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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  5 minuti
Argomento:  WIS
data:  11 gennaio 2022

Lo sviluppo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo

Giulia Tallarini

Una riflessione sui modelli di sviluppo delle imprese sociali impegnate nell’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e sul ruolo che questa tipologia di impresa potrà continuare a svolgere nell’implementazione di un modello più inclusivo.


Il percorso parlamentare che ha portato all’approvazione della legge 381, come noto, è durato molti anni prima di approdare alla sua definitiva promulgazione nel 1981 finendo, così, per dare riconoscimento e spessore normativo ad un movimento che, nel Paese, era già in atto da almeno dieci anni e che aveva visto le sue prime originali espressioni proprio nella sperimentazione di percorsi, allora profondamente innovativi, di inclusione lavorativa delle persone più fragili, come i disabili in uscita da percorsi formativi ed i pazienti psichiatrici. Il riconoscimento e la valorizzazione di queste esperienze pionieristiche di inserimento lavorativo delle persone svantaggiate è divenuto, così, uno degli architravi principali della legge 381. Attraverso lo studio di esperienze che vedono la cooperazione sociale – cosiddetta di “tipo B” – impegnata nel costruire sia prassi amministrative efficaci in partnership con il pubblico, sia modelli organizzativo-manageriali che la rendono capace di operare nel mercato non solo con attori pubblici ma soprattutto con imprese private e consumatori finali, si propone una riflessione sui modelli di sviluppo delle imprese sociali impegnate nell’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e sul ruolo che questa tipologia di impresa potrà continuare a svolgere nell’implementazione di un modello di sviluppo più inclusivo.

Questo tema è stato sviluppato durante la sessione "Lo sviluppo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo" durante la XIX edizione del Workshop sull'impresa sociale, tenutosi a Trento il 17 e 18 novembre 2021, sul tema "Il futuro a trent'anni dalla 381/1991".

Marco Gargiulo (Consorzio Nazionale Idee in Rete) modera
* Stefano Mantovani (Cooperativa sociale Noncello, Roveredo in Piano PD)
* Giuseppe Bruni (Confcooperative Federsolidarietà Brescia) [slide presentazione – protocollo intesa Brescia]


Secondo i dati più recenti rilasciati dall’Istat, in Italia sono più di 5.000 le cooperative sociali di tipo B, ossia quelle organizzazioni che, ai sensi della legge n. 381 del 1991, art. 1, “hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini” attraverso lo svolgimento di attività finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, le quali devono costituire almeno il 30% dei lavoratori della cooperativa.

Nel complesso, sono oltre 20.000 i soggetti svantaggiati – come invalidi fisici, psichici e sensoriali, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti e detenuti  che le cooperative sociali di tipo B accompagnano in percorsi di inserimento lavorativo, offrendo loro opportunità di formazione e sviluppo professionale.

Ed è proprio grazie alla legge 381 del 1991, che quest’anno celebra i 30 anni dalla sua promulgazione, che le cooperative sociali hanno ottenuto riconoscimento legale, sebbene, come noto, le prime sperimentazioni finalizzate all’inclusione lavorativa e sociale delle persone svantaggiate risalgano ad almeno dieci anni prima. Queste prime esperienze pioneristiche, emerse dal basso e in forma comunitaria, sono nate da persone – cooperatori sociali ex tempore, spesso loro stessi con difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro o loro famigliari – mossi dal desiderio di contribuire allo sviluppo di una società più inclusiva, nella quale anche “gli ultimi” potessero trovare nel lavoro uno strumento di riscatto e rinascita professionale e sociale.

La 381 ha quindi avuto il grande merito di aver riconosciuto, accompagnato e sostenuto la crescita del fenomeno delle cooperative sociali, che già esistevano da tempo, e di aver dato rilievo politico alla cooperazione sociale in quanto movimento che non cura soltanto l’interesse e il benessere dei propri soci – così come altre forme cooperative  ma che nasce per salvaguardare il benessere della comunità in cui opera e che, nel farlo, non rinuncia all’equilibrio economico dell’attività imprenditoriale svolta.

