Lo studio di due Enti di Terzo settore che operano nel campo del contrasto dello spreco alimentare mette in luce il carattere complesso di queste organizzazioni, al tempo stesso comunitarie e professionali, strutturate e basate fortemente sul volontariato.
Il presente studio analizza il ruolo delle food bank in Italia come attori fondamentali del Terzo Settore nella lotta allo spreco alimentare e alla povertà. Attraverso un approccio metodologico misto — che combina analisi di dati ufficiali (ISTAT, FAO, Eurostat, ISPRA) e interviste semi-strutturate a operatori, volontari e beneficiari di due casi studio (Banco Alimentare di Roma e Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige) — si indagano le dinamiche organizzative, le collaborazioni pubblico-privato, e le sfide strutturali che caratterizzano queste organizzazioni. I risultati mostrano come le food bank operino in un quadro normativo frammentato e dipendano fortemente da volontariato e donazioni, ma rappresentino anche un modello di welfare comunitario che sperimenta forme di innovazione sociale. Lo studio conclude con una riflessione sulle proposte di miglioramento per rafforzare la sostenibilità delle food bank come imprese sociali, in grado di coniugare efficienza gestionale, inclusione sociale e impatto ambientale.
This study examines the role of food banks in Italy as key actors of the Third Sector in combating food waste and poverty. Through a mixed-methods approach — combining the analysis of official data sources (ISTAT, FAO, Eurostat, ISPRA) with semi-structured interviews conducted with operators, volunteers, and beneficiaries from two case studies (Banco Alimentare di Roma and Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige) — the research investigates organizational dynamics, public-private partnerships, and the structural challenges faced by these organizations. The findings show that food banks operate within a fragmented regulatory framework and rely heavily on volunteering and donations, while also representing a model of community-based welfare that fosters forms of social innovation. The study concludes with a reflection on possible improvements to strengthen the sustainability of food banks as social enterprises capable of combining managerial efficiency, social inclusion, and environmental impact.
Spreco alimentare e povertà nel capitalismo alimentare: il ruolo delle food bank italiane tra terzo settore, welfare comunitario e innovazione sociale
Il sistema alimentare contemporaneo presenta una delle contraddizioni più evidenti delle società avanzate: mentre la produzione e la distribuzione alimentare hanno raggiunto livelli storicamente elevati, milioni di persone continuano a vivere condizioni di insicurezza alimentare e difficoltà nell’accesso a un’alimentazione adeguata.
Questa apparente contraddizione tra abbondanza e scarsità rappresenta uno degli elementi centrali del cosiddetto capitalismo alimentare. Da una parte, le filiere globalizzate permettono una disponibilità continua di prodotti alimentari e una crescente efficienza dei sistemi distributivi; dall’altra, gli stessi meccanismi economici producono eccedenze, sprechi e nuove forme di vulnerabilità sociale.
Lo spreco alimentare non può quindi essere interpretato esclusivamente come un problema ambientale o logistico. Esso rappresenta anche una questione sociale e politica, perché evidenzia la distanza tra la capacità produttiva del sistema alimentare e la possibilità concreta di accesso al cibo da parte di tutti i cittadini.
In questo scenario, le food bank hanno assunto un ruolo sempre più rilevante. Nate inizialmente come strumenti di recupero delle eccedenze alimentari, nel corso degli anni sono diventate organizzazioni complesse capaci di costruire reti tra imprese private, istituzioni pubbliche, associazioni e comunità locali.
In Italia questo fenomeno si inserisce all’interno della più ampia evoluzione del Terzo Settore, che negli ultimi decenni ha acquisito una funzione centrale nella costruzione di risposte ai bisogni sociali emergenti. Secondo i dati ISTAT (2023), il Terzo Settore italiano comprende centinaia di migliaia di organizzazioni impegnate in ambiti differenti, dall’assistenza sociale alla tutela ambientale, dall’inclusione alla promozione della cittadinanza attiva.
