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ISSN 2282-1694
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Argomento:  Studi comparati - Libri
tag:  Cooperative
data:  29 gennaio 2021

WCM: Le grandi cooperative nell'economia mondiale

Stefania Turri, Chiara Carini

Il report del World Cooperative Monitor pubblicato da Euricse e Cooperative Alliance da nove anni analizza dimensioni e caratteristiche delle 300 imprese cooperative di maggiore dimensione a livello mondiale. 12 di queste cooperative sono italiane, con un valore della produzione di 73 miliardi.


Euricse e l’International Cooperative Alliance hanno pubblicato la nuova edizione del rapporto World Cooperative Monitor, il progetto che, da nove anni, analizza le dimensioni e le caratteristiche delle grandi cooperative, mutue ed imprese controllate da cooperative con l’obiettivo di mettere in evidenza che, in diverse aree del mondo, tali organizzazioni si confermano leader dei propri settori promuovendo, tuttavia, un diverso modello d’impresa rispetto a quello oggi prevalente.

La classifica inclusa nel nuovo rapporto evidenzia infatti che le prime 300 imprese cooperative, controllate da cooperative e mutue a livello mondiale hanno registrato nel 2018 un valore della produzione totale che si attesta intorno ai 2.146 miliardi di dollari, il 10% del quale è stato generato dai gruppi cooperativi che occupano le prime tre posizioni della graduatoria. Ossia da Groupe Crédit Agricole (conosciuto e storico gruppo bancario cooperativo francese costituito da una rete di casse sia a livello locale che regionale), Rewe Group (azienda tedesca che opera nel settore della grande distribuzione) e Group BPCE, anch’esso gruppo francese attivo nel settore dei servizi finanziari.

La classifica contenuta nel rapporto World Cooperative Monitor non si limita tuttavia a fornire i dati del valore della produzione delle organizzazioni, ma offre uno spaccato anche delle loro dimensioni occupazionali, novità questa introdotta dalla scorsa edizione del rapporto e che, a tendere, permetterà al progetto di monitorare il valore generato da queste organizzazioni anche dal lato occupazionale. Inoltre, il report presenta anche informazioni in merito all’attività condotta e alla tipologia cooperativa, consentendo quindi di aggiungere alcune interessanti considerazioni. In primo luogo, si osserva che, delle 300 organizzazioni studiate, 106 esercitano la propria principale attività nel settore agricolo o dell’industria alimentare: si tratta del 35,3% delle organizzazioni che tuttavia in termini di valore della produzione rappresentano il 25,2% del totale. Un terzo delle top 300 (101 organizzazioni precisamente) operano invece nel settore assicurativo, con un’incidenza economica che supera di più di 10 punti percentuali le organizzazioni agricole e che risulta pari al 35,4%. Il terzo settore a registrare una presenza significativa di organizzazioni, sia dal punto di vista numerico che dell’incidenza economica è quello del commercio all’ingrosso e al dettaglio: sono infatti 57 le imprese attive in queste attività economiche (il 19%), con un peso percentuale rispetto al valore della produzione prodotto dalle top 300 del 21,4%. A scendere, anche il settore della finanza e dei servizi finanziari registra un peso importante, con 21 organizzazioni attive e un contributo percentuale al valore della produzione complessivamente registrato del 15,9%. Rappresentano invece settori economici meno impattanti dal punto di vista meramente economico quello dell’educazione, della salute e dei servizi sociali, come anche quello delle utilities e dei servizi abitativi: è scontato qui ricordare quanto invece dal punto di vista sociale dell’azione tali attività siano assolutamente centrali e indispensabili, nel contesto italiano e, se possibile, ancora maggiormente in altri paesi, ma questo aspetto esula dal focus del rapporto, per lo meno nella sua parte centrale.

Per quanto attiene invece la tipologia di cooperativa, risulta prevalere la presenza di organizzazioni cooperative di produttori, il cui scopo costitutivo, quindi, è quello di soddisfare principalmente i bisogni dei soci in qualità di produttori di beni o servizi. Ben 133 delle 300 imprese appartengono a questa categoria, mentre 83 sono mutue e 65 sono organizzazioni di consumatori. A queste sia aggiunge un’impresa con base associativa formata da produttori e consumatori congiuntamente, e due organizzazioni che dichiarano una base multistakeholder, mentre solo tre organizzazioni sono costituite da lavoratori.

I dati raccolti permettono altresì di fare alcune considerazioni più dal punto della collocazione geografica delle organizzazioni classificate. Così, emerge che la maggior parte delle organizzazioni in classifica sono situate in paesi industrializzati, quali Stati Uniti (74 imprese), Francia (44 imprese), Germania (30 imprese) e Giappone (24 imprese). Come è abbastanza desumibile, infatti, una classifica che si basa sul valore della produzione vede maggiormente rappresentate le economie che a livello mondiale risultano avere performance mediamente più efficienti.

Per ovviare a questo limite, se così lo vogliamo definire, del progetto, il rapporto prevede una seconda classifica basata sul rapporto tra il valore di produzione e il PIL pro-capite del paese in cui ha sede l’impresa, con l’obiettivo appunto di mettere in relazione i dati economici dell’impresa alla ricchezza effettiva di ogni singolo paese e permettere così di calmierare il divario esistente tra economie più o meno sviluppate. In questa seconda classifica si nota subito un cambio netto, già a partire dalle prime posizioni, occupate da due cooperative agricole indiane, la Indian Farmers Fertiliser Cooperative Limited (IFFCO) e la Gujarat Cooperative Milk Marketing Federation, la prima impegnata principalmente nella produzione e commercializzazione di fertilizzanti, la seconda attiva nel settore lattiero-caseario e conosciuta con il marchio Amul. Inoltre, ancora nella direzione di una maggiore rappresentazione di economie meno sviluppate, questa seconda classifica vede la presenza di realtà cooperative con sede in altri paesi – come ad esempio la Colombia, la Costa Rica, l’Uruguay, la Turchia e il Kenya - che nella classifica per puro valore della produzione non erano rappresentati e viene ampliata la rappresentanza di altri paesi quali Spagna, Brasile, Argentina.

