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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura: 
Argomento:  Studi di caso
tag:  Luoghi
data:  10 giugno 2026

Abitare il cambiamento: i luoghi come punti di forza nel lavoro sociale. L’esperienza di Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa

Giulia Caldonazzi, Ludovica Pirillo, Lorenzo Marucci, Sara Resina

Villa Aragan a Bassano del Grappa ha un passato glorioso, cui sono seguiti anni di chiusura al territorio. Dal 2015 un gruppo di coperative lo rende un luogo aperto e vissuto, con servizi a minori e persone con disabilità e spazi frequentati da cittadini, turisti e persone che necessitano di un ricovero temporaneo. Si tratta di un luogo di bellezza, capace di generare comunità.


1. Lo spazio come dispositivo sociale

Questo articolo nasce dal desiderio di raccontare un’esperienza concreta e, al tempo stesso, di rileggerla attraverso uno sguardo curioso, critico e costruttivo. Il punto di partenza sono le ricerche e le interviste sviluppate nel percorso di Master in Gestione delle Imprese Sociali. Interviste che diventano qui strumenti per individuare elementi significativi ed esplicativi del lavoro sociale, seguendo il filo di ciò che uno spazio rende possibile: come vive, come viene abitato e come contribuisce a generare comunità e investimento sul futuro.

L’articolo rilegge l’esperienza di Villa Angaran San Giuseppe, a Bassano del Grappa (Vicenza), non solo nella sua evoluzione storica, ma soprattutto nella sua trasformazione recente. Da spazio progressivamente marginale e separato dal tessuto urbano, la villa è diventata infatti un luogo vivo di sperimentazione sociale, grazie all’azione congiunta di soggetti del territorio che ne hanno reinterpretato senso e funzione. Qui, un’idea a lungo coltivata dalle cooperative coinvolte ha trovato nello spazio le condizioni per prendere forma, rendendo visibile il passaggio dagli ideali alle pratiche.

L’articolo si propone quindi di esplorare le dimensioni che animano questo spazio, lo qualificano e lo rendono vivo. Si descriveranno in primo luogo talune componenti fattuali (la storia, gli attori, le pratiche) per dedicarsi quindi ad aspetti interpretativi come i significati, i valori e le dinamiche relazionali. In questo percorso emerge con chiarezza la tesi di fondo: lo spazio non è un semplice contenitore dell’azione sociale, ma un elemento attivo, capace di orientare pratiche, relazioni e processi di trasformazione.

2. Villa Angaran San Giuseppe, da spazio chiuso a luogo generativo

Le molte vite di Villa Angaran

Villa Angaran San Giuseppe è uno spazio che ha conosciuto molte vite. Nata nella seconda metà del Cinquecento come residenza della famiglia di Giacomo Angaran del Sole (nobile, commerciante e agricoltore vicentino appassionato di arte e di architettura) è stata poi ereditata dal cugino Orazio Angaran delle Stelle, a causa di sfortunate vicende che hanno colpito i familiari di Giacomo Angaran del Sole. Le sorti della villa e della famiglia Angaran delle Stelle sono ben più luminose di quelle del nobile che per primo immaginò la villa. L’edificio e i terreni che lo circondano, vengono tramandati agli eredi fino al 1921, quando vengono acquistati dalla Compagnia di Gesù.

Con l’arrivo dei gesuiti, la villa cambia profondamente funzione, diventando un luogo dedicato alla spiritualità, al silenzio e alla preghiera, progressivamente sempre più separato dal contesto urbano. Pur essendo considerata uno dei principali monumenti della città, nel corso del Novecento perde il legame con la vita culturale locale. L’isolamento era evidente anche dal punto di vista fisico: mura alte, filo spinato e vegetazione impedivano di vedere cosa accadeva all’interno.

Un luogo che si riapre

Quando nel 2015 la gestione passa alle cooperative Adelante e Conca d’Oro, la villa si presentava come un luogo vuoto, silenzioso e percepito come chiuso. Anche la memoria della sua storia e del suo valore si era in parte affievolita.

