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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  7 minuti
Argomento:  Un nuovo dossier!
data:  21 marzo 2021

Acini di fuoco - Dossier Mezzogiorno

Michele Mosca, Elena Silvestri

La vivacità di riflessioni che attraversa gli articoli del dossier ben rappresenta la ricchezza di proposte, elaborazioni ed esperienze che, in questi anni, tra mille difficoltà hanno offerto forme di resilienza imprevedibili e che, come "acini di fuoco", tracciano la strada per un nuovo modello di sviluppo per il nostro Mezzogiorno.


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Questo Dossier contiene riflessioni su come imprese sociali e altre organizzazioni di terzo settore possano contribuire ad affrontare i problemi che attanagliano da sempre l’economia e la società del Mezzogiorno. Le diverse prospettive di analisi suggerite aiutano a individuare soluzioni a problemi atavici: i divari territoriali Nord-Sud, la costruzione di modelli di welfare inclusivi, il contrasto alla criminalità organizzata, la creazione di network tra imprese e allo sviluppo sano dei territori. Si tratta di diversi saggi che come anticipato provano a proporre soluzioni che, in molti casi, costituiscono approcci innovativi ad alcuni problemi.

Nelle pagine che seguono viene proposto un filo rosso che lega le riflessioni proposte nel corso degli anni dalla rivista Impresa Sociale con lo scopo di offrire al lettore una chiave di lettura per districarsi all’interno di problematiche molto spesso anche complesse e alle proposte di soluzioni.

Nel lavoro di Domenico Marino e Gaetano Giunta si analizza la realtà complessa del Mezzogiorno d’Italia e si propone un nuovo paradigma utile alle scelte strategiche e organizzative delle imprese sociali. Gli autori valutando le caratteristiche del territorio e le potenzialità offerte dall’impresa sociale, suggeriscono l’adozione di forme istituzionali innovative - la fondazione di comunità – come uno strumento per contribuire a risolvere i tradizionali ritardi di sviluppo di alcuni territori. Strumenti innovativi per valorizzare le risorse di questa area del Paese possono rappresentare la chiave di svolta di problemi che impattano sull’economia e la società.

Sulla stessa linea prosegue il contributo di Melania Verde che, analizzando l’esperienza di un quartiere di Napoli - Piazza Mercato – mostra la dinamicità del tessuto produttivo locale nel dare vita a forme di aggregazione e collaborazione tra imprese per il superamento di problemi comuni. Il forte degrado urbano di questa area rappresenta un problema da superare attraverso strumenti di rigenerazione urbana; tuttavia, l’impasse di fronte al quale ci si trova è il classico problema di dilemma del prigioniero: gli individui preferiscono quelle scelte che massimizzano i propri vantaggi individuali e non quelle di gruppo che portano, come nel caso esaminato, ad una maggiore cura per l’ambiente urbano. Una situazione di miopia nella quale ricadono gli individui spesso non fa comprendere il valore e il vantaggio che si otterrebbe nel preferire soluzioni di tipo collaborativo. Come uscire da una situazione del genere? L’autrice propone una interessante soluzione che può spingere gli agenti economici a preferire comportamenti volti a massimizzare il risultato del gruppo, vale a dire a preferire quelle soluzioni che si basano sulla collaborazione/cooperazione e che sono in grado di condurre a situazioni di payoff migliori: adottare strumenti di incentivazione/disincentivazione innovativi che, come è noto, possono spingere verso scelte di maggiore vantaggio per la collettività. Infatti, la “cooperazione strumentale e condizionale”, derivante dall’adesione a sistemi di incentivi e punizioni come, ad esempio, il l’adozione del contratto di rete per aggregare gli imprenditori dell’area e/o la “cooperazione non strumentale” che nasce dalla fiducia genuina ed interpersonale tra gli agenti, quella cioè che non risponde alla logica individualistica, sono proposte che possono generare vantaggi per un’intera comunità e che proiettano il territorio verso sentieri di sviluppo diverso.

