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ISSN 2282-1694
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Argomento:  Attualità - Policy
data:  14 luglio 2026

Un vocabolario comune, finalmente. Note sul Piano nazionale per l’economia sociale

Gianluca Salvatori

Il Piano d'Azione nazionale per l'economia sociale approda al Consiglio dei Ministri; di qui in avanti si affiancano una attesa per le politiche, chiamate a dare attuazione al Piano attraverso una governance partecipata, e una sfida per le organizzazioni, inviatate a superare i tradizionali particolarismi.


Il 2 luglio il Consiglio dei ministri ha esaminato, nella forma dell’informativa, il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale. La data non è neutra: cade a cinque anni quasi esatti dal Piano d’azione europeo del dicembre 2021 e a tre mesi dalla revisione di medio termine con cui la Commissione ha fatto il punto sul percorso verso il 2030. L’Italia arriva dunque a metà strada, non tra i primi ma nemmeno ultima: la revisione conta 21 Stati membri con strategie nazionali o regionali adottate o in preparazione, e il documento italiano chiude una gestazione avviata al Ministero dell’economia con il gruppo di lavoro del 2024 e passata per una consultazione pubblica che nell’autunno 2025 ha raccolto oltre cento contributi. Vale la pena fermarsi su quattro aspetti: la cornice concettuale che il Piano importa, i suoi contenuti, la forma con cui è stato adottato e ciò che dovrebbe seguirne.

La cornice prima dei contenuti

Il primo motivo di apprezzamento è concettuale, e viene prima di qualunque misura. La tradizione italiana ha sempre proceduto per famiglie giuridiche: la cooperazione, e al suo interno la cooperazione sociale; il Terzo settore con il suo codice; le mutue; le fondazioni; lo sport dilettantistico; gli enti religiosi civilmente riconosciuti. Ciascuna con la propria storia, le proprie rappresentanze, il proprio corpo normativo e una consolidata attenzione a marcare l’individualità, quando non la distanza, rispetto alle altre. Il Piano le ricompone per la prima volta in un perimetro unitario, definito non dalla forma giuridica ma dai tre principi operativi fissati a livello europeo: primato della persona e delle finalità sociali o ambientali sul profitto, reinvestimento di utili e avanzi, governance democratica o partecipativa.

Il guadagno è duplice. Da un lato il riconoscimento istituzionale: circa 400 mila organizzazioni, 1,53 milioni di addetti e oltre 4,6 milioni di volontari smettono di essere un arcipelago di comparti e diventano un sistema, leggibile come tale dalle politiche pubbliche. Dall’altro la scala: quel sistema si aggancia ai 4,3 milioni di enti e agli 11,5 milioni di occupati che l’economia sociale conta nell’Unione, e può rapportarsi a una comunità di policy che ormai parla la stessa lingua da Varsavia a Siviglia[1].

C’è poi la parola “economia”, che non è un dettaglio lessicale. La cornice europea non descrive un settore terzo, residuale rispetto a Stato e mercato, ma un modo di fare impresa che interagisce pienamente con entrambi conservando principi propri. Il segnale italiano è coerente e per certi versi sorprendente: il coordinamento del Piano è incardinato al Ministero dell’economia e delle finanze, non al Lavoro. L’economia sociale entra così, almeno sulla carta, nel circuito delle politiche finanziarie, fiscali, di bilancio e degli acquisti pubblici, dove si decidono le condizioni materiali del suo sviluppo. L’interazione, del resto, corre già in entrambe le direzioni: verso lo Stato attraverso gli istituti dell’amministrazione condivisa, che il Piano richiama espressamente; verso il mercato attraverso appalti, concessioni e strumenti finanziari. Riconoscerla per nome significa smettere di trattarla come un’eccezione che interviene solo a fronte di fallimenti altrui.