Il cambiamento più evidente riguarda il passaggio da spazio chiuso e vuoto a luogo aperto e vissuto. Oggi Villa Angaran San Giuseppe è tornata accessibile, accogliente, attraversata da molte presenze. Ospita una comunità per minori e adolescenti, un centro per persone con disabilità, spazi abitativi condivisi, attività di ristorazione e accoglienza, oltre a progetti culturali e artistici temporanei. È uno spazio abitato quotidianamente: ci lavorano più di un centinaio di persone, ogni anno all’incirca sono cinquecento le persone che seguono percorsi socioeducativi e migliaia sono i visitatori che partecipano agli eventi. La vitalità del luogo è generata da persone che lo vivono, lo abitano e lo trasformano.

Villa Arangan oggi

Villa Angaran si descrive come un bosco: un organismo vivente formato da dieci alberi tematici (adolescenza, arte, artigianato, disabilità, ecologia, infanzia, meditazione, ospitalità, ristorazione, volontariato) le cui radici si intrecciano in un terreno comune. Le attività principali si articolano in cinque progetti fondamentali:

  • Le Carubine – centro diurno per persone con gravi disabilità, cuore sociale della Villa
  • Ramaloch – centro diurno per minori e adolescenti con difficoltà scolastiche o familiari
  • Barchessa – bar e ristorante aperti a tutti, gestiti in connessione con i progetti sociali
  • Social Hosting – accoglienza non solo turistica, ma rivolta anche a persone vulnerabili che necessitano di un rifugio temporaneo
  • Il Giardino Vivo – quattro ettari di parco, ponte tra il mondo interno ed esterno, liberamente accessibili alla comunità

A queste si affiancano attività più ampie: formazione, laboratori educativi, percorsi di inserimento lavorativo, co-housing, tirocini, prevenzione delle dipendenze, giustizia riparativa, ciclofficina e molto altro.

La sua gestione è affidata al Consorzio Rete Pictor, costituito nel 2018 nella forma giuridica di società cooperativa sociale a mutualità prevalente con qualifica di impresa sociale (ai sensi del d.lgs. 112/2017). La forma consortile fu scelta dopo aver sperimentato tra il 2015 e il 2018 un contratto di rete, rivelatosi inadeguato: il consorzio offre maggiore autonomia giuridica e, soprattutto, protegge le cooperative fondatrici da eventuali rischi economici legati alla gestione della Villa.

Il Consorzio ha due dipendenti, tutte le altre persone che lavorano a Villa Angaran appartengono alle realtà associate. Nel 2024 l’utile di esercizio è stato di € 8.118,21 a fronte di un valore della produzione pari a € 355.737,54.

Il consorzio è composto da quattro realtà:

  • Cooperativa Adelante: storica presenza a Bassano dal 1993, riconosciuta per il lavoro di rete e sviluppo di comunità 
  • Cooperativa Luoghi Comuni: costola di Adelante, attiva nell’inserimento lavorativo di persone vulnerabili
  • Cooperativa Conca d’Oro: pioniera dell’imprenditoria sociale e dell’empowerment delle persone con disabilità (gestisce una delle prime fattorie sociali in Italia)
  • Conca d’Oro Associazione: braccio associativo dell’omonima cooperativa

Dal 2018 Consorzio Rete Pictor gestisce Villa Angaran San Giuseppe nella forma di impresa sociale consortile. Il consorzio nasce dall’esperienza condivisa di quattro realtà del territorio: Cooperativa Adelante, Cooperativa Luoghi Comuni, Cooperativa Conca d’Oro e Conca d’Oro Associazione. La scelta della forma consortile garantisce autonomia gestionale e tutela le cooperative associate dai rischi economici legati alla gestione della Villa.

Nel 2024 il consorzio ha registrato un valore della produzione pari a €355.737,54 e un utile di esercizio di €8.118,21. Il Consorzio conta due dipendenti diretti, mentre tutte le altre persone che operano nella Villa appartengono alle realtà associate.

Villa Angaran si descrive come un “bosco”: un organismo vivente formato da dieci alberi tematici – adolescenza, arte, artigianato, disabilità, ecologia, infanzia, meditazione, ospitalità, ristorazione e volontariato – le cui radici si intrecciano in un terreno comune. Le attività ruotano attorno a cinque progetti principali: Le Carubine, centro diurno per persone con gravi disabilità; Ramaloch, dedicato a minori e adolescenti con fragilità; Barchessa, bar e ristorante aperti alla cittadinanza; Social Hosting, forma di accoglienza temporanea anche per persone vulnerabili; e Il Giardino Vivo, quattro ettari di parco accessibili alla comunità. Accanto a questi si sviluppano laboratori educativi, percorsi di inserimento lavorativo, co-housing, tirocini, orti e ciclofficina.