Guardando ai dati italiani, sono incluse nella graduatoria mondiale del rapporto World Cooperative Monitor dodici organizzazioni italiane, per un valore della produzione totale di 72,9 miliardi di dollari, pari al 3,4% del valore della produzione complessivamente registrato. Nel dettaglio, si conta la presenza di quattro organizzazioni nel settore del commercio all’ingrosso o al dettaglio, di quattro organizzazioni attive nel settore assicurativo, mentre tre organizzazioni cooperative agiscono nel settore dell’agricoltura e dell’industria alimentare e una nel settore dell’industria. Le italiane ad avere un peso particolarmente importante anche a livello mondiale sono sicuramente Coop e Conad, considerate non come singolo consorzio, ma come network di organizzazioni accomunate dall’utilizzo dello stesso marchio. Queste ultime occupano infatti nella classifica per valore della produzione rispettivamente la ventisettesima e ventottesima posizione.

Nel rapporto di quest’anno non poteva mancare un focus sulla risposta delle grandi cooperative all’emergenza Covid. Nonostante il modello cooperativo si sia dimostrato spesso resiliente alle crisi finanziarie, le conseguenze economiche e sociali del Covid-19 non hanno precedenti. La flessibilità e l’adattabilità storica dalle coop si è comunque manifestata anche nel fronteggiare il lockdown e la conseguente recessione. Come esempio di reazione alla pandemia, il World Cooperative Monitor presenta il caso studio di “Smart”, cooperativa fondata in Belgio nel 1998 a servizio dei freelance, oggi operativa in 9 Paesi europei con 35 mila membri. Più della metà dei soci sono attivi nel settore culturale, uno dei più colpiti dalla pandemia: per contrastare le difficoltà economiche della sua base, la cooperativa ha lanciato il cosiddetto “Piano Corona” del valore di 5 milioni di euro.

Il Monitor prosegue anche nella sua trattazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Dopo aver messo in risalto l’Obiettivo 8 nell’edizione 2019 (“Lavoro dignitoso e crescita economica”), quest’anno ci si è concentrati sull’Obiettivo 13 (“Azioni contro il cambiamento climatico”). Per trattare la tematica è stato scelto il caso studio dell’olandese Rabobank e un’intervista al Chief Values Officer della britannica Midcounties Co-operative, Pete Westall. Se il prodotto finale del World Cooperative Monitor dunque è la realizzazione di un rapporto basato per lo più su dati economici ed occupazionali, non va dimenticato che questo rapporto è il risultato di un lavoro intenso e sfidante di raccolta e analisi dati che prevede la ricerca ed integrazione di dati estrapolati da classifiche stilate da singoli paesi, l’utilizzo di banche dati private, il controllo e l’inserimento di dati provenienti direttamente dalle organizzazioni mediante la compilazione di un questionario online e, non da ultimo, la ricerca online di bilanci economici e di sostenibilità. Così il 23,4% dei dati inseriti nel dataset del World Cooperative Monitor ha proprio questa fonte, percentuale che sale a più di due terzi se si focalizza l’attenzione delle top 300. Tali attività portano a considerare il World Cooperative Monitor come l’unica classifica a livello internazionale delle organizzazioni cooperative, mutue e controllate da cooperative ed il suo valore per dare un reale peso al movimento cooperativo è riconosciuto ed apprezzato. È a questo scopo che il gruppo di lavoro attivo sul progetto ha l’obiettivo continuo di miglioramento metodologico e anche di trasmettere quanto più possibile l’importanza della condivisone dei dati: con un maggiore apporto da parte delle singole organizzazioni e delle federazioni nazionali sarà possibile implementare il progetto e renderlo via via più completo e rappresentativo.

 

Il report 2020 del World Cooperative Monitor è disponibile sul sito del progetto www.monitor.coop

Qui il webinar di lancio del Monitor

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Stefania Turri

Euricse

Stefania è ricercatrice junior di Euricse. Laureata in Management e consulenza aziendale presso l’Università degli Studi di Trento, nel suo percorso di laurea ha in particolare rivolto l’attenzione all’economia delle imprese cooperative e al settore non profit. Per la sua tesi di laurea ha svolto uno studio empirico del rapporto tra le imprese cooperative ed il sistema del credito ed in particolare del principio cooperativo dell’intercooperazione tra tipologie di cooperative diverse. In Euricse oggi è coinvolta in numerose ricerche di tipo empirico, occupandosi della creazione degli strumenti di rilevazione, della raccolta dei dati e dell’analisi degli stessi, fino alla stesura di rapporti di ricerca volti a studiare in particolare le relazioni sociali e la funzione sociale delle varie forme di cooperative a livello regionale e nazionale. Fa inoltre parte del gruppo di lavoro World Cooperative Monitor, nel quale si occupa della fase di raccolta, integrazione e analisi dei dati.

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Chiara Carini

Euricse

Laureata in Teorie e metodi per la gestione dell’informazione, è ricercatrice presso Euricse.

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