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ISSN 2282-1694
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Argomento:  Ricerca empirica
data:  13 settembre 2026

Quanta comunità c’è nelle comunità energetiche?

Caterina Ottobrini

Tre modelli gestionali a confronto: CER promosse da pubbliche amministrazioni, da imprese for profit, da imprese sociali, il cui punto di forza non è tanto quanta energia riusciranno a produrre, ma “quanta” e “quale” comunità sono ion grado di generare attorno all'energia.


Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono una delle innovazioni più interessanti introdotte negli ultimi anni nelle politiche per la transizione energetica. La ragione è relativamente semplice: promettono di modificare non soltanto come si produce energia, ma anche chi la produce, chi decide e come vengono distribuiti i benefici.

È proprio qui che si trova la loro componente più innovativa. La transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili può infatti avvenire senza mettere realmente in discussione un sistema energetico fortemente centralizzato. Le fonti cambiano, ma i rapporti tra produttori e consumatori possono rimanere sostanzialmente gli stessi. Per quanto ampliare il mercato delle fonti rinnovabili sia indispensabile per una vera e propria transizione energetica e produrre benefici ambientali, questo potrebbe essere concentrato in pochi grandi attori che lo controllano, dando vita ad una sorta di oligopolio verde. Al contrario, le CER introducono, la possibilità di un sistema più distribuito, nel quale cittadini, imprese, enti pubblici e organizzazioni del Terzo Settore possono diventare produttori, consumatori e prosumer, condividendo localmente l'energia prodotta. Un modello, quindi, in grado di generare non solo maggiori benefici e sostenibilità ambientale, ma anche economica e sociale.

La ricerca realizzata da Euricse sulle Comunità Energetiche Rinnovabili italiane mostra però che dietro la stessa etichetta convivono esperienze molto differenti, con differenti obiettivi e capacità di produrre benefici economici e sociali. Le riflessioni che emergono dalla ricerca fanno riferimento ad alcuni dati raccolti sulle 597 CER registrate presso il GSE (Gestore Servizi Energetici) al 30 settembre 2025, e, soprattutto, a un'indagine qualitativa realizzata su 48 CER attraverso 42 interviste e 6 questionari. Quest’ultima ha permesso di osservare non soltanto quanti impianti vengono realizzati, ma chi sono gli attori che promuovono le CER, chi vi prende effettivamente parte, come vengono prese le decisioni e quali benefici ci si aspetta di produrre.

Ed è guardando alle CER da questa prospettiva che emerge una questione forse più importante del loro semplice aumento numerico: quanto sono davvero “comunitarie” le comunità energetiche?

Nel cercare di rispondere a questa domanda, la ricerca individua tre configurazioni idealtipiche: le CER promosse dalle Pubbliche Amministrazioni, quelle promosse da imprese profit e quelle che nascono direttamente dall'attivazione delle comunità locali. Non si tratta né di categorie rigide né, tantomeno, di modelli da ordinare dal migliore al peggiore. Ognuna presenta vantaggi e limiti e risponde a condizioni territoriali differenti.

Le CER a leadership pubblica dispongono, innanzitutto, di una risorsa fondamentale: la capacità istituzionale. Un Comune può mettere a disposizione edifici e superfici pubbliche, intercettare finanziamenti, garantire continuità al progetto e coinvolgere soggetti che difficilmente avrebbero gli strumenti per avviare autonomamente una comunità energetica. È un vantaggio particolarmente importante quando l'obiettivo è raggiungere famiglie vulnerabili e contrastare la povertà energetica. Il limite è speculare al vantaggio. Una forte capacità di iniziativa pubblica può produrre comunità molto efficienti dal punto di vista amministrativo ed energetico nelle quali, tuttavia, i cittadini rimangono prevalentemente destinatari dell'intervento. La partecipazione rischia allora di coincidere con la sola adesione formale alla CER, mentre le decisioni strategiche, la progettazione e la gestione restano concentrate nelle mani dell'attore istituzionale.