Governance e organizzazione: strutturare il cambiamento

Trasformazione fisica e cambiamento organizzativo sono il prodotto di una circolarità, l’effetto di influenze reciproche. Le cooperative coinvolte hanno dato vita al Consorzio Rete Pictor, evolvendo da una logica di network a una forma più strutturata, capace di sostenere la complessità di Villa Angaran. Il Consorzio ha permesso infatti di amalgamare le diverse visioni e anime degli enti che lo hanno costituito.

Anche la governance è stata ripensata in chiave partecipativa: rotazione delle cariche, limiti ai mandati, ampliamento del coinvolgimento. Le difficoltà a trovare persone disponibili a mettersi in gioco in ruoli di responsabilità sono state in parte superate grazie a un investimento mirato che le singole cooperative hanno fatto al loro interno, di formazione e crescita di un nuovo gruppo dirigente.

A questo proposito, va rimarcato che, se, in generale, la partecipazione contraddistingue il modello organizzativo cooperativo, un ampio ed effettivo coinvolgimento nei processi decisionali è possibile e credibile quando gli enti investono tempo e risorse per curarlo. La partecipazione è infatti favorita da un approccio organizzativo “umanistico”, che intende cioè valorizzare e promuovere chi lavora nell’ente e gli altri stakeholder nei processi decisionali (Pasinetti, Rocca, Sacchetti, Bodini 2021).  Perché la partecipazione risulti effettiva è anche necessario curare con attenzione i meccanismi di comunicazione interna: se non vi è un’adeguata diffusione di informazioni relative alle scelte organizzative è difficile immaginare un coinvolgimento consapevole. Chi partecipa ai processi decisionali deve, inoltre, avere consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione all’interno dell’ente, in modo che le scelte possano essere coerenti rispetto al modello organizzativo.

A questo proposito, il Consorzio ha cercato anche di curare il protagonismo di chi lavora sul campo. In questo contesto il tema del cambiamento non riguarda infatti solo la governance dell’ente: anche le equipe operative preferiscono il rischio di “una crisi costante” rispetto alla staticità. Lavorare con gli adolescenti, simbolo della crisi e del cambiamento, aiuta ad avere uno sguardo aperto e a cogliere la bellezza e l’utilità dei mutamenti. E questo permette anche agli operatori di sperimentarsi in progetti e attività sempre diverse.

3. Rendere comune l’eccezione: pratiche e apprendimenti

Durante il percorso di ricerca su Villa Angaran San Giuseppe è emersa con forza la sua natura profondamente singolare, un’unicità che nasce dall’intreccio tra il luogo fisico e la rete di relazioni che lo animano. Da qui prende forma una domanda inevitabile: siamo di fronte a un’eccezione irripetibile o a un’esperienza capace di generare apprendimenti trasferibili? Se, come ogni organismo vivente, Villa Angaran non è replicabile, è però possibile riconoscere alcuni tratti ricorrenti: attenzioni, posture e scelte che possono orientare altri contesti. Non modelli da copiare, ma direzioni da esplorare.

Le riflessioni sui beni comuni

In questa prospettiva, il lavoro di Elinor Ostrom (1990) aiuta a mettere a fuoco alcuni elementi essenziali. Studiando diverse esperienze di gestione dei beni comuni, Ostrom individua alcuni principi che ritornano: regole condivise, forme di governance partecipata, cura delle relazioni e delle risorse. Ciò che accomuna queste esperienze non è tanto ciò che fanno, quanto il modo in cui lo fanno: è nella qualità delle pratiche che si costruisce la possibilità di durare nel tempo.

A questo sguardo si affiancano le riflessioni di David Bollier e Silke Helfrich che allargano ulteriormente la prospettiva. Il vivere un bene comune non è soltanto una forma di gestione, ma una pratica viva, in continuo divenire, un processo fatto di relazioni, aggiustamenti, tentativi. I beni comuni, in questa lettura, non sono un’idea astratta, ma un fare concreto che si costruisce nel tempo, attraverso la cooperazione e la capacità di costruire adattamenti.

