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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  10 minuti
Argomento:  Attualità
data:  15 febbraio 2021

Il COVID dall’altra parte del mondo: i diritti dei meno garantiti in Kenya

Maura Viezzoli, Marcella Ferracciolo, Jacob Omolo

La pandemia COVID 19 ha avuto un impatto diseguale nei paesi e nelle aree del mondo. In Kenya il COVID-19 ha causato, oltre a morte e dolore, un enorme sconvolgimento nella vita della popolazione e la condizione dei più svantaggiati si è aggravata; cosa può fare la cooperazione internazionale?


Il COVID 19 in Africa

Sembra oramai lontanissimo il giorno, 11 marzo 2020, in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò il COVID-19 pandemia mondiale.

In Africa i primi casi sono stati riportati più tardi rispetto al resto del mondo, ma ad oggi tutti i 54 paesi sono coinvolti. La diffusa preoccupazione per i potenziali effetti devastanti della diffusione del virus nei paesi africani - con sistemi sociosanitari molto fragili, con il 56% della popolazione che vive in baraccopoli sovraffollate e solo il 34% che ha accesso all’acqua - per ora non si è del tutto avverata. Il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie, durante un evento recente della rete di ONG Link2007[1], ha riportato circa 3.3 milioni di casi e circa 80.000 persone decedute fino a oggi. Numeri considerati non altissimi in relazione a una popolazione di circa un miliardo e trecentomila abitanti, ma con effetti dirompenti per le persone più povere e per i già precari sistemi di sopravvivenza che reggono le popolazioni delle tante periferie africane.

LINK2007
LINK 2007 – COOPERAZIONE IN RETE è un’associazione che raggruppa importanti e storiche Organizzazioni Non Governative italiane di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario: AMREF, CESVI, CIAI, CISP, COOPI, COSV, ELIS, ICU, INTERSOS, LVIA, MEDICI CON L’AFRICA CUAMM, WEWORLD, WORLD FRIENDS. È nata per mettere in rete il patrimonio di organizzazioni che da decenni, nel dialogo con la società e le istituzioni, si impegnano contro la povertà, per lo sviluppo dei popoli e per un mondo più equo e più giusto.

Inoltre, la strada è ancora lunga, i tamponi sono del tutto insufficienti e si continua a temere che più di tre milioni di persone potrebbero perdere la vita[2], anche perché la distribuzione su scala mondiale dei vaccini, che potrebbero arrivare in Africa anche molti mesi dopo che nel resto del mondo, sarà del tutto diseguale.

La pandemia sta aggravando problemi preesistenti. Da una parte, il disequilibrio tra aree del mondo che, in questa circostanza, è ben rappresentata dal tema dell’accesso ai vaccini; dall’altra, all’interno del continente africano – dove, tuttavia, molti paesi sono stati protagonisti di una crescita sostenuta negli ultimi anni - stanno peggiorando tragicamente le diseguaglianze tra fasce di popolazione in riferimento al reddito, le opportunità, i diritti, l’accesso all’informazione e ai servizi.

In verità, la maggior parte dei paesi africani coinvolti, tra cui il Kenya, ha attivato tempestivamente una serie di misure di contenimento e mitigazione simili a quelle di molti paesi europei e a volte anche più dure. Va detto che nei paesi con i sistemi democratici più fragili le restrizioni hanno previsto il coprifuoco e il coinvolgimento delle forze militari per farlo rispettare, con l’uso di mezzi coercitivi; sollevando così nella società civile l’indignazione per il mancato rispetto dei diritti umani e per la mancanza di trasparenza circa le conseguenze degli interventi effettuati.

In Kenya il COVID-19 ha causato, oltre a morte e dolore, anche un enorme sconvolgimento nella vita della popolazione. Le misure preventive e le restrizioni imposte dal governo attraverso rigide direttive hanno moltiplicato i problemi della maggior parte della popolazione, in particolare quella già vulnerabile e impegnata costantemente ad organizzarsi la sopravvivenza, che vive negli insediamenti urbani informali, che inoltre spesso fatica ad interpretare messaggi formali, percepiti come distanti e "artificiali".

L’impatto socioeconomico: il caso del Kenya

Ciò che osserviamo direttamente in Kenya, dove siamo presenti da molti anni con attività di sviluppo ed emergenza, ci indica che, accanto a quelle sanitarie, le conseguenze economiche e sociali del COVID 19 sono molto gravi, dureranno nel tempo e rafforzano le diseguaglianze preesistenti.