Contenuti europei, inflessione nazionale

Sul piano dei contenuti il documento, 38 pagine per 136 punti, procede con ordine. Definisce il perimetro dei soggetti (enti del Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico, enti religiosi, con le fondazioni di origine bancaria in un doppio ruolo di attori e finanziatori). Fotografa il settore e ne riepiloga le normative. Poi allinea le leve: accesso al credito e alla finanza, con il rafforzamento della sezione del Fondo di garanzia PMI dedicata agli enti, il ricorso a InvestEU e FEI, l’ipotesi di un rating sociale riconosciuto per legge, muovendo dalla constatazione che i modelli di valutazione bancari non sanno leggere patrimoni indivisibili e governance mutualistiche; appalti pubblici, con criteri di aggiudicazione oltre il prezzo più basso, quote riservate e maggiore uso degli strumenti che derogano dal regolamento sugli aiuti di Stato; patrimonio immobiliare e rigenerazione, con corsie preferenziali per il riuso di beni pubblici e confiscati; formazione, per gli operatori e per i funzionari pubblici; sostegno alla ricerca, dati e misurazione, con una piattaforma nazionale, un conto satellite Istat e standard condivisi di impatto; valorizzazione del volontariato; una governance affidata a un Comitato tecnico presso il MEF. Durata decennale e revisione a cinque anni: lo stesso passo, non a caso, del ciclo europeo appena giunto al suo giro di boa. Il primo appuntamento di verifica con la Commissione è fissato al 2027.

Chi vi cercasse la “via italiana” resterà tuttavia deluso. La struttura ricalca i mattoni indicati dalla Commissione per le strategie nazionali (visione e obiettivi, assetto amministrativo, consultazione, visibilità, monitoraggio) e le leve della Raccomandazione del Consiglio del novembre 2023: finanza, mercati e appalti, aiuti di Stato, fiscalità, dati. La singolarità nazionale, così spesso rivendicata nel dibattito domestico, si rivela qui più espediente retorico che realtà di fatto. Il che nulla toglie a un’altra verità: per consistenza e per formalizzazione giuridica le componenti italiane restano tra le più articolate e sviluppate d’Europa, con corpi normativi che pochi altri Paesi possiedono. Proprio per questo l’adozione della cornice comune costa poco e rende molto. Non c’è nulla da smontare; c’è molto da connettere.

La forma è sostanza

Il terzo punto riguarda la veste giuridica, e qui l’entusiasmo va temperato. Il Piano è passato in Consiglio dei ministri come informativa, non come decreto. È una legittimazione di massima, un atto di indirizzo politico che rinvia a provvedimenti successivi la traduzione concreta di ogni misura: il primo banco di prova saranno le prossime leggi di bilancio, dove dovranno comparire stanziamenti e strumenti attuativi. Nel frattempo, lo stesso Comitato tecnico che dovrebbe presidiare l’attuazione è ancora da attivare, e il testo si limita a richiamare l’esigenza di governance, coordinamento e monitoraggio senza ancora dotarla di gambe. La norma che istituisce il Comitato di esperti con funzioni consultive (Legge di bilancio 2026, art. 1, comma 281, curiosamente approvata prima ancora che il Piano nazionale vedesse la luce) opera, del resto, una discutibile restrizione nella sua composizione, limitata a “rappresentanti degli enti di rappresentanza dei diversi soggetti dell’economia sociale”: evidente colpo di coda di un’abitudine, dura da scalfire, a ragionare in termini di rappresentanza sindacale piuttosto che di ecosistema.

Questa cautela formale nella modalità di approvazione dice anche qualcosa di più profondo: la categoria “economia sociale” non è ancora stata metabolizzata dalla pubblica amministrazione italiana, che continua a lavorare per silos coerenti con le vecchie partizioni (il registro unico del Terzo settore da una parte, l’albo delle cooperative dall’altra, i registri dello sport altrove). Il rischio del piano-manifesto dunque esiste. Esistono però anche controprove incoraggianti, e vengono dal basso: le Città metropolitane di Bologna e Torino hanno già adottato piani locali per l’economia sociale costruiti traducendo direttamente il quadro europeo, e li stanno portando in attuazione, appalti sociali compresi. Dove un intermediario di ecosistema c’era, l’atterraggio è avvenuto, e in tempi più rapidi di quelli nazionali. È una lezione che il livello centrale farebbe bene a studiare, anche perché la Raccomandazione europea assegna proprio ai livelli locali e regionali un ruolo di primo piano nell’attuazione[2].