Le food bank rappresentano un caso particolarmente interessante perché si collocano in una posizione intermedia tra organizzazioni solidaristiche e imprese sociali. Esse utilizzano strumenti organizzativi relativamente strutturati, collaborano con imprese e istituzioni e gestiscono processi logistici complessi, ma mantengono una forte dipendenza dal volontariato e dalla partecipazione comunitaria.
L’obiettivo di questo articolo è analizzare il ruolo delle food bank italiane attraverso tre principali prospettive. La prima riguarda la loro funzione all’interno delle reti territoriali del Terzo Settore e il rapporto con gli altri attori del sistema alimentare. La seconda riguarda le criticità organizzative ed economiche che ne influenzano la sostenibilità, con particolare attenzione alla dipendenza dalle donazioni, alla gestione delle risorse umane e al quadro normativo. La terza riguarda il potenziale delle food bank come strumenti di innovazione sociale e come possibili forme di impresa sociale orientate alla costruzione di un welfare comunitario.
La ricerca si basa sull’analisi di due casi studio: il Banco Alimentare di Roma e il Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige. La scelta di queste realtà permette di confrontare due modelli territoriali differenti: il primo inserito in un contesto metropolitano caratterizzato da elevata complessità sociale, il secondo collocato in un territorio con una maggiore stabilità istituzionale e una forte capacità di coordinamento locale.
Il Terzo Settore italiano rappresenta oggi uno degli elementi fondamentali del sistema di welfare. La crescita delle disuguaglianze, l’invecchiamento della popolazione e la trasformazione dei bisogni sociali hanno progressivamente ampliato il ruolo delle organizzazioni non profit, chiamate sempre più spesso a integrare o affiancare l’intervento pubblico.
All’interno di questo ecosistema, le food bank costituiscono un esempio significativo di organizzazione capace di collegare dimensioni differenti: recupero delle risorse alimentari, contrasto alla povertà, sostenibilità ambientale e partecipazione comunitaria.
Il loro funzionamento si basa sulla costruzione di reti territoriali che coinvolgono soggetti diversi. Le imprese agroalimentari e della grande distribuzione forniscono prodotti eccedenti; gli enti pubblici contribuiscono attraverso strumenti normativi, finanziamenti o supporto logistico; le associazioni locali permettono il contatto diretto con le persone in difficoltà.
La Fondazione Banco Alimentare rappresenta il principale riferimento nazionale in questo settore e coordina una rete composta da numerose realtà regionali. Questo modello consente di trasformare lo spreco alimentare in una risorsa sociale, attraverso un sistema organizzato di raccolta, conservazione e distribuzione.
Tuttavia, proprio questa natura ibrida costituisce allo stesso tempo una risorsa e una criticità. La flessibilità tipica del Terzo Settore permette alle food bank di adattarsi rapidamente ai bisogni locali, ma la dipendenza da risorse esterne può limitarne la capacità di pianificazione strategica nel lungo periodo.
Le food bank rappresentano un caso particolarmente interessante per comprendere l’evoluzione del concetto di impresa sociale. Pur non essendo nate come imprese orientate alla produzione di beni o servizi secondo logiche tradizionali di mercato, esse presentano alcune caratteristiche tipiche delle organizzazioni ibride: perseguono una finalità sociale esplicita, adottano strumenti manageriali per la gestione delle risorse e costruiscono relazioni stabili con soggetti pubblici e privati.
La loro missione principale consiste nel recupero delle eccedenze alimentari e nella redistribuzione a favore di persone e nuclei familiari in condizioni di vulnerabilità. In questo senso, le food bank operano contemporaneamente su due fronti: da un lato contribuiscono alla riduzione dello spreco alimentare, dall’altro intervengono sul problema della povertà alimentare, trasformando una risorsa inutilizzata in un bene sociale.
Questa duplice funzione permette di collegare l’attività delle food bank agli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dalle Nazioni Unite, in particolare all’obiettivo 2 (sconfiggere la fame) e all’obiettivo 12 (consumo e produzione responsabili). Tuttavia, la capacità delle food bank di generare valore sociale deve confrontarsi con alcune fragilità strutturali che ne limitano la piena stabilizzazione come imprese sociali.