In questo paese inizialmente la pandemia si è diffusa soprattutto nei centri urbani risparmiando le zone rurali, più remote. Il governo si è attivato prontamente con misure di contenimento ad ampio raggio: la chiusura di tutte le scuole e le università, la proibizione degli assembramenti e degli eventi pubblici, l’incoraggiamento per Io svolgimento del lavoro a distanza, l’ enfatizzazione della distanza fisica, della pulizia e l’igiene, l’imposizione del coprifuoco a livello nazionale nelle ore notturne decretando il contenimento della area metropolitana di Nairobi e in tre aree costiere, diminuendo fino a un massimo del 60% i passeggeri consentiti sui mezzi pubblici, vietando i voli internazionali, imponendo le quarantene.

L’impatto sul lavoro informale

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro descrive il lavoro informale in questi termini: “Il principale obiettivo del settore informale consiste nel soddisfacimento delle esigenze primarie legate alla sussistenza di determinate fasce di popolazione. Si tratta di attività economiche in grado di generare reddito, nonostante la scala ridotta della loro dimensione, le tecnologie semplici, lo scarso capitale iniziale e la mancanza di relazioni con il settore formale.”

Nel mondo ci sono circa 2 miliardi di persone occupate nell’economia informale[3], si tratta di circa il 62% di tutta la forza lavoro. Ma cosa significa il lavoro informale in Africa, in paesi con forti squilibri economici e sociali? Si tratta dell’unico elemento di risposta finalizzata alla sopravvivenza delle comunità più povere e marginali. Si tratta di persone che, prive di sostegno di qualsiasi tipo, quotidianamente cercano un modo di sopravvivere.

Basti pensare alle baraccopoli di Nairobi dove centinaia di migliaia di persone vivono di piccoli lavori giornalieri, che si basano sulla relazione interpersonale e sulla mobilità, sulla presenza sul territorio, in una condizione di precarietà permanente. Tra essi troviamo riciclatori di rifiuti, venditori ambulanti, lavoratori dei trasporti, lavoratori edili, lavoratori domestici e molti altri, così come i piccoli contadini nelle zone rurali o periurbane e i lavoratori migranti.

Persone che a causa delle misure restrittive sono in grande difficoltà nel reperire le risorse necessarie e sfamare sé e la propria famiglia. Se i lavoratori informali non possono uscire di casa o dal proprio quartiere a causa delle misure anti COVID, semplicemente non hanno la possibilità di approvvigionarsi di cibo per sé e le proprie famiglie e fare quel piccolo commercio che gli dà quelle poche risorse per poter continuare ad andare avanti.

La dimensione del problema

Ciò che preoccupa è la dimensione del problema. Il settore informale in Kenya è di gran lunga il settore occupazionale più ampio e che continua a generare nuova occupazione. Il numero di kenyani occupati nella economia informale nel 2018 era di 14,865,900[4]. Il diffondersi del coronavirus e le misure prese per contenerlo hanno danneggiato moltissimo questi lavoratori.

La chiusura delle frontiere, le restrizioni di movimento all’interno del paese, la chiusura o ricollocazione dei mercati hanno interrotto la catena di approvvigionamento limitando la produzione, il commercio e la distribuzione di beni e servizi. La perdita di reddito dovuta alla disoccupazione, la paura del contagio e la crescita dell’incertezza hanno inoltre indotto la popolazione a spendere meno, abbassando così la domanda aggregata. Di conseguenza I lavoratori del settore informale hanno perso mezzi di sussistenza e reddito.

La stragrande maggioranza di questi lavoratori ha una maggiore esposizione ai rischi per la salute e la sicurezza sul lavoro a causa della mancanza di una protezione adeguata, e quindi una maggiore probabilità di soffrire di malattie, incidenti o morte. Il COVID-19 si aggiunge a questi rischi. Se si ammalano, la maggior parte dei lavoratori non ha accesso garantito alle cure mediche o alla sicurezza del reddito attraverso le indennità di malattia o di infortunio sul lavoro.

I lavoratori dell'economia informale e le loro famiglie rimangono esposti al virus anche se rimangono a casa, perché spesso vivono in abitazioni sovraffollate e insalubri che rendono praticamente impossibile il distanziamento fisico. La mancanza di accesso all'acqua corrente, che costringe le donne a mettersi in fila per l'acqua senza la possibilità di mantenere le distanze, non solo limita le possibilità di lavarsi le mani, ma spesso mette in maggiore pericolo loro stesse e la loro comunità.

