Una recensione del libro "Lavorare tutti. Storie e pratiche di emancipazione" di Andrea Bernardoni e Fabrizio Marcucci, un libro che, con un registro insieme narrativo e riflessivo, ricostruisce le storie di inclusione e emancipazione che costituiscono la quotidianità delle nelle cooperative sociali.
Recensione di Bernardoni A, Marcucci F., (2026), Lavorare tutti. Storie e pratiche di emancipazione, Il Ponte, Firenze.
Partiamo da lontano ma neanche troppo: Franco Basaglia nasceva nel 1924, ma più che altro se ne andava, prestissimo, nel 1980. Ha avuto la fortuna di non vivere gli anni Ottanta, e noi la sfortuna di non averlo, in quegli anni: quelli che, secondo Wu Ming, potevano andare molto peggio, cioè “essere perfetti”. Perché in fin dei conti gli anni Ottanta non sono stati proprio perfetti: se è vero che in quel decennio si sono poste le basi di tante storture che viviamo ancora oggi (Thatcher, Reagan, “la società non esiste, esistono solo gli individui”, non c’è alternativa al capitalismo, e compagnia brutta), è altrettanto fondato dire che non tutto è andato perduto; e che, insomma, Basaglia non ha combattuto affatto invano.
Perché richiamare Basaglia per parlare di Lavorate tutti. Storie e pratiche di emancipazione, di Bernardoni e Marcucci (edito da Il Ponte). Beh, perché è citato ben 15 volte nel libro, e un motivo ci sarà: per come l’ho letto io, lui, il suo pensiero e soprattutto la sua pratica (come lo psichiatra veneziano amava parlare di quello che faceva) sono sia le fondamenta, sia il filo rosso, trasversale, di tutte le pagine; pagine che scorrono davvero benissimo, una via l’altra, grazie alle sapienti mani degli autori.
Lo stile, allora, innanzitutto, o il genere: il libro è una specie di lungo reportage che si fa saggio, o, se si preferisce, di un saggio che si compone di tanti reportage. Qui si vede bene come le competenze di chi l’ha scritto si siano fuse, per dare vita a qualcosa che è sia freschissimo nella narrazione, sia analitico nella riflessione. Bernardoni è più uno studioso, che mette in fila, che si dà il tempo lungo delle proposte assennate e che tampina chi le dovrebbe realizzare, e che fa ragionare per bene e agire di conseguenza la cooperazione sociale (ambito in cui lavora); Marcucci è un giornalista con la “g” che solo per pudore scrivo minuscola, si muove, cammina, raccoglie storie, le riscrive, scrive di suo (tanto e bene, ultimamente su cronacheumbre.it), e quello che racconta lo vive, quasi sulla sua pelle, e te lo fa vivere, andando pure lui tanto giù nelle profondità del pensiero. Insomma, una bella coppia, che ha composto questo libro mischiando generi diversi. Una scelta coraggiosa, che dà respiro, alternando ritmi e contenuti diversi: il brano dell’intervista, la riflessione sulla norma, la citazione accademica, lo spunto stilistico, la narrazione pura. Il tutto prima ordito e poi cucito in una trama visibile e ben chiara.
