-progettazione e l’amministrazione condivisa, la cui progressiva istituzionalizzazione ha contribuito a modificare il linguaggio dei rapporti tra pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore. Il riconoscimento di forme collaborative nella costruzione delle politiche rappresenta un passaggio significativo rispetto ai modelli fondati sulla rigida separazione tra soggetti chiamati a definire gli interventi e organizzazioni incaricate della loro esecuzione; nondimeno, la trasformazione delle procedure non comporta necessariamente una corrispondente redistribuzione del potere.

Le amministrazioni e le organizzazioni sociali accedono ai processi collaborativi disponendo di risorse, informazioni, competenze e capacità negoziali differenti, mentre le prerogative istituzionali continuano a esercitare un’influenza determinante sulla definizione delle priorità. La retorica dell’orizzontalità può così velare geometrie decisionali ancora profondamente asimmetriche, nelle quali il lessico della condivisione finisce per surrogare la concreta possibilità di orientare le scelte.

Per comprendere la qualità democratica della co-progettazione occorre allora attraversare la superficie dei dispositivi formali e ricostruire la trama effettiva delle relazioni: chi contribuisce a definire i problemi prima che il confronto venga avviato, quali soggetti dispongono delle informazioni necessarie per orientarlo, come vengono selezionate le alternative praticabili e quali margini di autonomia conservano le organizzazioni coinvolte. Sono interrogativi che restituiscono alla collaborazione istituzionale la sua dimensione eminentemente politica, sottraendola tanto a una rappresentazione fideistica delle sue virtù quanto a una critica indiscriminata della sua efficacia.

Il problema della distribuzione del potere diventa ancora più evidente quando, dalle procedure collaborative, lo sguardo si sposta verso i meccanismi attraverso cui vengono allocate le risorse economiche. La suggestione del cosiddetto bando al contrario (in sostanza, il Terzo settore che propone pubblicamente ai finanziatori pubblici o filantropici un’iniziativa, valutando chi meglio si presta a sostenerla), avanzata da Mario Calderini nella conversazione successiva al Colloquio, introduce a questo riguardo uno sconfinamento significativo rispetto alle consuete architetture dei finanziamenti, rendendo visibile il carattere non neutrale dei dispositivi attraverso cui vengono selezionate e sostenute le iniziative sociali.

Nel modello tradizionale, il soggetto erogatore definisce obiettivi, priorità e criteri di accesso, predisponendo un quadro entro il quale le organizzazioni territoriali sono chiamate a formulare proposte. Questa configurazione, apparentemente tecnica, contribuisce in realtà a plasmare l’orizzonte delle possibilità progettuali, orientando il linguaggio attraverso cui i bisogni vengono rappresentati e la gerarchia delle questioni considerate meritevoli di attenzione. Il finanziamento diventa così anche un dispositivo di produzione delle priorità, capace di incidere sulla stessa immaginazione istituzionale dei soggetti che vi accedono.

L’ipotesi di invertire questa direzione, attribuendo ai territori la possibilità di formulare le proprie domande e di sollecitare i soggetti finanziatori a mettere a disposizione risorse e competenze, introduce una diversa geografia delle relazioni tra bisogni, rappresentanza e potere economico. Il rovesciamento, tuttavia, non garantisce automaticamente una redistribuzione dell’autorità, poiché i territori non costituiscono comunità indifferenziate, ma configurazioni plurime e frastagliate, attraversate da interessi, appartenenze e disuguaglianze nelle capacità di rappresentazione.

Chi dispone della possibilità di parlare in nome di una comunità? Attraverso quali processi vengono riconosciute le istanze dei soggetti meno organizzati? Come impedire che anche un dispositivo innovativo finisca per rafforzare le organizzazioni già dotate di maggiori risorse relazionali e progettuali? Il bando al contrario potrebbe diventare, entro questa prospettiva, un interessante terreno di sperimentazione istituzionale e ricerca empirica, attraverso il quale verificare se l’inversione del processo di finanziamento produca una reale redistribuzione del potere decisionale, ampliando la capacità dei soggetti meno rappresentati di definire le priorità, orientare l’allocazione delle risorse e incidere sulle scelte che riguardano il proprio territorio.

La possibilità di riconoscere ai territori una più incisiva capacità di iniziativa rinvia, peraltro, a una questione che il Colloquio ha riproposto da prospettive differenti: quale economia sociale si intende sostenere e quale idea di trasformazione viene incorporata negli strumenti destinati a promuoverla. La distinzione proposta da Jean-Louis Laville tra una traiettoria trasformativa e una riparatrice dell'impresa sociale consente di sottrarre questa domanda a una lettura meramente organizzativa. Nel primo caso, l'azione economica si misura con la possibilità di modificare le condizioni sociali, ambientali e culturali che producono disuguaglianze; nel secondo, tende a inscriversi negli interstizi del sistema dominante, attenuandone alcune conseguenze senza interrogarne i presupposti costitutivi. Non si tratta di opporre in maniera manichea esperienze virtuose e pratiche compromesse, quanto di rendere riconoscibile una tensione intrinseca che attraversa le organizzazioni e ne orienta, spesso in forme meno visibili, le scelte quotidiane.