Dopo il riconoscimento, la struttura

L’auspicio, allora, è che a questo passaggio segua una strutturazione più solida dell’ecosistema, su entrambi i versanti. Sul versante pubblico i compiti sono chiari: istituire il Comitato in un formato meno sindacale, costruire il conto satellite, formare i funzionari, portare i criteri sociali dentro le stazioni appaltanti. Sul versante delle organizzazioni la sfida è di postura: il perimetro comune offre l’occasione per superare l’atteggiamento identitario e difensivo che ha storicamente frammentato la rappresentanza, e per presentarsi alle politiche pubbliche, ai mercati e alla finanza come sistema, senza che questo cancelli le differenze tra le famiglie. Non si tratta di fondere le identità, ma di smettere di usarle come confini: la consultazione che ha preparato il Piano, con la partecipazione delle reti del Terzo settore e della cooperazione, indica che lo spazio per farlo esiste.

Il contesto rende questa evoluzione meno facoltativa di quanto sembri. Il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 procede in salita per la dimensione sociale: il Parlamento europeo ha chiesto un bilancio da 2.014 miliardi con 124 miliardi vincolati al Fondo sociale europeo, ma la prima ipotesi di compromesso circolata al Consiglio taglia del 2 per cento rispetto alla proposta della Commissione, con coesione e investimenti sociali tra le voci più esposte; i Paesi frugali chiedono riduzioni ancora maggiori, mentre sedici Stati, Italia compresa, si sono coalizzati in difesa della coesione. Il vertice di giugno non ha prodotto un accordo e la nuova presidenza irlandese presenterà cifre aggiornate in autunno. Soprattutto, l’architettura concordata accorpa la coesione in un unico grande contenitore, circa il 40 per cento del bilancio, gestito attraverso Piani di partenariato nazionali e regionali con una soglia minima del 14 per cento per gli obiettivi sociali: più discrezionalità agli Stati, più centralizzazione delle decisioni di spesa, meno risorse per il welfare[3].

Tradotto: le risorse europee per il sociale saranno probabilmente minori, più contese e più mediate dalle scelte nazionali. Per l’economia sociale italiana la rendita di posizione non sarà un’opzione. Conteranno la capacità di stare negli appalti e nei mercati, di attrarre finanza privata, di farsi trovare organizzata quando i Piani di partenariato verranno scritti. Il Piano nazionale offre il vocabolario per farlo. La condizione è però che diventi una lingua parlata dalle prossime leggi di bilancio e, in pari misura, dai comportamenti degli attori che quel vocabolario finalmente nomina insieme.

 


[1]Il dato origina dallo studio di benchmarking CIRIEC-EURICSE-Spatial Foresight-EISMEA (2024).

[2]Piano metropolitano di Bologna (primo in Italia, sette missioni, oltre sessanta misure): Città metropolitana di Bologna, portale istituzionale. Piano metropolitano di Torino 2030 (approvato nella primavera 2025 con la Camera di commercio, 312 Comuni, sperimentazione sul social procurement con le stazioni appaltanti).

[3]Nel negoziato QFP 2028-2034 la posizione del Parlamento europeo è: 2.014 miliardi, +197 rispetto alla proposta della Commissione; il negobox della presidenza cipriota ha proposto invece una riduzione del 2 per cento, cui si affianca la richiesta tedesca di tagli per 400 miliardi.

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Gianluca Salvatori

Euricse

Gianluca Salvatori è dal 2009 segretario generale di EURICSE e dal 2024 vicepresidente del primo Centro italiano sull’innovazione sociale (Italian Competence Center on Social Innovation – ICCSI). Dal 2018 al 2023 è stato segretario generale della Fondazione Italia Sociale. È anche membro del Geces (Gruppo di esperti della Commissione Europea sulla economia sociale) e osservatore nella UNTFSSE (UN Inter-Agency Task Force on Social and Solidarity Economy). In precedenza, si è occupato di ricerca e innovazione come dirigente della Fondazione Bruno Kessler, poi come assessore alla ricerca e innovazione della Provincia autonoma di Trento, ed è stato fondatore e presidente di Progetto Manifattura, hub dell’innovazione sostenibile.

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