Il saggio di Francesco Silvestri presenta una interessante applicazione del modello principale-agente, preso a prestito dalla teoria economica e adottato alle politiche pubbliche, per analizzare come il processo di trasformazione da un sistema di welfare tradizionale in welfare mix possa generare interessanti risultati per i Quartieri Spagnoli di Napoli. Si tratta di un’applicazione di un modello teorico ad un caso concreto in un quartiere di Napoli con elevata densità abitativa e con forti problemi di integrazione sociale. In questa realtà apparentemente fredda, ci sono iniziative che mostrano un particolare dinamismo del “privato sociale” – attraverso l’azione di fondazioni e di altre organizzazioni nonprofit in opera già dagli anni ’80 del passato secolo che si fanno carico di proporre soluzioni a problemi di interesse generale. Nel corso del tempo l’azione delle organizzazioni di matrice cattolica è stata affiancata da quelle di organizzazioni laiche che sono in grado non solo di intercettare finanziamenti da bandi pubblici e da fondazioni di origine privata, ma anche di autofinanziare le attività attraverso il ricorso a donazioni, quote associative e raccolta del 5 per mille. Ne deriva un interessante caso studio che mette in risalto come l’azione da parte di cittadini, organizzazioni private nonprofit riesca a contaminare l’azione delle istituzioni pubbliche richiamandole ad adempiere le proprie funzioni istituzionali. Un esempio di come le dinamiche sociali di un quartiere ‘multiproblematico’, ma anche carico di ‘multienergie’ di una grande metropoli del Mezzogiorno possano essere capaci di generare modelli partecipativi sul versante del sociale che rappresentano archetipi meritevoli di replicazioni in altri contesti territoriali con caratteristiche economiche e sociali similari.

Nel saggio di Luigi Delle Cave si analizzano i risultati di una ricerca condotta nell’ambito del Comune di Napoli. L’autore ripercorre il processo di trasformazione che nell’ultimo ventennio ha interessato la governance locale della terza città metropolitana italiana per numero di abitanti e la prima per densità abitativa. Dall’analisi proposta emerge la particolare azione svolta dalle organizzazioni del terzo settore nella capacità di aver definito gli assetti del welfare locale e nello sviluppo di reti e partnership territoriali. Grazie al ricorso alle categorie analitiche e metodologiche della social network analysis l’autore presenta, inoltre, un’interpretazione del principio di sussidiarietà in chiave relazionale e ricostruisce la rete del terzo settore napoletano che con una particolare dinamicità è riuscita ad avviare sul territorio pratiche sussidiarie tra diversi soggetti per il rafforzamento del welfare locale.

Il tema del lavoro assume un rilievo particolare nel saggio di D’Isanto, Fuscaldo e Musella che analizzano all’interno delle cooperative sociali l’effetto perverso che colpisce i lavoratori, lo scarring effect. Come è noto si tratta di una causa che genera la disoccupazione legata ad un particolare stato: l’essere disoccupati oggi aumenta la probabilità di essere disoccupati in futuro e incide negativamente anche sul salario. Gli autori ricorrono alla teoria del capabilites approach che aiuta a ridefinire il campo di applicazione dello scarring effect e a estenderlo anche altri aspetti della qualità della vita e del lavoro, nonché ad individuare appropriate politiche di inserimento lavorativo. L’efficacia di questo approccio è stata testata guardando alle attività di servizio messe in atto dalle cooperative sociali, in particolare da quelle che si occupano più da vicino dell’inclusione di soggetti svantaggiati nel mercato del lavoro.

La questione della coesione sociale emerge come tema comune ai lavori presenti in questo dossier e nel saggio di Giulia Venturini e Paolo Roberto Graziano si prova a costruirne un suo indicatore su base regionale. La proposta di una mappatura della coesione sociale attraverso la realizzazione di un indicatore composito rappresenta il tentativo di individuare oggettivamente uno strumento in grado di poter misurare le componenti del capitale sociale, vale a dire l’insieme di fiducia, cultura e ricchezza economica e sociale che caratterizzano una comunità. Gli autori dopo aver presentato la descrizione di alcuni indicatori generalmente utilizzati come proxy della coesione sociale propongono un nuovo indicatore costruito utilizzando sette indici singoli rappresentativi degli elementi fondamentali caratterizzanti la definizione di coesione sociale: relazioni sociali, economia, parità di genere, cultura, inclusione sociale e non discriminazione, ambiente, fiducia. Interessante è inoltre il risultato raggiunto nel saggio che, grazie all’applicazione della stessa misurazione alle regioni italiane, rivela come l’adozione di un indicatore composito sia particolarmente adatta anche ad analisi di impatto delle politiche sociali sul benessere della popolazione.

Applicazioni a casi concreti della realtà meridionale come l’esperimento realizzato da Federica D'Isanto e Salvatore Di Martino sulla tradizione napoletana del caffè sospeso, fanno comprendere i limiti che la teoria economica tradizionale incontra nella interpretazione e spiegazione dei comportamenti auto-interessati degli agenti economici. L’esperimento condotto dagli autori evidenzia che ci sono comportamenti prosociali che i consumatori adottano che contraddicono la teoria tradizionale e trovano spiegazione in altri criteri, come quello di reciprocità, che giustifica l’interesse della scienza economica per lo studio di tali fenomeni. La tradizione napoletana del caffè sospeso mostra con particolare enfasi che a date condizioni, e in presenza di un particolare capitale sociale, si attivano atteggiamenti altruistici e “prosociali” che possono essere spiegati solo introducendo criteri interpretativi diversi da quelli suggeriti dal mainstream della teoria economica.