Villa Angaran San Giuseppe come bene comune

In Italia, il tema dei beni comuni si intreccia con la presenza diffusa di patrimoni sottoutilizzati o abbandonati: ville storiche, edifici ecclesiastici, spazi pubblici, spazi privati che, pur non essendo formalmente beni comuni, possiedono un forte potenziale d’uso collettivo. Il nodo non è solo il recupero fisico, ma l’attivazione sociale, ossia trasformare uno spazio in un luogo vissuto, e non semplicemente assegnato. Villa Angaran San Giuseppe si colloca proprio in questo orizzonte. La sua specificità la rende un caso unico, ma non isolato. Significativa è la sua capacità di tenere insieme varie dimensioni: sociale, culturale, economica, generando una piattaforma relazionale oltre che un contenitore di attività, grazie ad alcune scelte che ne delineano un’identità chiara e aperta.

I fili conduttori

Nel tempo, dentro questo processo, emergono alcuni elementi ricorrenti che possono servire da base per altre esperienze.

Il primo è che Villa Angaran San Giuseppe si racconta come un porto più che come un’isola. Non un luogo chiuso e autosufficiente, ma uno spazio aperto, attraversabile, sempre in trasformazione. Un punto di passaggio e di incontro, dentro una rete più ampia di relazioni. L’apertura costante dei suoi spazi non è solo una scelta organizzativa, ma una presa di posizione: quella di chi si fida dell’attraversamento.

Il secondo è la non esclusività degli spazi: nulla è davvero chiuso o riservato, tutto è pensato come parte di un bene condiviso. Gli ambienti si trasformano, si adattano, vengono modellati. Anche gli spazi più strutturati, come quelli sociosanitari, non si chiudono su sé stessi, ma restano inseriti in un ecosistema più ampio. È possibile, ad esempio, vedere convivere nel parco persone con disabilità, cittadini che partecipano ad attività ricreative e visitatori occasionali. Questa compresenza genera una normalizzazione dell’incontro che difficilmente si costruisce in contesti separati.

Il terzo è la costruzione di una narrazione condivisa. In un contesto così eterogeneo, per funzioni, ruoli e presenze, la narrazione diventa uno strumento fondamentale per costruire riconoscimento reciproco. Non si tratta solo di comunicare all’esterno, ma di creare un linguaggio comune interno, che permetta ai diversi attori di sentirsi parte di un progetto più ampio.

Infine, la scelta di forte valore simbolico: destinare i luoghi più belli alle persone più vulnerabili. Non è solo una scelta inclusiva, ma un rovesciamento di prospettiva. La bellezza non viene riservata a chi già possiede risorse, ma diventa un diritto condiviso. In questo gesto si afferma una visione etica dello spazio, che contribuisce a ridefinire le gerarchie implicite tra centro e margine.

Ciò che emerge non sono regole da applicare, ma attenzioni da osservare. Fili conduttori che non pretendono di essere replicati, ma che possono aiutare a leggere e forse a generare altri processi simili, altrove.

4. Un luogo che (si) narra

«Non basta infatti una definizione, per dirvi di me. Servono i racconti. Perché la mia voce sono tante voci che si intrecciano. La mia storia è nutrita dalle storie di coloro che in tempi diversi sono stati qui». Questa citazione, tratta dalla Trilogia dei luoghi parlanti, non è solo un incipit letterario, ma il manifesto di un metodo. A Villa Angaran San Giuseppe, il lavoro sociale non si limita all’erogazione di servizi, ma abita lo spazio simbolico delle storie e delle metafore. Qui, il narrare non è un accessorio comunicativo, ma un dispositivo funzionale per custodire la complessità e le tensioni che alimentano la generatività del progetto. L’uso del racconto rafforza, in primis, le scelte organizzative e i modelli di governance. Prendiamo l’immagine del bosco: una metafora che si presta a molteplici rappresentazioni. Le radici e il terreno diventano evocativi dei fondamenti e dei nutrimenti che alimentano i processi. Le storie che si articolano in immagini permettono di far convivere elementi eterogenei, creando una sintesi che la strutturazione aziendale non saprebbe restituire. Raccontarsi diventa così lo strumento per custodire l’identità del luogo senza irrigidirla.