Una delle principali criticità riguarda la dipendenza dalle donazioni private. Il modello delle food bank italiane si fonda infatti in larga misura sulla disponibilità di eccedenze provenienti da imprese agroalimentari, grande distribuzione e cittadini. Questo sistema consente una notevole capacità operativa, ma rende le organizzazioni vulnerabili rispetto alle variazioni delle strategie aziendali dei donatori e alle oscillazioni della disponibilità di risorse.
A ciò si aggiunge il ruolo centrale del volontariato. I volontari costituiscono una risorsa fondamentale perché permettono alle food bank di mantenere costi organizzativi contenuti e un forte radicamento comunitario. Allo stesso tempo, però, una forte dipendenza dal lavoro volontario può rappresentare un limite quando sono richieste competenze specialistiche, continuità gestionale e capacità di innovazione.
La sfida principale per il futuro delle food bank consiste quindi nel trovare un equilibrio tra la dimensione solidaristica, che rappresenta la loro identità originaria, e una maggiore strutturazione organizzativa necessaria per affrontare problemi complessi come la gestione logistica, la digitalizzazione dei processi e la costruzione di partnership territoriali durature.
Le food bank operano all’interno di una rete complessa di relazioni che coinvolge soggetti differenti. La loro attività non sarebbe possibile senza la collaborazione tra imprese private, istituzioni pubbliche e organizzazioni della società civile.
Il settore privato rappresenta una fonte essenziale di approvvigionamento. Le aziende della grande distribuzione e dell’industria alimentare contribuiscono attraverso la donazione di prodotti non più commercializzabili secondo le logiche del mercato, ma ancora idonei al consumo. In questo modo, le eccedenze vengono sottratte al circuito dello smaltimento e reinserite in un sistema di utilità sociale.
In Italia questo processo è stato favorito anche dall’introduzione della Legge 166/2016, conosciuta come “Legge Gadda”, che ha incentivato il recupero delle eccedenze alimentari attraverso semplificazioni normative e agevolazioni fiscali per le imprese donatrici.
Accanto alle imprese, anche gli enti pubblici svolgono un ruolo importante. Comuni, Regioni e servizi sociali territoriali collaborano con le food bank mettendo a disposizione spazi, informazioni sui bisogni locali e strumenti di coordinamento. In alcuni territori le amministrazioni pubbliche hanno riconosciuto queste organizzazioni come partner strategici nelle politiche di contrasto alla povertà.
Tuttavia, il modello presenta alcune criticità. La prima riguarda la frammentazione territoriale: il livello di collaborazione tra food bank e istituzioni varia notevolmente da territorio a territorio, generando differenze nella capacità di intervento.
Un secondo elemento problematico riguarda il rischio di una gestione emergenziale della povertà alimentare. Le food bank spesso intervengono laddove le politiche pubbliche non riescono a garantire una risposta sufficiente, ma questo può determinare una progressiva delega al Terzo Settore di funzioni che richiederebbero anche interventi strutturali da parte dello Stato.
Il rapporto tra welfare pubblico e iniziativa sociale rimane quindi ambivalente. Da una parte, la collaborazione tra istituzioni e food bank rappresenta una forma innovativa di governance condivisa; dall’altra, emerge il rischio che la solidarietà organizzata diventi un sostituto permanente delle politiche pubbliche contro la povertà.
La ricerca prende in considerazione due realtà territoriali caratterizzate da contesti differenti: il Banco Alimentare di Roma e il Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige. Il confronto permette di osservare come le caratteristiche territoriali influenzino i modelli organizzativi, le modalità di intervento e le strategie di innovazione sociale.