In una società caratterizzata da una forte discriminazione a causa del genere, del gruppo etnico di appartenenza, delle condizioni di disabilità, le fasce più vulnerabili della popolazione che finiscono per trovare da vivere nella economia informale, sono spesso le donne e i giovani con basso livello di competenze

La pandemia di Covid 19 ha quindi inciso in maniera sproporzionata e ingiusta su milioni di persone totalmente prive di protezione sociale e invisibili di fronte alle istituzioni, che non li tengono in considerazione nemmeno in questo momento di emergenza, non includendoli nelle misure di “ristoro” previste.

Il concetto di settore informale nasce in Kenya
A seguito del varo del World Employment Programme dell’OIL, nel 1972 viene realizzata una missione in Kenya, nell’ambito della quale è stato ufficialmente battezzato il concetto di informal sector. In particolare, è all’interno del report scaturito da quella missione, “Employment, Incomes and Equity: a strategy for increasing productive employment in Kenya”, che compare il concetto di “settore informale”, in riferimento al mercato del lavoro del Kenya. In seguito, il termine è stato modificato in “economia informale” a intendere che non si tratta di un settore ma di una modalità di condurre le attività economiche. Interessante sottolineare che il concetto emerse grazie al contributo dei ricercatori dell’Istituto di Studi sullo Sviluppo dell’Università di Nairobi.

Mobilità città/campagna

Anche nelle campagne l’impatto delle misure contro la pandemia si fa sentire. Sebbene in una prima fase le zone più remote e con una minore densità di popolazione siano state meno colpite dall’impatto sanitario del COVID, con un numero molto inferiore dei contagi, tuttavia presto è apparso chiaro come le conseguenze economiche e sociali siano gravi. La popolazione ha meno accesso alle cure sanitarie e all’informazione e soffre per la diminuzione della domanda di prodotti dalle zone rurali dovuto a una generalizzata erosione del potere di acquisto.  L’interruzione della filiera agricola, l’interruzione della mobilità tra città e campagna, quindi dei commerci, della vendita dei prodotti agricoli familiari e dei prodotti dell’artigianato ha provocato una crisi alimentare senza precedenti.

La mobilità all’interno del paese è un elemento cruciale dell’economia e della sussistenza delle famiglie e delle comunità. Molte persone che lavorano a Nairobi e hanno la famiglia in campagna, periodicamente si spostano per tornare a lavorare i campi e fare lavori stagionali; questa attività consente la sussistenza della famiglia, la vendita di parte dei prodotti in città o nei mercati attorno al villaggio, una integrazione di reddito che consente di provvedere all’educazione di figli. Queste persone in questo periodo non hanno più accesso ai loro terreni agricoli. Non arrivano più nemmeno fertilizzanti, semi, attrezzi, bestiame. La loro capacità di produrre, di vendere e di fare reddito è fortemente limitata, se non azzerata. Di conseguenza è ridotto il loro potere di acquisto di beni di prima necessità, di provvedere all’educazione dei figli, di accedere ai servizi inclusa la sanità.

Come appare chiaro, una grande maggioranza di cittadini africani non possono materialmente rispettare le regole restrittive.

Va rilevato, dunque, un impatto specifico della pandemia sulla diseguaglianza: aumenta la diseguaglianza tra fasce ricche e povere della popolazione, ma aumenta anche la esclusione delle fasce di popolazione più vulnerabili.

Crisi alimentare di bambini e bambine in età scolare

In molti paesi fragili il sistema educativo primario prevede la erogazione di un pasto per i bambini/e, sia per incentivarli ad andare regolarmente a scuola, sia perché è riconosciuto come uno strumento di intervento diretto e controllabile sulla malnutrizione infantile. La chiusura delle scuole in molti paesi ha comportato l’interruzione di questa misura. Circostanza che si aggiunge a quanto già descritto sulla difficoltà di approvvigionamento di cibo e sulla riduzione dei redditi. La conseguenza è una crisi alimentare estremamente grave, nei Paesi in via di sviluppo in epoca di COVID la malnutrizione potrebbe arrivare a colpire quasi cinquantaquattro milioni di bambini, sotto i cinque anni, provocando 10 mila morti aggiuntivi al mese.

Anche in Kenya l’istruzione si è spostata sulla didattica a distanza. Tuttavia, l’accesso a internet, la disponibilità di strumenti individuali come computer, cellulari e tablet è limitato a una fascia minoritaria della popolazione e del territorio. Senza contare le condizioni di sovraffollamento in cui vivono molti studenti, cosa che rende estremamente complicato seguire le lezioni. Le bambine e le ragazze sono colpite in maniera ulteriore, dovendo farsi carico delle faccende domestiche. È evidente come la didattica a distanza rafforzi la diseguaglianza nell’accesso all’educazione. Inoltre, gli studenti e le studentesse perdono non solo l’accesso a una integrazione nutrizionale importante, ma anche ad altri servizi che la scuola può offrire, come quelli per la salute mentale e la salute sessuale e riproduttiva. Per questo pensiamo di poter annoverare tra le categorie che maggiormente hanno subito le conseguenze della pandemia i giovani e le giovani in età scolare.