Dallo spazio al luogo: l’intuizione di Michel de Certeau

Nel clima di critica alle istituzioni post-’68, Michel de Certeau esplorava la potenza creativa dell’uomo comune all’interno di sistemi strutturati da regole e leggi. Tra le “tattiche” capaci di muoversi sottotraccia, l’autore francese individuava proprio la narrazione: un elemento che sfugge al controllo dell’istituzione perché è in continua trasformazione, in quanto in primis si articola nell’oralità.

Questa potenza trasformativa è ciò che ha permesso a una struttura abbandonata di diventare Villa Angaran San Giuseppe. La narrazione trasforma la realtà: lo spazio, da asettico, diventa “vissuto”. Come suggerisce de Certeau, i racconti «organizzano in realtà i cammini; compiono il viaggio, prima o mentre i piedi lo eseguono». In questo senso, il racconto non segue il lavoro sociale: lo precede, lo accompagna e gli dà forma, riconoscendo che non bastano le politiche o i modelli per generare cambiamento, ma servono simboli e storie capaci di dare corpo al possibile.

Il rischio del “raccontarsela”

Tuttavia, tra il raccontare e il raccontarsela corre un confine sottile. Il rischio della mistificazione è sempre in agguato: la narrazione può diventare una risorsa per rileggere l’agito, ma anche un rifugio per aggrapparsi a ciò che non è mai stato o non è più.

L’esempio del libro della Trilogia dei luoghi parlanti è emblematico. Entrato nelle assemblee come strumento per costruire appartenenza, ha suscitato reazioni contrastanti. Se molti si sono sentiti rappresentati, altri hanno manifestato un senso di “saturazione”, quasi una resistenza a una modalità narrativa in cui non riuscivano a specchiarsi. Questo passaggio è cruciale: evidenzia la necessità di allinearsi costantemente sul valore e sul senso dello strumento narrativo. Il lavoro sociale è, per sua natura, un atto comunicativo che afferma un modo di stare al mondo; per questo le narrazioni condivise devono servire anche come bussola di monitoraggio, per verificare se ciò che dichiariamo corrisponda effettivamente alla realtà quotidiana.

Raccontare, in ultima istanza, è uno sforzo che spinge a tornare alle motivazioni profonde del proprio operare. In questa prospettiva, la metafora della radice è evocativa: non è più un’ancora che trattiene o immobilizza, ma una sorgente che alimenta il movimento. Villa Angaran ci ricorda che un’impresa sociale abita i suoi racconti non per autocelebrarsi, ma per continuare a camminare.

5. Il bello che educa: un’alleanza tra estetica e liberazione

Come abbiamo visto, l’intera struttura di Villa Angaran, fisica e organizzativa, dialoga con il contesto in modo costante e reciproco. In linea con questa apertura, anche l’intervento pedagogico e educativo che si svolge all’interno dei suoi servizi è permeato da un’attenzione profonda all’estetica. Un esempio emblematico è la presenza di un affresco del Cinquecento.

Potrebbe sembrare un dettaglio scontato, dato il contesto storico della Villa, ma ciò che rende questo elemento davvero significativo è la sua posizione: l’affresco si trova negli appartamenti destinati ai percorsi per l’autonomia di persone con disabilità, un luogo del tutto insolito per ospitare un’opera d’arte di quella portata. Emerso durante i lavori di ristrutturazione, è stato recuperato, conservato e integrato nel progetto senza alcuna funzionalità specifica. La scelta non è casuale, e per comprenderne il retropensiero teorico, coerente con la prassi e la filosofia educativa Villa Angaran, vale la pena mettere in dialogo alcune voci: quelle di Piero Bertolini e Letizia Caronia, e quella di Paulo Freire.

Accostare questi autori non è immediato: i loro approcci nascono da contesti storici e culturali molto diversi, l’Italia contemporanea da un lato, il Brasile degli anni Sessanta e Settanta dall’altro. Eppure, convergono su alcuni punti cruciali riguardo alla natura dell’educazione: il ruolo del soggetto e la funzione trasformativa dell’esperienza vissuta.