| Aspetto | Banco Alimentare di Roma | Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige |
| Contesto territoriale | Area metropolitana caratterizzata da elevata densità abitativa, presenza di nuove forme di povertà e forte multiculturalità | Territorio montano caratterizzato da una minore densità abitativa, presenza di comunità locali fortemente organizzate e maggiore stabilità istituzionale |
| Modello organizzativo | Modello più flessibile e orientato alla sperimentazione, con utilizzo di strumenti digitali per la gestione delle eccedenze e maggiore coinvolgimento dei beneficiari | Modello maggiormente istituzionalizzato, basato su strutture logistiche consolidate e una forte collaborazione con gli enti locali |
| Volontariato | Circa 300 volontari, con una presenza significativa di giovani e maggiore ricambio generazionale | Circa 150 volontari, caratterizzati da maggiore stabilità ma anche dal rischio di progressivo invecchiamento |
| Beneficiari | Circa 12.000 famiglie assistite annualmente, con una presenza rilevante di migranti e nuclei monogenitoriali | Circa 4.500 famiglie assistite annualmente, con maggiore presenza di anziani e persone con disabilità |
| Eccedenze recuperate | Circa 3.200 tonnellate annue, con una maggiore presenza di prodotti freschi | Circa 1.800 tonnellate annue, prevalentemente costituite da prodotti a lunga conservazione |
| Collaborazioni | Rapporti con imprese private, Comune di Roma, università e associazioni territoriali | Collaborazioni con Province autonome, organizzazioni agricole, fondazioni locali e istituzioni territoriali |
| Principali criticità | Complessità logistica urbana, gestione dei prodotti freschi e rischio di stigmatizzazione dei beneficiari | Ricambio generazionale dei volontari e dipendenza da alcuni grandi soggetti donatori |
| Innovazione sociale | Digitalizzazione dei processi, sistemi di tracciabilità, iniziative formative e percorsi di partecipazione dei beneficiari | Progetti di economia circolare, orti sociali, educazione alimentare e collaborazione con scuole locali |
La ricerca adotta un approccio metodologico misto, combinando strumenti quantitativi e qualitativi con l’obiettivo di analizzare il fenomeno delle food bank non soltanto dal punto di vista della loro capacità operativa, ma anche considerando le dinamiche sociali, organizzative e istituzionali che ne caratterizzano il funzionamento.
La componente quantitativa si basa sull’analisi di dati secondari provenienti da fonti istituzionali nazionali e internazionali, tra cui ISTAT, FAO, Eurostat e ISPRA. Tali dati sono stati utilizzati per ricostruire il contesto generale relativo alla povertà alimentare, allo spreco alimentare e all’impatto ambientale della gestione delle eccedenze.
L’analisi qualitativa è stata invece sviluppata attraverso interviste semi-strutturate rivolte ai principali attori coinvolti nelle attività delle food bank. Sono stati intervistati operatori organizzativi, volontari, beneficiari dei servizi e rappresentanti istituzionali, al fine di comprendere sia il funzionamento interno delle organizzazioni sia la percezione dei diversi soggetti coinvolti.
Le interviste hanno permesso di approfondire alcuni temi centrali: il rapporto tra volontariato e professionalizzazione, la relazione con le istituzioni pubbliche, le modalità di gestione delle eccedenze alimentari e il ruolo delle food bank come strumenti di inclusione sociale.
L’analisi dei dati qualitativi è stata condotta attraverso un processo di codifica tematica ispirato al metodo proposto da Braun e Clarke (2006), individuando alcune categorie interpretative ricorrenti: sostenibilità organizzativa, innovazione sociale, collaborazione territoriale e criticità strutturali.
La scelta dei due casi studio risponde all’obiettivo di confrontare due modelli organizzativi differenti all’interno del panorama italiano.
Il Banco Alimentare di Roma rappresenta un esempio di organizzazione inserita in un contesto urbano caratterizzato da elevata complessità sociale. La presenza di numerose situazioni di vulnerabilità economica, insieme alla dimensione multiculturale della città, rende particolarmente rilevante il tema dell’adattamento organizzativo. In questo contesto, il Banco Alimentare ha sviluppato strumenti orientati alla digitalizzazione della gestione delle eccedenze e alla costruzione di forme più partecipative di relazione con i beneficiari.
Il Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige rappresenta invece un modello maggiormente radicato nelle reti istituzionali locali. La presenza di un sistema territoriale più stabile ha favorito una collaborazione strutturata con enti pubblici, fondazioni e organizzazioni locali. Il modello si caratterizza per una maggiore attenzione alla pianificazione logistica, alla gestione efficiente delle risorse e allo sviluppo di iniziative legate all’economia circolare.