Le CER promosse da imprese profit mostrano caratteristiche ancora diverse. Dispongono spesso delle risorse economiche, delle competenze tecniche e delle capacità organizzative necessarie per realizzare rapidamente gli investimenti. Possono costruire economie di scala, ridurre e stabilizzare i costi dell'energia e rendere più veloce l'adozione delle tecnologie rinnovabili. In questo senso rappresentano una componente tutt'altro che secondaria della transizione energetica. Anche in questo caso, tuttavia, occorre chiedersi che cosa tenga insieme la comunità. Quando la ragione principale dell'aggregazione è la convenienza economica, il rischio è che la CER diventi soprattutto un meccanismo efficiente di coordinamento tra consumatori e produttori, perdendo parte della dimensione sociale e politica che aveva accompagnato la nascita del concetto di community energy. Nel modello imprenditoriale analizzato dal report, per esempio, la comunità tende a configurarsi soprattutto come aggregazione funzionale di attori economici, legittimata dalla competenza tecnica e dalla capacità finanziaria.

Entrambi i modelli hanno dunque una funzione importante. Le CER pubbliche possono costruire forme di welfare energetico locale; quelle imprenditoriali possono accelerare e rendere economicamente sostenibile la transizione. Ma esiste una terza possibilità, oggi quantitativamente meno diffusa, che merita particolare attenzione, ovvero quella delle CER community driven.

Nelle CER community driven il processo è in qualche modo rovesciato. Non si costruisce prima l'infrastruttura energetica per cercare successivamente una comunità che vi aderisca. Esiste una comunità – o almeno un nucleo di relazioni, associazioni, cittadini e organizzazioni territoriali – che individua nell'energia uno strumento attraverso cui perseguire obiettivi collettivi. È il caso, per esempio, della CER Sole di Genova, nata nel 2023 dall'iniziativa di sette cittadini e successivamente costituita come associazione di promozione sociale. Già la scelta del nome – Comunità Energetica Rinnovabile Solidale Libera Ecologica – racconta una concezione nella quale la produzione energetica viene inserita all'interno di un progetto sociale più ampio. La differenza può sembrare sottile, ma non lo è. Una comunità energetica può essere costruita coinvolgendo cittadini che condividono energia perché appartengono alla stessa configurazione tecnica. Oppure può utilizzare la condivisione dell'energia per rafforzare relazioni sociali, costruire capacità collettive e affrontare bisogni territoriali. Nel secondo caso i benefici non coincidono soltanto con i chilowattora prodotti o con il risparmio in bolletta. La CER può diventare uno spazio nel quale si costruiscono competenze, si sperimentano forme democratiche di decisione, si rafforzano reti associative e si destinano risorse a obiettivi di interesse generale. In altre parole, accanto alla produzione di energia si produce capacità di azione collettiva.

È qui che il tema delle CER incontra direttamente quello dell'impresa sociale e, più in generale, dell'economia sociale. La questione non è soltanto come distribuire un incentivo economico, ma come utilizzare una risorsa prodotta collettivamente per generare valore sociale nel territorio. Ma se questo modello presenta un potenziale così interessante, perché è meno diffuso?

La ricerca suggerisce una risposta apparentemente paradossale: costruire realmente una comunità costa. Non necessariamente – o non soltanto – in termini economici. Costa tempo, relazioni, competenze, capacità organizzativa. Richiede persone in grado di mettersi in gioco, convocare assemblee, spiegare un sistema tecnicamente complesso, coinvolgere chi normalmente non partecipa, mediare interessi differenti, costruire fiducia e mantenere attiva la partecipazione anche dopo la fase iniziale. Il tutto in un modello in cui questi costi superano i vantaggi (specie economici) tangibili nel breve periodo. Una CER promossa da un'impresa profit o da un'amministrazione pubblica dispone generalmente di una struttura organizzativa preesistente e di risorse tali che per i cittadini sembra una scelta “solo” vantaggiosa. Una comunità che si auto-organizza deve invece costruire contemporaneamente l'infrastruttura energetica e l'infrastruttura sociale che la rende possibile. I dati raccolti da Euricse mostrano infatti che la minore diffusione delle CER community driven rispetto a quelle pubbliche e imprenditoriali non è il segnale di una loro minore efficacia, quanto piuttosto l'effetto della diversa quantità e qualità delle risorse necessarie per costruirle.