Un primo punto di contatto è il bello come strumento di consapevolezza. Per il pedagogo brasiliano, il cuore della pedagogia è la coscientização: il processo attraverso cui gli oppressi e gli emarginati prendono coscienza della propria condizione storica e sociale, trasformandosi da oggetti passivi in soggetti attivi. Per Bertolini e Caronia, l’educazione al bello insegna a “guardare oltre” la percezione immediata: non si tratta di ammirare passivamente un’opera, ma di decodificarne i significati profondi, le relazioni e le tensioni che racchiude. In entrambi i casi, l’atto educativo non è riempire un vaso vuoto, ma accendere una luce; se per Freire quella luce è la coscienza politica e sociale, per Bertolini e Caronia è la sensibilità estetica che rivela la complessità del reale. E in entrambi i casi, è proprio questa lettura critica che consente ai soggetti di vedere le cose diversamente, e dunque di poterle trasformare.

Un secondo punto di incontro è il riconoscimento della dignità dell’altro, indipendentemente dalla sua condizione. Entrambi i modelli rifiutano la logica della deficienza: l’educazione al bello non è un ornamento riservato a chi già sta bene, ma uno strumento di riconoscimento per chi è stato escluso o giudicato. Il bello non è solo forma, ma anche etica relazionale, un modo di stare al mondo più rispettoso e attento.

Applicare questi concetti al contesto della disabilità rappresenta una scelta metodologica precisa. L’approccio tradizionale legge spesso la disabilità attraverso la lente del deficit: cosa manca, cosa non funziona, come compensare. L’obiettivo si ferma alla normalizzazione. La sintesi tra gli autori proposti rifiuta invece l’idea che la persona con disabilità sia un vuoto da riempire: al contrario, essa porta con sé un sapere, una storia e una voce che possono esprimersi anche attraverso un’estetica apparentemente “inutile”. La bellezza, nella pratica educativa, non è legata alla dimensione funzionale, ma alla capacità di esprimere un senso unico e irriducibile.

L’affresco, in questa prospettiva, non serve a nulla di pratico nello sviluppo della vita autonoma. Ma è precisamente per questo che dice qualcosa di importante. Come Freire insegnava che l’educazione è sempre un atto politico, così l’estetica diventa etica relazionale: fonda una convivenza in cui identità plurali - educatori e beneficiari in primo luogo - coesistono senza annullarsi e senza ridursi alle reciproche funzionalità. La collaborazione si trasforma in abitare insieme, nel costruire condizioni di vita quotidiana e spazi condivisi che vanno oltre gli obiettivi del percorso educativo in corso. Villa Angaran dimostra che quando si sceglie di integrare il bello nel progetto educativo, si crea uno spazio in cui la diversità non è tollerata o casuale, ma celebrata.

L’affresco è un esempio, ma l’intera vita che permea Villa Angaran racconta un’attenzione alla bellezza che attraversa ogni scelta concreta: gli spazi del centro diurno si prolungano in ampie vetrate che danno l’impressione di essere in giardino; nella bottega campeggia un grande disegno a muro che racconta la storia dei proprietari della Villa nel corso dei secoli; di recente, il cortile d’ingresso è stato ripensato per essere un colpo d’occhio immediato, anche a costo di ridurre la possibilità di parcheggiare direttamente davanti. Sono dettagli che rivelano una postura: la bellezza, qui, non è decorazione aggiuntiva, ma criterio che orienta le scelte, cura degli spazi, valorizzazione del bene comune. È ponte tra le persone, tra passato e futuro, tra cura individuale e responsabilità collettiva.

6. L’importanza dei luoghi nel lavoro sociale

L’esperienza di Villa Angaran San Giuseppe restituisce un’intuizione che ha attraversato l’intero articolo: i luoghi non sono semplici contenitori neutri dell’azione sociale, ma dispositivi attivi, capaci di orientare pratiche, relazioni e visioni di futuro.

Nel corso di queste pagine abbiamo provato a raccontare come uno spazio possa cambiare significato nel tempo, passando da margine a centro, da chiusura ad apertura, da silenzio a narrazione condivisa. Ma soprattutto abbiamo osservato come questo cambiamento non sia solo il risultato di interventi strutturali o organizzativi, bensì il frutto di un processo relazionale continuo, in cui persone, valori e pratiche si intrecciano dando forma a qualcosa che va oltre la somma delle sue parti.