Il confronto tra i due casi consente quindi di evidenziare come non esista un unico modello di food bank, ma differenti configurazioni organizzative influenzate dal contesto territoriale, dalle reti disponibili e dalle caratteristiche della domanda sociale.
Per aumentare l’affidabilità dei risultati, lo studio ha adottato una strategia di triangolazione metodologica, mettendo in relazione tre differenti tipologie di informazioni: dati quantitativi provenienti dalle fonti statistiche ufficiali, dati qualitativi raccolti attraverso le interviste e documentazione normativa relativa alle politiche sullo spreco alimentare e al funzionamento del Terzo Settore.
Questo approccio ha permesso di superare una lettura esclusivamente descrittiva delle food bank, analizzandole come fenomeni complessi inseriti all’interno di più ampie trasformazioni del welfare contemporaneo.
La ricerca presenta alcuni limiti che devono essere considerati nell’interpretazione dei risultati.
Il primo riguarda la generalizzabilità delle conclusioni. L’analisi si concentra infatti su due casi studio specifici e non permette di rappresentare integralmente la varietà delle food bank presenti sul territorio nazionale.
Un secondo limite riguarda la natura qualitativa delle interviste, che, pur offrendo informazioni approfondite sulle esperienze degli attori coinvolti, possono essere influenzate dalle percezioni individuali e dalle specificità dei contesti analizzati.
Infine, l’assenza di una prospettiva longitudinale limita la possibilità di valutare l’evoluzione nel tempo delle strategie organizzative adottate dalle food bank e degli effetti delle politiche pubbliche introdotte negli ultimi anni.
Uno degli elementi maggiormente rilevanti emersi dalla ricerca riguarda la fragilità economica delle food bank. Il modello organizzativo di queste realtà si fonda prevalentemente sulla disponibilità di risorse esterne, in particolare sulle donazioni alimentari e finanziarie provenienti da imprese, fondazioni e cittadini.
Questa caratteristica costituisce allo stesso tempo un punto di forza e un elemento di vulnerabilità. Da un lato, permette alle food bank di mobilitare risorse che altrimenti verrebbero sprecate; dall’altro, rende difficile una programmazione strategica stabile nel lungo periodo.
La dipendenza dalle donazioni implica infatti che la quantità e la tipologia delle risorse disponibili possano variare in base alle scelte delle imprese donatrici, alle condizioni economiche generali e alle dinamiche del mercato alimentare.
Le organizzazioni intervistate evidenziano come una delle principali difficoltà sia rappresentata dalla necessità di garantire continuità ai servizi pur in presenza di flussi di risorse non sempre prevedibili. Questo problema risulta particolarmente evidente nella gestione dei prodotti freschi, che richiedono tempi rapidi di raccolta, conservazione e distribuzione.
Per superare questa fragilità, alcune food bank stanno sperimentando strategie alternative, come campagne di raccolta fondi, partnership con imprese locali e progetti di economia circolare capaci di generare nuove forme di sostenibilità economica.
Il quadro normativo italiano ha progressivamente riconosciuto il ruolo delle organizzazioni impegnate nel recupero delle eccedenze alimentari. Un passaggio importante è rappresentato dalla Legge 166/2016, conosciuta come Legge Gadda, che ha introdotto strumenti di incentivo alla donazione e ha cercato di semplificare alcuni aspetti burocratici legati al recupero degli alimenti.
La normativa ha favorito una maggiore collaborazione tra imprese e organizzazioni del Terzo Settore, contribuendo alla crescita delle attività di recupero alimentare.
Tuttavia, dalle interviste emerge come permangano alcune difficoltà operative. In particolare, molte organizzazioni evidenziano la complessità delle procedure amministrative e la difficoltà di coordinamento tra livelli istituzionali differenti.
Il rischio è che la presenza di numerosi vincoli burocratici possa limitare la capacità delle food bank di intervenire con rapidità, soprattutto in situazioni caratterizzate da emergenze sociali.