Il tema dei sistemi di welfare viene affrontato anche nel lavoro di Michele Mosca che, riporta l’attenzione sul budget di salute, uno strumento che favorisce la permanenza delle persone fragili sul territorio, nell'ambito di un modello di welfare proattivo che prevede corresponsabilizzazione e cooperazione tra istituzioni e organizzazioni del terzo settore. L’attenzione per questo potente strumento per attivare le politiche sociosanitarie sui territori è determinata dalle sue potenzialità che lo propongono come una soluzione di presa in carico territoriale alternativa al ricovero nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA). Un’attenzione verso le RSA che è ritornata al centro della riflessione degli studiosi e dei policymaker in seguito anche alla diffusione dei dati di cattiva gestione dell’epidemia che ha fatto registrare migliaia di decessi conseguenti all’infezione da Covid-19. Le argomentazioni presentate a favore del budget di salute mostrano come un approccio diverso alla cura delle persone sia in grado di evitare il ricorso massiccio a strutture residenziali e ha portato alla consapevolezza che in molti casi il ricorso all’istituzionalizzazione non si basa su principi di appropriatezza, ma su discutibili criteri di efficienza, cioè sul tentativo di abbattere i costi con la serializzazione dei bisogni e la relativa risposta per aggregazione, dimenticando che la salute è qualcosa che va oltre il mero trattamento sanitario, come ci ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Il tema della centralità delle persone all’interno dei sistemi di welfare viene ripreso anche da Mauro Baldascino che evidenzia il percorso per il raggiungimento di una legge nazionale sul budget di salute. Nel lavoro si pone enfasi sul rischio che questo strumento innovativo possa essere considerato solo sul versante dell'efficienza economica e non come tentativo di ridisegnare gli interventi di welfare che pongono la persona al centro del sistema. L’articolo evidenzia come la proposta di legge di “Introduzione sperimentale del metodo del budget di salute" presentata alla Camera dei Deputati, rappresenti una proposta coerente con la risoluzione conclusiva della XII Commissione (Affari sociali), votata all’unanimità - che impegna il Governo a promuovere “l'uso del budget di salute come strumento di integrazione sociosanitaria ...” – e che ha riacceso il dibattito su uno dei più importanti dispositivi di welfare di comunità utilizzato in Italia. Un percorso che ormai sembra essere tracciato in modo dettagliato e che lascia ben sperare che il budget di salute, dopo l’esperienza pioneristica della regione Campania, possa diventare in tempi brevi un elemento rilevante delle politiche di welfare nazionali.

Lo "sviluppo sano dei territori" come obiettivo di policy è il tema presentato da Mauro Baldascino e Michele Mosca che propongono il riuso sociale dei beni confiscati come strategia nazionale per il contrasto alle organizzazioni criminali. Gli autori evidenziano l’importanza di contemplare un ampliamento della categoria di soggetti nonprofit concessionari di immobili confiscati e propongono il coinvolgimento dell’impresa sociale nella gestione dell’immenso patrimonio sottratto alle consorterie criminali. Una possibilità che potrebbe essere inserita con le proposte di riforma della normativa antimafia che sono volte a superare le grandi criticità finora evidenziate dai soggetti coinvolti nella valorizzazione dei beni confiscati. Una parte della riforma tocca, infatti, anche il tema della destinazione dei beni confiscati, prevedendo l’allargamento della platea di soggetti cui gli enti territoriali possono concedere gli immobili destinati ad uso sociale. Le imprese sociali costituirebbero il soggetto ideale per lo svolgimento di tale ruolo essendo la loro attività economica principale finalizzata alla produzione e allo scambio di beni e servizi di utilità sociale e diretta a realizzare finalità di interesse generale.

Il tema del riscatto dei territori è infine analizzato anche nel saggio di Maria Antonietta Sbordone che presenta l’’esperienza realizzata con il progetto La RES - Rete Economia Sociale, sui beni confiscati alle mafie nei luoghi delle Terre di Don Peppe Diana – vasto territorio della provincia di Caserta. Si tratta di un interessante progetto di sviluppo locale che ha puntato a rigenerare lo sviluppo nelle filiere dell’agroalimentare, del turismo sociale e della comunicazione, animandosi attraverso l’impegno concreto delle persone che hanno lavorato per determinare le nuove regole che realizzino una rete locale di relazioni economiche e sociali. L’articolo registra lo stato dell’arte e ripercorre le fasi realizzative del design networking, racchiudendo le idee e le prospettive future secondo un modello di sviluppo che parte dal basso e diffonde e fa conoscere il territorio attraverso un racconto collettivo.