Villa Angaran San Giuseppe mostra che abitare un luogo significa prendersene cura, ma anche lasciarsi trasformare da esso. Significa riconoscere che gli spazi educano, includono o escludono, rendono possibile o impediscono l’incontro. In questo senso, il lavoro sociale non può prescindere da una riflessione profonda sui contesti in cui si sviluppa: ogni progetto prende forma dentro un ambiente che ne condiziona, e al tempo stesso amplifica, il potenziale.

L’elemento forse più rilevante che emerge non è tanto la replicabilità dell’esperienza, quanto la sua capacità di suggerire uno sguardo. Uno sguardo che invita a considerare i luoghi come alleati, come risorse vive, come infrastrutture relazionali da attivare e non solo da gestire. Non si tratta di cercare modelli da imitare, ma di coltivare attenzione, intenzionalità e apertura nei confronti degli spazi che abitiamo.

Questo articolo nasce dal desiderio di rileggere un’esperienza concreta con uno sguardo curioso, critico e costruttivo. Ciò che rimane, al termine di questo excursus, è la consapevolezza che il futuro del lavoro sociale passa anche, e forse soprattutto, dalla capacità di immaginare e costruire luoghi che sappiano generare comunità, senso e possibilità.

7. Bibliografia

Pasinetti M., Rocca E., Sacchetti S., Bodini R.  Governance partecipata e impresa sociale. Tra esperienza, fattibilità e strumenti, Paper preparato per il 15° Colloquio scientifico sull’impresa sociale. 17 e 18 giugno 2021 – Iris network.

Michel de Certeau (2009), L’invenzione del quotidiano, Edizioni lavoro, Roma

L. Caronia, P. Bertolini 2018), Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee d’intervento, FrancoAngeli, Milano.

P. Freire (2022), Pedagogia degli oppressi, EGA-Edizioni Gruppo Abele, Torino.

P. Freire (2021), Il diritto e il dovere di cambiare il mondo. Per una pedagogia dell’indignazione, Il Margine.

Elinor Ostrom (1990), Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press.

David Bollier e Silke Helfrich (2019), Free, Fair and Alive. The Insurgent Power of the Commons, New Society Publishers.

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Giulia Caldonazzi

Manager in ambito culturale e artistico dal 2012, ha esperienze in contesti nazionali e internazionali. Nel 2026 ha conseguito il Master in Gestione delle Imprese Sociali, approfondendo temi quali il design partecipativo, l’inclusione sociale e di genere e i beni comuni, e ampliando la sua visione tra cultura, sociale e comunitario. È particolarmente interessata alle economie comunitarie e all’intersezione tra culture e bisogni. Ha svolto un tirocinio presso Brave New Alps/La Foresta in Vallagarina ed è nel direttivo dell’associazione Zona Franca di Trento.

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Ludovica Pirillo

Laureata in scienze dell’educazione si occupa di politiche giovanili dal 2014 e lavora in qualità di coordinatrice in una cooperativa sociale. Nel 2019 assieme ad un gruppo di amici e colleghi fonda 232 APS associazione che utilizza il rap come strumento educativo di cui è presidente e responsabile progetti. Attraverso questa attività si appassiona al mondo della progettazione sociale, diventa progettista sociale per Koiné cooperativa sociale e successivamente responsabile della progettazione per Fondazione Don Gino Rigoldi. Reputa fondamentale per il suo percorso professionale e personale l’incontro con il Master in Gestione delle Imprese Sociali dell’università di Trento, frequentato nel 2025, attraverso cui ha potuto approfondire tematiche che ha sempre sentito molto vicine: economia e innovazione sociale.

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Lorenzo Marucci

Studente-lavoratore, laureato in filosofia, si occupa di educazione e progettazione sociale. Nel 2022 ha fondato con un gruppo Shemà APS, un’associazione che si occupa di educazione, formazione e ospitalità. Ha conseguito il Master in Gestione di Imprese Sociali, che gli ha consentito di consolidare competenze sociali e gestionali, ampliando la sua visione sulle opportunità offerte dal Terzo Settore. Attualmente si occupa di politiche giovanili e di progettazione presso Casa Cooperativa Sociale.

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Sara Resina

laureata in giurisprudenza nel 2020, si occupa di diritto e di terzo settore. Nel 2025 ha conseguito il Master in Gestione d’impresa sociale. È interessata ai temi dei beni comuni, della lotta alle mafie e al diritto dell’immigrazione.

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