Le misure economiche In Kenya

Anche molti governi africani hanno messo in campo una serie di misure per fare fronte alle conseguenze economiche e sociali del COVID 19.

Il governo del Kenya ha annunciato una serie di politiche fiscali, monetarie e di welfare sociale che includono esenzioni fiscali per i lavoratori a basso reddito e riduzioni fiscali per quelli con redditi più alti, una riduzione dell'IVA del 2%, maggiori finanziamenti per trasferimenti di denaro mirati e misure per aumentare la liquidità delle banche commerciali. Le misure di salvataggio introdotte dal governo sono in gran parte mirate ad attutire gli effetti del crollo degli affari per lavoratori e industria. Misure che escludono in gran parte il settore informale e quindi una fetta di popolazione significativa. Si tratta di una sfaccettatura ulteriore dell’effetto del COVID sulla diseguaglianza, aggravando la lesione dei diritti essenziali per alcuni gruppi di popolazione o fasce specifiche all’interno degli stessi gruppi.

Il ruolo della comunità internazionale e della società civile

Nonostante gli interventi economici e finanziari che i vari governi africani stanno attuando, il quadro sociale e macroeconomico è estremamente preoccupante. La pan-crisi, come viene chiamata, ha indebolito e continuerà a minare le economie più fragili rendendo il debito di questi paesi sempre più insostenibile Conseguenza di ciò è l’impoverimento ulteriore è l’impossibilità per questi paesi di fare fronte alla necessità di investire sullo sviluppo sostenibile.

Servono interventi decisi e lungimiranti da parte della comunità internazionale. E diverse iniziative si stanno muovendo in questa direzione, sulla scia dell’intervento del Segretario generale dell’ONU che invita i grandi paesi industrializzati a farsi carico del problema e a investire risorse per un rilancio dell’economia mondiale. Anche la società civile, in particolare Link2007, ha avanzato al G20 proposte nella direzione di una cancellazione/riconversione del debito dei paesi più fragili per mitigare gli effetti del COVID 19. “La pandemia sta colpendo duramente non solo paesi già deboli ma anche economie emergenti, rallentando e talvolta rischiando di annullare gli sforzi fatti e i successi ottenuti nell’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il Covid-19 si è aggiunto pesantemente a situazioni già difficili a causa del cambiamento climatico e dei conflitti che si susseguono localmente. Oltre agli sforzi congiunti della Comunità internazionale per porre fine alla crisi sanitaria innescata da Covid-19 e per riavviare la crescita dell’economia globale, oltre al sostegno che la cooperazione internazionale dovrà continuare a fornire per non tradire i partenariati costruiti e gli impegni assunti, si rende necessaria un’azione congiunta e lungimirante dei paesi del G20 – che riunisce la maggior parte delle nazioni più industrializzate del pianeta e nel quale sono affrontate le principali questioni economiche mondiali – volta al condono del debito dei paesi più poveri e più colpiti o alla sua conversione dove le condizioni lo consiglino[5].

Il ruolo delle organizzazioni della società civile sul terreno

Di fronte alla enormità del problema, la pandemia con tutte le sue conseguenze sanitarie, sociali ed economiche, che non crea ma piuttosto enfatizza i problemi già presenti nei paesi e nei territori, è importante essere consapevoli della dimensione circoscritta degli interventi delle Organizzazioni non governative internazionali; ma anche della importanza di rimanere nei paesi, accanto alle comunità locali, alle organizzazioni della società civile, alle autorità locali nel lavorare per la difesa del diritto delle persone più fragili a non rimanere esclusi. Sono circa 3000 i cooperanti italiani che hanno scelto di restare all’estero e continuare il proprio lavoro. Chiara è stata da subito la volontà di continuare, nonostante le difficoltà logistiche e a volte il pericolo, a rimanere operativi, a mantenere i progetti attivi, a riconvertire alcune delle attività già finanziate e in corso, in funzione della situazione specifica locale.