In questa prospettiva, il progressivo affermarsi di un vocabolario incentrato sull'efficienza, sulla prestazione e sull'impatto non appare un mutamento esclusivamente terminologico. I linguaggi attraverso cui un fenomeno viene descritto contribuiscono infatti a plasmare ciò che diventa osservabile e, di conseguenza, ciò che viene riconosciuto come meritevole di attenzione. La critica di Laville alla retorica tecnocratica dell'impresa sociale sollecita dunque una riflessione epistemologica: se le categorie del mercato vengono assunte come parametri totalizzanti, anche la solidarietà rischia di essere interpretata soltanto per la sua capacità di produrre risultati quantificabili. Si affievolisce così la visibilità di quel pulviscolo di relazioni, reciprocità e responsabilità diffuse che costituisce una parte essenziale, benché difficilmente misurabile, della vita delle organizzazioni.

L'intervento di Patrizia Bussi ha introdotto, a questo riguardo, una precisazione importante, mostrando come la necessità di competenze manageriali e di strumenti di valutazione non debba essere confusa con la subordinazione dell'impresa sociale a una razionalità unidimensionale. Il problema non riguarda semplicemente la scelta degli indicatori, ma i soggetti ai quali viene riconosciuta la facoltà di stabilire che cosa abbia valore. Nel campo dell'inserimento lavorativo, per esempio, il numero delle persone coinvolte non esaurisce il significato di percorsi che investono appartenenza, autonomia e partecipazione alla vita collettiva. Una valutazione realmente coerente con la natura democratica dell'impresa sociale richiede pertanto che anche le persone direttamente interessate possano concorrere alla definizione dei criteri attraverso cui la loro esperienza viene interpretata. L'impatto, anziché costituire una misura esterna e apparentemente neutrale, diventa così un terreno di confronto tra prospettive plurime, talvolta divergenti.

La medesima esigenza attraversa il tema dell'intercooperazione, richiamato tanto da Bussi quanto da Felice Scalvini. La rete non coincide necessariamente con una sommatoria di organizzazioni, né il consorzio può essere ridotto a un dispositivo funzionale di coordinamento. Quando le relazioni associative conservano una capacità deliberativa, esse rendono possibile il passaggio dalle difficoltà sperimentate dalle singole realtà alla formulazione di questioni di interesse generale. In assenza di questa tensione, il reticolo cooperativo può invece irrigidirsi in una struttura di rappresentanza prevalentemente tecnica, nella quale la prossimità organizzativa non si traduce in una corrispondente capacità politica. Il richiamo di Scalvini all'amministrazione condivisa acquista qui una particolare rilevanza: la sussidiarietà non può dispiegare la propria portata trasformativa se le organizzazioni non sono in grado di guardare oltre il perimetro dei propri interessi immediati.

Da questo punto di vista, la questione delle alleanze assume un significato meno pacificato di quanto suggeriscano alcune rappresentazioni correnti. L'invito di Laville a ricollocare l'economia entro la società, anziché adattare l'impresa sociale al lessico del sistema economico dominante, richiama la necessità di interrogare la natura delle convergenze perseguite. Non ogni alleanza produce infatti una maggiore capacità democratica, così come non ogni ampliamento delle risorse disponibili rafforza l'autonomia dei soggetti coinvolti. Le relazioni con le istituzioni, con la filantropia e con le imprese possono aprire possibilità inedite, ma anche generare dipendenze meno immediatamente riconoscibili. La loro qualità va ricercata nelle condizioni concrete della negoziazione, nella trasparenza delle finalità e nella possibilità di mantenere aperto il dissenso, senza surrogarlo con una rappresentazione fideistica della collaborazione.

Il Colloquio ha offerto inoltre uno spunto che investe direttamente il modo di produrre conoscenza. Nel richiamare il rapporto bidirezionale tra università e territori, gli interventi introduttivi hanno sottratto la cosiddetta terza missione all'immagine di una semplice trasmissione del sapere dall'istituzione scientifica verso la società. La ricerca può piuttosto configurarsi come un processo di co-costruzione, nel quale le esperienze sociali non rappresentano soltanto oggetti da osservare, ma contribuiscono a mettere in discussione le categorie utilizzate per comprenderle. Questa apertura non implica la dissoluzione delle specificità disciplinari in una indistinta architettura olistica; richiede, al contrario, una maggiore consapevolezza ermeneutica dei confini, delle asimmetrie e delle responsabilità che accompagnano ogni incontro tra saperi differenti.

In tale prospettiva, anche il riferimento di Laville a una conoscenza non separata dal mondo che intende comprendere può essere assunto come una sollecitazione metodologica, senza trasferire meccanicamente alle scienze sociali i paradigmi elaborati nelle scienze fisiche. L'osservatore non occupa un punto di vista privo di collocazione: seleziona domande, interpreta linguaggi, entra in relazione con persone e istituzioni, e partecipa così alla costruzione del campo conoscitivo. La riflessività diventa allora una condizione costitutiva della ricerca, non una concessione autobiografica. Anche la conversazione informale seguita al Colloquio acquista, in questa luce, un valore particolare: non perché sostituisca il confronto scientifico, ma perché rende percepibile quanto le intuizioni possano germinare negli sconfinamenti tra contesti, registri e posizioni differenti.