“Le singole intelligenze possono farsi collettiva se ognuna di esse prende coscienza che il suo campo è stato danneggiato dalla stessa Entità che ha danneggiato il campo di altri. Fin quando l’Entità procederà contemporaneamente su più piani e i danneggiati e le danneggiate vivranno il loro dramma come personale, la bilancia continuerà a pendere dalla parte del polpo”. Senza svelare chi sia il polpo, queste parole tratte dalla parte finale del testo ci dicono bene di cosa si parla: il libro racconta il rapporto tra lavoro e fragilità sociale, attraverso le storie di persone con percorsi difficili – disabilità, detenzione, migrazione, marginalità – che trovano nell’essere occupati una possibilità di emancipazione. Il ruolo della cooperazione sociale nei diversi percorsi è cruciale (e qui ci sono molti dei richiami a Basaglia), perché in quella dimensione gli individui possono trovare uno spazio in cui lavoro, dignità e cittadinanza tornano in qualche modo ad incontrasi, pur con tante difficoltà. Ma da qui, le vicende personali diventano una specie di punto di partenza che tocca una questione più ampia: non solo quale posto una società decide di attribuire al lavoro delle persone fragili, ma anche perché le persone si infragiliscono e soprattutto cosa si può fare, anche nel piccolo e nelle nostre brevi esperienze, per contrastare il sistema, o perlomeno per limitare i danni e i guasti che il capitalismo (diamo un nome alle cose) e la sua pessima versione attuale genera nella vita di tante persone. Se non funzioni, non sei adatto; se sei o sei stato tossico, detenuto, se vieni da un altro Paese e non parli un’acca della nostra lingua, se sei pazzarello o proprio matto, beh, il posto per te è all’angolo, o peggio fuori di casa (spero non suoni retorico quello che scrivo). Non ci siamo: è difficile sfidare l’Entità, ai limiti dell’impossibile, ma qui ed ora si possono fare tante cose: nel libro se ne raccontano a decine. E si racconta che bisogna mettersi insieme, “e allearsi in un fronte dei danneggiati e delle danneggiate che ripristini l’umanità”: sono le parole con cui si chiude il libro.
Il mezzo è il lavoro, il fine è l’emancipazione, l’inclusione, la capacitazione, il benessere, il vivere o il tornare a vivere in mezzo agli altri. Per molte delle persone incontrate (forse per tutte) il lavoro costituisce un punto di svolta, perché permette di uscire da istituzioni chiuse, come il carcere o le comunità terapeutiche, e di ricostruirsi in società; perché dà dignità, dà identità. Un intervistato dice che prendere la busta paga “è una soddisfazione proprio a livello esistenziale”. Del resto, come ricorda una ricercatrice ascoltata dai due autori, “se la Costituzione italiana mette al primo posto il lavoro, non in un altro posto qualsiasi, ma al primo articolo, è perché dichiara che dal lavoro discende tutto il resto. E poiché dalla Costituzione discendono appartenenza e cittadinanza, vuol dire che dal lavoro deriva la cittadinanza”: semplice. E uno psichiatra, quasi a chiosa: il lavoro “è l’elemento culminante, quello che rende un percorso di riabilitazione veramente valido. La riabilitazione, per come la intendiamo noi che abbiamo fatto la rivoluzione psichiatrica, è la riconsegna dei diritti, tutti i diritti”. E ancora: “avere la possibilità di sperimentarsi all’interno di un lavoro per il quale ti viene dato un riconoscimento economico che ti permette di acquisire una autonomia […] rinforza l’identità”, “aiuta a dire io sono”.
Le persone intervistate, infragilite, vulnerate, “danneggiate” (come le definiscono Bernardoni e Marcucci), sono un po’ nel mezzo, dentro e fuori quasi contemporaneamente: dentro le loro vite acciaccate, dentro le carceri, le istituzioni chiuse, i percorsi di recupero da una tossicodipendenza; e lo sono perché, anche se formalmente uscite, portano ovviamente con loro tutte le esperienze negative che ne derivano. Ma sono anche fuori, perché appunto grazie al lavoro sono riuscite a riaffermarsi e a vivere di nuovo, magari con molte difficoltà: “Oggi nella mia miseria, nella mia povertà non me manca niente e me sento bene, io con me stesso me sento mejo, con le persone, anche la mia famiglia”, dice un ex qualcosa. E gli autori: “Le storie minime di queste persone […] urlano il bisogno universale di essere riconosciute per mettere insieme i frammenti di identità altrimenti condannati a una perenne diaspora”. Fuori e dentro. Prima esclusi e poi (quasi del tutto) inclusi. Senza che sia stato concesso loro chissà quale privilegio: hanno bussato ad una porta, magari aiutati da qualcuno, è stato loro giustamente aperto, si sono accomodati, hanno ricominciato a vivere, lavorando. Da fuori a dentro.