Gli articoli che compongono il dossier Mezzogiorno contengono una vivacità di riflessioni su temi di interesse generale che rappresenta la luce che illumina questa parte del Paese che ha saputo, in questi anni, offrire forme di resilienza interessanti alle trasformazioni economiche, sociali e, da ultimo, alla pandemia generata dal virus Covid-2019.

È da questa prospettiva che va guardato il Sud, una direzione che mostra un attivismo energico dei territori, delle persone e delle organizzazioni che in questi anni non sono state “ferme al palo”. Esperienze di riscatto dei territori, come quelle messe in atto sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata, cura dell’ambiente, proposte di modelli di welfare innovativi messe in campo da cittadini e organizzazioni non-profit che hanno saputo cogliere anzitempo le trasformazioni in atto della società e dell’economia. A ben vedere allora, i molteplici argomenti trattati dagli studiosi in questi anni, sembrano assumere il ruolo e la forza degli ‘acini di fuoco’. Infatti, come questi ultimi venivano offerti per avviare le fiamme nei focolari delle case dei vicini, i temi e le riflessioni riguardanti problemi di interesse generale approfonditi in questo dossier rappresentano fiamme messe a disposizione della comunità scientifica che hanno avviato ulteriori riflessioni e che ci consentono di leggere meglio i cambiamenti in atto che interessano la nostra società. Si tratta di stimoli interessanti che hanno consentito, e consentono, l’ideazione di policy e di strumenti di intervento per agire sulle cause che generano i problemi del ritardo dello sviluppo economico, dei differenziali di ricchezza, dei divari occupazionali, dei (bassi?) livelli e della qualità del benessere e della forte presenza della criminalità organizzata, tutti fenomeni che rappresentano la ‘palla al piede’ per lo sviluppo sano del Mezzogiorno.

Le analisi e le riflessioni contenute nel dossier testimoniano la presenza di forme di cittadinanza attiva sostenute dall’azione di volontari, cooperatori sociali, imprese sociali, fondazioni che rappresentano il tessuto connettivo che ha sostenuto le trasformazioni dei territori. Le esperienze raccolte, inoltre, dimostrano che è possibile costruire una nuova forma di economia centrata sul protagonismo di più soggetti e che richiede l’adozione di modelli di gestione multistakeholder ancorati al principio paritario di responsabilità, ruoli e competenze. Una prospettiva questa che segnala la capacità di un intero territorio nello sviluppare forme di resilienza innovative che costituiscono gli strumenti con i quali riuscire a scardinare definitivamente il paradigma che considera il Mezzogiorno ancora come un’icona simbolo del ritardo economico, politico, sociale e culturale del Paese.

Le esperienze originali di cittadinanza attiva sviluppate in ambito sociale, come quelle che hanno alimentato percorsi di educazione permanente sul fronte dell’integrazione e coesione sociale, sono sostenuti da persone, associazioni e istituzioni impegnate per il perseguimento di obiettivi comuni; costituiscono esempi in grado di alimentare nuove motivazioni e di mostrare che collaborazione, cooperazione e solidarietà sono elementi imprescindibili delle politiche di uno sviluppo sano e civile.

Ad alimentare questo protagonismo ha contribuito in modo determinante l’azione di finanziamento di progetti volti a generare e sostenere le reti di collaborazione tra cittadini e istituzioni che hanno saputo incentivare e selezionare la produzione di idee innovative. Si è trattato di un’azione capillare che microchirurgicamente ha consentito di saldare rapporti preesistenti tra i soggetti consentendo loro di convogliare le forze con spirito collaborativo verso il perseguimento di obiettivi comuni. L’attività che ha svolto ad esempio Fondazione Con il Sud, è stata esemplare su questo fronte avendo concretizzato prima di altri con politiche di finanziamento ad hoc meccanismi attraverso i quali attrarre idee innovative per la soluzione di problemi che affliggono la società meridionale e non solo. L’azione capillare di saldatura dei legami sociali e di collaborazioni tra persone, associazioni e istituzioni della Fondazione ha agito come gli ‘acini di fuoco’ che hanno alimentato competenze consentendo di migliorare selezionare idee brillanti e professionisti funzionali a costruire e rafforzare percorsi di coesione sociale per dar forza ad un nuovo modello sviluppo locale centrato sulle persone e sulle peculiarità territoriali.


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Rivista-impresa-sociale-Michele Mosca Università degli Studi di Napoli "Federico II"

Michele Mosca

Università degli Studi di Napoli "Federico II"

Professore associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II".

Rivista-impresa-sociale-Elena Silvestri Consorzio La Rada

Elena Silvestri

Consorzio La Rada

Presidente del Consorzio La Rada di Salerno

Tempo di lettura:  7 minuti
Argomento:  Un nuovo dossier!
data:  21 marzo 2021
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