Da questo punto di vista emerge un problema di policy. Gli strumenti pubblici sostengono soprattutto ciò che è facilmente misurabile: potenza installata, produzione energetica, numero di impianti, investimenti realizzati. Molto più difficile è finanziare e misurare il lavoro necessario per costruire la comunità. Eppure, è proprio quel lavoro a poter determinare la qualità sociale della CER.

Se vogliamo preservare il potenziale trasformativo delle CER, occorre quindi spostare, almeno in parte, la domanda: non soltanto quante CER stiamo creando, ma quali CER stiamo rendendo possibili e, soprattutto, funzionali allo sviluppo socio-economico delle comunità locali e, più in generale, di questo Paese. Questo significa innanzitutto riconoscere che i tre modelli individuati dalla ricerca possono essere complementari. Non avrebbe senso contrapporre rigidamente cittadini, amministrazioni e imprese. La questione decisiva riguarda piuttosto gli equilibri di potere, le modalità attraverso cui vengono prese le decisioni e la destinazione dei benefici generati. Ma significa anche introdurre strumenti specifici per sostenere le esperienze community driven. Se costruire comunità richiede tempo, competenze relazionali e lavoro di attivazione territoriale, questi elementi non possono essere considerati un'attività volontaria accessoria alla realizzazione degli impianti. Devono diventare una componente dell'investimento nella transizione energetica. Servono quindi accompagnamento, formazione, facilitazione, sostegno alle organizzazioni territoriali e strumenti finanziari capaci di coprire anche i costi sociali della costruzione della CER. E proprio le organizzazioni dell'economia sociale – cooperative, imprese sociali, associazioni, fondazioni e altri enti del Terzo settore – possono svolgere una funzione fondamentale di infrastrutturazione: non necessariamente sostituendosi alle comunità, ma mettendo a disposizione competenze organizzative e capacità di mediazione che consentano loro di diventare protagoniste.

La sfida delle comunità energetiche, in fondo, non consiste soltanto nel portare le energie rinnovabili nei territori. Consiste nel capire se la transizione ecologica possa diventare anche occasione per redistribuire capacità di decisione, risorse e potere e per ricostruire un tessuto socio-economico sempre più frammentato. Le CER pubbliche possono rafforzare il welfare energetico; quelle imprenditoriali possono rendere la transizione più rapida ed efficiente; quelle community driven possono aggiungere qualcosa di diverso: trasformare cittadini e organizzazioni locali da destinatari della transizione in soggetti capaci di orientarla.

Per questo il loro numero relativamente ridotto non dovrebbe indurci a considerarle un modello marginale. Al contrario, potrebbe indicare precisamente dove concentrare maggiormente politiche e risorse. Perché la vera misura del successo delle Comunità Energetiche Rinnovabili potrebbe non essere soltanto quanta energia riusciranno a produrre, ma “quanta” e “quale” comunità riusciranno a generare attorno all'energia.

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Caterina Ottobrini

Euricse

Laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, dove ha ulteriormente approfondito la sua formazione con un Master in Arts Management, ha successivamente ha conseguito un Dottorato in Management and Innovation, dedicando la sua ricerca alla sostenibilità sociale e all’actor engagement nel contesto degli ecosistemi di servizi. Ha precedentemente collaborato con la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) nell’ambito del programma di ricerca Agenda 2030 e sviluppo sostenibile ed è stata assegnista di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’interno del progetto Osservatorio su Cultura e creatività in Veneto, concentrandosi sull’analisi dell’impatto e dell’innovazione sociale degli spazi culturali e creativi indipendenti sul territorio locale. Ricercatrice junior presso Euricse, contribuisce al progetto europeo ESIRA – Enhancing Social Innovation in Rural Areas, che mira a promuovere l’economia sociale e migliorare le condizioni socio-economiche della comunità emarginate nelle aree rurali.

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