Abbiamo detto “magari aiutati da qualcuno”. Nel libro si riporta uno strepitoso pezzo di un discorso che Franca Ongaro Basaglia (non la moglie di Basaglia, ma l’altro pezzo di un duo che – insieme e insieme a molti altri – ha fatto una vera rivoluzione) fece in Senato: “L’autonomia individuale rappresenta un risultato da conseguire con il sostegno della solidarietà collettiva, attraverso lo Stato e con l’aiuto dello Stato”. Qui ci sono condensati tutti i concetti, tutte le parole e tutti gli strumenti che descrivono uno stato sociale, un welfare che davvero sostiene e alla fine emancipa: l’autonomia, il risultato da conseguire (perché occorre essere efficienti), la solidarietà, il collettivo, lo Stato (cioè il pubblico), l’aiuto. Bernardoni e Marcucci su questo sono chiari, perché subito dopo dicono: “La partita insomma non si può lasciarla giocare a uomini e donne di buona volontà da una parte, e al mercato dall’altra. Occorre un intervento di sutura, di tenuta, di sostegno, che non può essere solo il frutto di auspicabili passi avanti dal punto di vista legislativo, ma di presa di consapevolezza sociale”. Non il mero volontariato e la sola carità (ottimi, ma che non danno diritti che si possono esigere), né tantomeno il mercato e il fai da te (che oltre a non dare diritti non sono neanche ottimi): servono interventi pubblici, pensati collettivamente e realizzati per la collettività. E qui è prezioso il tramite della cooperazione sociale, perché una delle sue ragioni d’essere è quella di servire gli interessi di tutti, quelli pubblici. Con un’inevitabile postilla a cui si può solo accennare, il cui contenuto è notissimo agli addetti ai lavori: la cooperazione sociale è Terzo Settore; dal Primo (il pubblico) non deve ereditare burocratizzazione, pesantezza e interessi opachi; dal Secondo (il mercato) fa meglio a non prendere l’aziendalizzazione spinta, i risparmi a tutti i costi, le logiche prettamente capitaliste.
Come visto, gli autori parlano di consapevolezza sociale. Chiudendo questa lettura del libro, mi viene da rimarcare che i due hanno creato un nuovo concetto tutto sociologico: postura sociale complessiva. È citato ben 9 volte: dopo aver detto di De André, della Canzone del Maggio, e dell’anche se ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti; in relazione al “lavorìo continuo e sotterraneo” affinché si possa “tenere insieme ricostruzione della diaspora identitaria delle persone fragili e tenuta nel mercato delle realtà che a quelle persone offrono opportunità”; se declinata in negativo, nella “pigrizia conforme al reale che essendo maggioritaria oppone forza contro il cambiamento”; come “congiuntura di società, politica e istituzioni” che nell’Umbria (e nell’Italia, aggiungo) del 1975 aveva messo al bando i manicomi; come strumento per combattere l’Entità e per “relegarla agli angoli”; l’ultima citazione, in relazione al fatto che la cooperazione sociale deve contribuire alla sua costruzione, per rimettere “al centro del dibattito pubblico il lavoro e i lavoratori, tutti i lavoratori”, e il contrasto delle diseguaglianze e della povertà, i limiti ambientali dello sviluppo, il valore della pace e il contrasto a un’economia di guerra; cioè, “la costruzione del mosaico dei danneggiati e delle danneggiate”.
Ecco, questo concetto – la postura sociale complessiva, che non ho mai trovato in nessun altro saggio e che, googlandone le parole, non dà nessun risultato; e su cui quindi i due autori hanno senz’altro il copyright – è la sintesi del tutto: non c’è niente da fare, bisogna assumerla, quella postura, individualmente nella vita di tutti i giorni e poi collettivamente. Giorno per giorno, in nome di ciò che Basaglia evocava (parafrasando Gramsci): il pessimismo della ragione e l’ottimismo della pratica. Oggi, in questi tempi, unico antidoto per dimostrare sul campo che gli anni Ottanta “non sono stati perfetti”.
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