Resta infine la questione del rapporto tra innovazione e memoria, che attraversa in modo carsico l'intera discussione. La disseminazione di nuove forme organizzative, l'emergere di strumenti digitali e la crescente pervasività di linguaggi manageriali modificano le condizioni entro cui l'economia sociale definisce la propria identità. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere questi mutamenti attraverso una contrapposizione tra fedeltà alle origini e adesione indiscriminata al nuovo. La memoria cooperativa conserva una funzione generativa quando permette di riconoscere, nelle configurazioni cangianti del presente, le ragioni per cui partecipazione, mutualità e responsabilità collettiva sono state storicamente costruite; perde invece questa funzione quando diventa una narrazione apologetica, incapace di interrogare le proprie contraddizioni.

Le trame dell'economia sociale si delineano così come un insieme di relazioni mai definitivamente composte, attraversate da conflitti interpretativi, disuguaglianze di potere e possibilità di trasformazione. La loro consistenza non dipende dall'assenza di divergenze, ma dalla capacità di renderle discutibili, di riconoscere la pluralità delle esperienze e di impedire che l'innovazione diventi una formula capace di occultare continuità e dipendenze. È precisamente in questa inquieta tensione costitutiva, tra radicamento e sconfinamento, tra autonomia e alleanza, tra esigenze di sostenibilità e aspirazioni democratiche, che l'economia sociale può continuare a interrogare non soltanto il proprio futuro, ma le forme stesse della convivenza collettiva.

In questo senso, il Colloquio scientifico di quest’anno ha offerto un’occasione per interrogare il significato stesso dell’innovazione, sottraendolo alla sua interpretazione più consueta, che tende a identificarlo con la novità degli strumenti, dei modelli organizzativi o dei linguaggi. Innovare può significare anche abitare diversamente spazi già esistenti, attraversare le loro soglie istituzionali e rimettere in discussione le geometrie, talvolta cristallizzate, entro cui si distribuiscono autorità, competenze e possibilità di parola. È una prospettiva che riguarda anche l’università, quando accetta di non considerare i propri confini disciplinari e organizzativi come perimetri impermeabili, ma come luoghi di confronto nei quali la contaminazione tra saperi, pratiche ed esperienze non attenua il rigore scientifico, bensì ne amplia le possibilità ermeneutiche.

Accogliere la divergenza delle opinioni non significa, del resto, ricondurre ogni posizione a un consenso indistinto, né celebrare in modo fideistico la pluralità. Significa riconoscere nel dissenso argomentato una risorsa conoscitiva, capace di rendere visibili le premesse implicite dei nostri giudizi e di trasformare l’incontro tra prospettive differenti in un’esperienza di apprendimento reciproco. Proprio in questa direzione potrebbe collocarsi un ulteriore sviluppo del Colloquio: l’ipotesi di una scuola di alta formazione per l’impresa sociale, pensata non soltanto come luogo di trasmissione di competenze, ma come spazio permanente di accompagnamento, ricerca e confronto, nel quale imprenditrici e imprenditori sociali possano condividere esperienze, interrogare le difficoltà incontrate nelle proprie organizzazioni e trovare interlocutori capaci di sostenerli nelle scelte, senza surrogare la loro autonomia. Una scuola da costruire nella relazione tra università, ricerca e pratiche sociali, aperta a traiettorie transdisciplinari e a forme di apprendimento che nascano anche dai problemi concreti dell’agire collettivo.

Aver preso parte a questo confronto lascia, insieme alla gratitudine, la consapevolezza che il suo valore non si esaurisca nei contributi presentati o nelle conclusioni raggiunte. Risiede anche nelle domande che continuano a dispiegarsi oltre il tempo del Colloquio, nelle relazioni che esso rende possibili e nella disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che non coincide con le proprie convinzioni. È in questa apertura, insieme intellettuale e relazionale, che riconosco una delle promesse più feconde dell’incontro: fare dell’innovazione non una parola da esibire, ma una pratica da abitare, capace di generare nuovi spazi di conoscenza, responsabilità e trasformazione condivisa.

Rivista-impresa-sociale-Susanna Coppolecchia

Susanna Coppolecchia

Ph.D. in Scienze dell’Educazione, si occupa di Economia Sociale e Solidale, innovazione sociale, governance collaborativa e welfare di comunità. È promotrice, attivatrice e coordinatrice della Rete Mediterranea per l’Economia Sociale e Solidale, attraverso la quale favorisce il dialogo tra ricerca, istituzioni e realtà dell’economia sociale.

Tempo di lettura: 
Argomento:  Iniziative
data:  26 ottobre 2026
Sostieni Impresa Sociale
Pagina in aggiornamento