Il percorso della cooperazione sociale tout court (e specialmente quello della cooperazione sociale di inserimento lavorativo) non è dunque un percorso che comincia e  come vedremo  finisce con l’emanazione della 381, ma che è in continuo divenire. La dinamicità del settore  che, pur evolvendosi e modificando anche in maniera significativa il proprio modus operandi, mantiene le persone svantaggiate e le comunità al centro del suo agire  è ben testimoniata dall’esperienza della Cooperativa Noncello di Roveredo in Piano, in provincia di Pordenone, presentata in occasione del XIX Workshop sull’impresa sociale “Il futuro dell’impresa sociale a 30 anni dalla 381”.

La cooperativa Noncello, nata nel 1981 e che oggi vede all’attivo la sua terza generazione di cooperatori, è impegnata in numerosi settori d’intervento, spaziando dalla gestione del verde e dei servizi cimiteriali fino alla più recente introduzione di attività legate all’agricoltura sociale. Noncello è dunque una cooperativa che non ha soltanto attraversato i trent’ anni della 381, ma che, in quanto una delle prime cooperative sociali nate in Italia, l’ha preceduta pioneristicamente.

Nei suoi quarant’anni di attività, la cooperativa Noncello, così come molte altre cooperative sociali di tipo B, ha dovuto affrontare diverse sfide, in primis quella di liberarsi dalla sua dimensione di ancillarità rispetto alle pubbliche amministrazioni, le quali, come emerge dal racconto dell’attuale presidente della cooperativa pordenonese Stefano Mantovani, hanno spesso fatto ricorso alle cooperative sociali di tipo B adottando modalità opportunistiche, offrendo condizioni non compatibili con il vero e profondo inserimento lavorativo dei soggetti appartenenti alle categorie deboli e costringendo queste organizzazioni a piegarsi a logiche di mercato che le hanno talvolta allontanate dalla propria missione sociale. La principale difficoltà evidenziata è dunque quella di continuare a valorizzare il lavoro di inclusione sociale e lavorativa portato avanti dalle cooperative sociali di tipo B e, allo stesso tempo, usando le parole di Mantovani, “rimanere a galla in questa economia impazzita” senza accettare compromessi al ribasso rispetto alla qualità degli inserimenti lavorativi.

È con amara consapevolezza che si riconosce la presenza all’interno del settore delle cooperative sociali di organizzazioni che, guidate dall’obiettivo di porsi sul mercato in maniera competitiva, hanno iniziato a rivolgersi a quelli che potremmo definire “svantaggiati poco svantaggiati”, diventando dunque “selezionatori dello svantaggio” e relegando così sempre di più ai margini quelle persone  si pensi, ad esempio, ai soggetti con gravi problemi psichiatrici  più difficilmente inseribili in realtà produttive.

A trent’anni dalla 381, sembra ora quanto più impellente che mai un cambio di rotta decisivo: “Oggi il mondo è mutato e sta mutando e dobbiamo ripensare alla nostra casetta degli attrezzi”  afferma Mantovani  “Non possiamo affrontare il nuovo millennio con gli stessi strumenti del millennio precedente. Noi dobbiamo guardare all’orizzonte, e riprogrammarci”.

E un esempio di tale necessaria riprogrammazione ci è offerto dalla seconda testimonianza, quella di Giuseppe Bruni, dirigente locale di Confcooperative Federsolidarietà Brescia, la quale, insieme alla Provincia e al comune di Brescia, l’associazione dei comuni bresciani e l’associazione dei segretari comunali “G.B. Vighenzi”, ha delineato un “bando tipo”  potenzialmente utilizzabile anche in altri territori – da adottarsi nella disciplina degli affidamenti pubblici sopra soglia comunitaria per promuove l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate ai sensi dell’art.112 del D.lgs. n. 50/2016.