Un ulteriore elemento critico riguarda la gestione dei prodotti freschi. Sebbene rappresentino una risorsa fondamentale per migliorare la qualità degli aiuti alimentari, richiedono infrastrutture adeguate e procedure di controllo più complesse rispetto ai prodotti a lunga conservazione.
Il volontariato rappresenta il cuore del funzionamento delle food bank italiane. Senza il contributo dei volontari, molte attività quotidiane, dalla raccolta alla distribuzione degli alimenti, non potrebbero essere realizzate.
Tuttavia, la ricerca evidenzia come il ricorso prevalente al volontariato rappresenti anche una delle principali sfide future. La gestione di organizzazioni sempre più complesse richiede infatti competenze specifiche in ambiti quali logistica, sicurezza alimentare, comunicazione, gestione dei dati e progettazione sociale.
La professionalizzazione non deve essere interpretata come una sostituzione del volontariato, ma come un processo di integrazione tra competenze professionali e partecipazione civica.
Tra le strategie individuate emergono la formazione continua dei volontari, il coinvolgimento delle giovani generazioni attraverso percorsi educativi e universitari e la creazione di nuove forme di collaborazione tra imprese e organizzazioni sociali.
Negli ultimi anni alcune food bank hanno iniziato a sperimentare strumenti digitali finalizzati a migliorare la gestione delle eccedenze alimentari.
La digitalizzazione consente una maggiore tracciabilità dei prodotti, una migliore capacità di programmare la distribuzione e una riduzione degli sprechi legati alla difficoltà di coordinamento tra domanda e offerta.
Nel caso del Banco Alimentare di Roma, ad esempio, l’utilizzo di strumenti digitali ha favorito una gestione più efficiente delle informazioni relative alla disponibilità dei prodotti e alle esigenze degli enti destinatari.
Tuttavia, l’introduzione di nuove tecnologie presenta anche alcune difficoltà. I principali ostacoli riguardano i costi iniziali di implementazione, la necessità di formazione degli operatori e il rischio di creare nuove forme di esclusione digitale.
La tecnologia può quindi rappresentare uno strumento importante, ma deve essere accompagnata da processi organizzativi e formativi adeguati.
Le food bank possono svolgere un ruolo significativo nello sviluppo di modelli di economia circolare, trasformando lo spreco alimentare in una risorsa sociale e ambientale.
Oltre al semplice recupero delle eccedenze, alcune organizzazioni stanno sviluppando progetti orientati alla produzione locale, agli orti sociali e all’educazione alimentare.
Nel caso del Banco Alimentare del Trentino-Alto Adige, alcune iniziative hanno favorito il coinvolgimento diretto dei beneficiari in attività legate alla coltivazione e alla distribuzione degli alimenti, superando una visione esclusivamente assistenziale e promuovendo forme di partecipazione attiva.
Questi progetti mostrano come le food bank possano evolvere da semplici strumenti di redistribuzione a veri e propri laboratori di innovazione sociale.
Continuo con l’ultima parte.
L’evoluzione delle food bank richiede un ripensamento del loro ruolo all’interno del sistema di welfare. Se inizialmente queste organizzazioni sono nate principalmente come risposta emergenziale alla povertà alimentare, oggi mostrano caratteristiche che le rendono potenziali protagoniste di un modello più ampio di welfare comunitario.
Il welfare comunitario si fonda sull’idea che la risposta ai bisogni sociali non possa essere affidata esclusivamente allo Stato o al mercato, ma debba coinvolgere una pluralità di soggetti: istituzioni pubbliche, imprese, organizzazioni sociali e cittadini.
In questa prospettiva, le food bank possono svolgere una funzione di collegamento tra diversi attori territoriali, favorendo la costruzione di reti collaborative orientate non solo alla distribuzione degli alimenti, ma anche alla promozione dell’inclusione sociale.
Per rafforzare questo ruolo sarebbe necessario superare una logica prevalentemente emergenziale e sviluppare strategie di lungo periodo. Ciò implica una maggiore integrazione con i servizi sociali territoriali, una programmazione condivisa con gli enti pubblici e la costruzione di partnership stabili con il settore privato.