In Kenya operano 35 organizzazioni italiane che hanno reagito con tempestività ed elasticità per rispondere ai nuovi bisogni determinati dal COVID. I partenariati paritari e i legami diretti con le popolazioni sono stati preziosi in questa circostanza per impostare interventi dal basso, con le comunità e le società civili locali, gli enti locali, le università, le famiglie. Evitando un approccio emergenziale, per cercare invece di rafforzare i meccanismi istituzionali locali di risposta alla pandemia, per sostenere i sistemi sanitari locali nella fase diagnostica, sviluppare programmi di informazione e sensibilizzazione; rispondere ai nuovi bisogni legati al lockdown come l’aumento della violenza domestica, con servizi di ascolto e di intervento per le vittime; valorizzando in particolare la società civile e i partenariati già attivi.

Oltre a mettere in atto programmi specifici per fronteggiare la pandemia, con interventi sociosanitari, di salute pubblica, educazione sanitaria, supporto alla didattica a distanza, le ONG rimaste nel paese hanno cercato di trovare modalità alternative per continuare ad offrire i servizi essenziali ai beneficiari dei loro programmi in ogni settore, dalla salute materno infantile, alla protezione dei minori, alla sicurezza alimentare.

Il motto dell’Agenda 2030 “Nessuno sia lasciato indietro” diviene particolarmente cruciale in una circostanza dove le fasce di popolazione più fragili non hanno accesso all’informazione, ai servizi e sono doppiamente esclusi. Le ONG affermano la necessità di affrontare la pandemia con un approccio comunitario e inclusivo delle fasce più marginali della popolazione e dimostrano con il proprio operato la possibilità di fare dei passi in questa direzione.

Il progetto 'Rada Mpya' (nuova normalità) comunicazione e informazione nelle baraccopoli di Nairobi: per una gestione comunitaria della pandemia
Tra giugno e ottobre 2021 il CISP, con il finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana, in collaborazione con il Tangaza University College, il suo programma sul campo University Mtaani (Università sulla Strada) e il National Social Justice Movement and Grassroots Based Human Rights Defenders ha realizzato una campagna di comunicazione indirizzata alle popolazioni delle baraccopoli di Nairobi, attraverso mezzi di comunicazione e linguaggi accessibili ai più vulnerabili: la campagna RADA MPYA (che significa la nuova normalità nella lingua Sheng). Sono state diffuse le informazioni rilevanti sulla prevenzione del COVID-19, sulla sua trasmissione e sui comportamenti corretti da adottare, stimolando e sostenendo inoltre la riflessione sui problemi sociali aggravati dalla pandemia, al fine di suggerire misure di mitigazione.
I programmi educativi sviluppati in Kiswahili e Sheng sono stati trasmessi settimanalmente attraverso 4 stazioni radio, raggiungendo un pubblico medio stimato di 1.350.000 persone, che ha potuto interagire con i presentatori radiofonici attraverso chiamate, sms e commenti sui social media.
I messaggi educativi sono stati veicolati anche attraverso canzoni, brevi video, messaggi visivi e poster diffusi attraverso i social media, con cadenza settimanale, utilizzando la rete di attivisti, studenti, volontari delle organizzazioni partner locali, raggiungendo circa 60.000 persone.
'Rada Mpya' ha voluto essere una formula per definire il cambio di prospettiva necessario per affrontare la pandemia: non solo occorre abbandonare la mentalità dell'emergenza, e vedere le nuove norme sociali (indossare mascherine, lavarsi le mani, mantenere una distanza sociale) come un nuovo stile di vita, ma bisogna anche spostare l'attenzione dall'individuo all'intera comunità, guardando ai determinanti strutturali ed alle implicazioni culturali, sociali ed economiche della malattia. Individuando con la comunità intera problemi e possibili soluzioni.

[1] Link2007 “No one Left Behind: International Health Cooperation in the Covid-19 Era”, 28/1/21

[2] Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa – UNECA 2020

[3] ILO “Women and man in the informal economy”, 2018

[4] Omolo, 2020

[5] Link2007 “Release G20 un meccanismo flessibile per la riduzione del debito e lo sviluppo sostenibile. Iniziativa per il rilancio della cooperazione internazionale”

Rivista-impresa-sociale-Maura Viezzoli CISP

Maura Viezzoli

CISP

Esperta di cooperazione internazionale docente di metodologie di monitoraggio e valutazione presso il Master universitario di secondo livello in Cooperazione di Sviluippo presso l'Università di Pavia, Presidente CISP.

Rivista-impresa-sociale-Marcella Ferracciolo CISP

Marcella Ferracciolo

CISP

Responsabile dell’Alta Formazione del CISP in Kenya

Rivista-impresa-sociale-Jacob Omolo Kenyatta University

Jacob Omolo

Kenyatta University

Senior Lecturer, Department of Applied Economics at Kenyatta University.

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Argomento:  Attualità
data:  15 febbraio 2021
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