Un percorso iniziato nel 2017 con la costituzione di un tavolo di lavoro e l’importante consapevolezza che, come si legge nelle prime righe del protocollo d’intesa, “le cooperative sociali possono assumere […] un ruolo importante per la costruzione di un modello di welfare che sappia dare risposte innovative ai crescenti bisogni dei cittadini”. Grazie all’impegno degli attori coinvolti si è giunti alla definizione congiunta di cosa sia un percorso di inserimento lavorativo di qualità e alla stesura di una lista di criteri di valutazione sia quantitativi che qualitativi  quali la consistenza e significatività della presenza di responsabili sociali e tutor all’interno delle organizzazioni, gli strumenti formativi disponibili a favore sia degli svantaggiati sia delle altre figure professionali coinvolte, la capacità di creare sinergie territoriali con soggetti pubblici e privati che si occupano di svantaggio sociale e lavorativo nel territorio di riferimento  che permettano di misurarne l’efficacia.

Inoltre, anche grazie all’utilizzo di un coefficiente fisso nella formula per il calcolo del punteggio economico, il bando tipo stimola gli operatori economici in gara ad assumere lavoratori svantaggiati oltre la soglia minima del 30% e, allo stesso tempo, a coinvolgere nei percorsi di inserimento lavorativo anche quei soggetti che non sono considerati come svantaggiati ai sensi della legge 381/91.

Al di là degli aspetti tecnici, certamente importanti e meritevoli d’attenzione ma che non si intende analizzare in questa sede, ciò che è importante sottolineare è come la cooperazione sociale sia riuscita a sedere ad un tavolo di lavoro in una posizione paritaria rispetto all’ente pubblico e a delineare un percorso procedurale che sappia valorizzare a pieno il suo essere soggetto imprenditoriale con una vocazione sociale specifica.

Le due esperienze qui brevemente presentate mostrano in maniera evidente come la cooperazione sociale di tipo B stia imparando ad evolversi verso una più matura interpretazione del proprio ruolo imprenditoriale, riuscendo nondimeno a mantenere al centro del proprio operato la funzione di inserimento lavorativo delle persone svantaggiate anche quando si confronta con le pubbliche amministrazioni.

Tre decenni dopo dalla 381, la sfida di come curare al meglio il benessere della comunità attraverso la promozione dell’accesso al mercato del lavoro è ancora aperta. Una sfida, questa, che continua a rinnovarsi sotto molti punti di vista, specialmente per quanto concerne l’inclusività della definizione di persone svantaggiate. Sebbene negli anni essa abbia conosciuto un progressivo ampliamento dei settori di svantaggio, necessiterebbe  come sottolineato anche dall’intervento di Giuseppe Bruni  un ulteriore ampliamento, così da includere più soggetti che il mondo del lavoro tende a discriminare e tener conto dell’evoluzione delle possibili cause che rendono più difficoltoso l’accesso al lavoro per determinati gruppi sociali. Operazione che dovrebbe però essere accompagnata dalla predisposizione di meccanismi che evitino di “far scivolare” ulteriormente i soggetti ad oggi riconosciuti come aventi ridotte capacità lavorative in posizioni ancora più di svantaggio.

Le cooperative sociali, che negli anni hanno coltivato esperienze e competenze nella formazione e nell’accompagnamento al lavoro dei soggetti svantaggiati, si confermano dunque le organizzazioni che, meglio di altri attori, sono in grado di garantire l’inclusione lavorativa e sociale delle persone svantaggiate, rendendo concreto il diritto costituzionale al lavoro e il dovere di ogni cittadino di concorrere, secondo le proprie possibilità, al progresso della società.

 

 

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Giulia Tallarini

Euricse

Laureata in Sociologia e Ricerca Sociale presso l'Università degli Studi di Trento e in Sociologia e Demografia presso l'Università Pompeu Fabra di Barcellona, è assistente di ricerca a Euricse dal 2021. Si occupa di progetti di ricerca a livello europeo sul tema delle imprese sociali. Nel 2020, ha condotto una ricerca pubblicata nel IV Rapporto sull’Impresa Sociale in Italia di Iris Network sulla resilienza delle imprese sociali durante la prima ondata di Covid-19. I suoi interessi di ricerca si concentrano principalmente sul ruolo delle imprese sociali nel contesto italiano e internazionale, donne e migranti.

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