Le food bank potrebbero quindi diventare luoghi di innovazione sociale in cui il recupero alimentare rappresenta soltanto il punto di partenza per interventi più ampi, capaci di coinvolgere educazione alimentare, accompagnamento sociale, formazione e percorsi di autonomia.
L’analisi condotta mostra come le food bank italiane rappresentino organizzazioni complesse, collocate all’interno di uno spazio intermedio tra solidarietà, economia sociale e politiche pubbliche.
Il loro sviluppo è strettamente legato alla crescita di due fenomeni apparentemente contraddittori: da una parte l’aumento delle eccedenze alimentari generate dai sistemi produttivi e distributivi contemporanei, dall’altra la persistenza di condizioni di povertà e vulnerabilità che limitano l’accesso al cibo.
In questo senso, le food bank svolgono una funzione fondamentale perché trasformano uno spreco in una risorsa sociale. Attraverso le loro attività contribuiscono contemporaneamente alla riduzione dell’impatto ambientale dello spreco alimentare e al sostegno delle persone in difficoltà.
Tuttavia, la ricerca evidenzia come il loro ruolo presenti alcune ambivalenze. Da un lato, queste organizzazioni rappresentano un esempio concreto di innovazione sociale e capacità organizzativa dal basso; dall’altro, la loro crescente importanza pone interrogativi sul rapporto tra intervento pubblico e responsabilità del Terzo Settore.
La povertà alimentare non può infatti essere affrontata esclusivamente attraverso la redistribuzione delle eccedenze. Le food bank possono rappresentare una risposta importante, ma non possono sostituire politiche pubbliche strutturali capaci di intervenire sulle cause economiche e sociali dell’esclusione.
Per consolidare il ruolo delle food bank come attori dell’economia sociale è necessario intervenire su diversi livelli.
Un primo elemento riguarda il rapporto con le istituzioni pubbliche. Sarebbe opportuno superare una logica basata esclusivamente su interventi temporanei e sviluppare forme di collaborazione più stabili, riconoscendo le food bank come soggetti strategici nelle politiche di contrasto alla povertà alimentare.
Un secondo ambito riguarda la sostenibilità economica. La dipendenza dalle donazioni rappresenta una caratteristica distintiva del modello, ma può diventare un elemento di fragilità. Per questo motivo risulta importante sviluppare forme complementari di finanziamento attraverso partnership con imprese, programmi di responsabilità sociale e strumenti innovativi di raccolta fondi.
Un ulteriore elemento riguarda la professionalizzazione. La crescita delle attività richiede competenze sempre più specifiche nella gestione logistica, nella sicurezza alimentare, nella progettazione sociale e nella valutazione dell’impatto generato.
La sfida non consiste nel sostituire il volontariato con una struttura professionale, ma nel costruire un modello capace di integrare partecipazione civica e competenze organizzative.
Infine, appare necessario rafforzare le reti territoriali. La capacità delle food bank di produrre valore sociale dipende infatti dalla qualità delle relazioni costruite con enti pubblici, imprese, associazioni e comunità locali.
La ricerca presenta alcuni limiti che possono rappresentare punti di partenza per ulteriori approfondimenti.
Innanzitutto, l’analisi si basa su due casi studio e non permette di rappresentare completamente la varietà delle esperienze presenti sul territorio italiano. Futuri studi potrebbero ampliare il campione includendo food bank operanti in contesti territoriali differenti, al fine di individuare modelli organizzativi più articolati.
In secondo luogo, sarebbe utile sviluppare analisi longitudinali capaci di osservare l’evoluzione delle organizzazioni nel tempo e valutare gli effetti delle trasformazioni normative e delle nuove politiche pubbliche.
Infine, ulteriori ricerche potrebbero approfondire il rapporto tra food bank e beneficiari, analizzando non soltanto la funzione assistenziale delle organizzazioni, ma anche la loro capacità di generare empowerment, partecipazione e percorsi di inclusione sociale.
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