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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  4 minuti
Argomento:  Interviste
tag:  Fundraising
data:  29 dicembre 2021

Melandri, il dono come incontro

Andrea Tittarelli

Andrea Tittarelli intervista Valerio Melandri, esperto di fundraising: presenta l'atto del dono come incontro tra chi propone e chi sposa una causa e propone una riflessione su impresa sociale e fundraising e su come le caratteristiche dell'ente destinatario della donazione facciano la differenza. 


Chiudiamo questo anno di incontri importanti con Valerio Melandri.

Laureato in Business Management all’Università di Bologna nel 1991, lavora per due alla Confcommercio del Capoluogo emiliano. Nel 1993, desideroso di un passo importante, parte per gli Stati Uniti dove conosce, rimanendone folgorato, il sistema nonprofit americano. Con il Professor Roy Sparrow, presso la New York University, inizia il percorso che lo renderà il vero e proprio pioniere del fundraising in Italia. Frequenta prima il master in Nonprofit Management e poi, al Center on Philanthropy of the University of Indiana, ottiene il Certificate in Fundraising Management.

L’Università italiana non tarda a cogliere l’opportunità: il polo di Forlì lo contatta proponendogli di entrare nella squadra del primo corso di laurea dedicato al nonprofit.

Da lì una carriera folgorante. Dapprima il corso di fundraising all’interno del corso di laurea, la creazione della Fundrasing School, l’invenzione delle Giornate di Bertinoro; poi il primo Master in Fundraising, il centro di ricerca sul fundraising (Philanthropy Centro studi), il Festival del Fundraising e infine la creazione dell’Assif – Associazione Italiana dei Fundraiser.

 Pronti via.

 1) Valerio, qual è il dono più bello che hai ricevuto nel corso della vita?

Penso a mio padre, all’eredità che mi ha lasciato: il fatto di poter studiare. Questa possibilità, prima all’Università in Italia e poi, nel post laurea, anche all’estero, rappresenta il dono più grande che ho ricevuto. Non conta il bene materiale, l’oggetto in sé, bensì quello che uno ha avuto e con il quale ha potuto costruire; si dice sempre non bisogna dare il pesce ma la canna da pesca ed effettivamente la cosa più preziosa che mi è stata offerta è la capacità di affrontare la vita con una dotazione culturale, uno zaino di base che mi ha servito e che mi è servito lungo tutto il percorso.

2) Che senso assume, nell'alveo dei rapporti umani, l'atto del donare?

Il dono è un tema di rapporti, di relazioni. In qualche modo è dono continuo quello che corre tra due o più persone. Sono dell’idea che nella vita ci sia un regime definibile dell’appuntamento, a dire “io ti propongo questa cosa, a me interessa, magari interessa anche a te”; l’altro, a questo punto, decide se rispondere positivamente o meno all’input. Tutta l’esistenza è fatta di questo: proposte che spaziano dal piano sentimentale a quello razionale, da un cinema insieme a un progetto lavorativo. Siamo alla costante ricerca del modo di interessare le altre persone, per poter assolvere ai nostri svariati sogni e bisogni. Il dono è questo, il fatto di concedersi reciprocamente delle possibilità di soddisfazione; donare è essere consci che la soddisfazione viene dall’altro perché son ben poche le cose che fatte da soli danno piacere, mentre sono tantissime quelle che grazie all’altro hanno la capacità di appagare.

 3) Una campagna di raccolta fondi di cui sei stato protagonista e in cui ti sei sentito particolarmente coinvolto/soddisfatto.

Si dice sempre che le ultime campagne, le ultime cose fatte, sono quelle a cui sei più legato. In questo ultimo anno mi sono occupato di fundraising sull’art bonus, vale a dire la raccolta fondi da privati cittadini e da aziende per l’arte, la cultura, il patrimonio del bello. Non avevo mai impostato una campagna per questo settore, ora incentivato da una legge che prevede un 65% di detrazione rispetto alle donazioni fatte, e sono rimasto impressionato dall’attenzione, dalla comprensione e dalla velocità dei donatori di Forlì, dove ho realizzato la raccolta. Sembra quasi che i vari target coinvolti non aspettassero altro che qualcuno chiedesse; ho trovato un ambiente fertile, per altro sconosciuto, fino a quel momento invisibile, impensato. Nel giro di un trimestre, a fronte di un previsionale di “1” è stato raccolto “4” e si sta andando anche oltre. Mi domando dove eravamo prima? Perché non ci siamo mossi? C’è un mondo di gente che sta aspettando di donare e questo conferma quello che dice la teoria della nostra disciplina, avvalorata dalla ricerca: le persone donano quando gli viene chiesto. Ahinoi, tendiamo a dimenticare questo criterio essenziale.

4) Cos'è il fundraising?

Il fundraising, sostanzialmente, è il rapporto di reciproco interesse fra due persone, una persona che propone un’idea, un progetto, una buona causa che in qualche modo suscita attenzione in un’altra persona. Quindi c’è una relazione in ballo, ma non una relazione asimmetrica in cui uno è inferiore all’altro, uno è quello che chiede e l’altro è quello che dona; sono due universi che si incontrano: da una parte la necessità derivante da bisogni incontrati nella vita – il mondo nonprofit è dedito a questo – e dall’altra il vissuto di una persona che venendo a conoscenza di questi bisogni decide di mettere parte delle proprie risorse in un progetto risolutivo. Nel credo c’è scritto “Dio da Dio”, non si legge “Dio a figlio” o “Padre a figlio”; sono due universi, appunto, che si incontrano in una specie di appuntamento, come dicevo prima, e iniziano a stare insieme e a scambiare un interesse reciproco.

5) Spesso questa disciplina viene associata alle entità del terzo settore fuori dal mercato, ma sappiamo che in termini di legge anche le cooperative sociali, ad esempio, possono raccogliere a fondo perduto. Come vedi il fundraising per le imprese sociali?

Il tema è complesso e si intrecciano due questioni diverse, una di percezione da parte dei cittadini, una di incentivazione fiscale. Dal punto di vista della percezione pubblica, le cooperative e le altre imprese sociali, nonostante traggano una parte consistente di risorse dal mercato, operano senza fini di lucro per rispondere a bisogni nei settori di interesse generale – nel nostro paese soprattutto nei servizi sociali, sanitari ed educativi, ambito d’azione specifico delle cooperative sociali – quindi in ambiti di interesse pubblico, svolgendo cioè un ruolo per molti versi equiparabile a quello delle pubbliche amministrazioni; per questo le imprese sociali sono percepite a tutti gli effetti come soggetti legittimati alla raccolta fondi. Viceversa, se si guarda al di fuori del perimetro dell’impresa sociale propriamente detta, al mondo delle imprese for profit che adottano forme più o meno stringenti di responsabilità sociale, magari adottando anche pratiche di limitazione della distribuzione degli utili come nel caso delle benefit corporation, il tema della raccolta di risorse a fondo perduto diventa spinoso. Poi vi è la questione fiscale, che vede premiate le donazioni ad Enti di Terzo settore, ma con esclusione delle imprese sociali con forma diversa dalle cooperative sociali oltre che, ovviamente, delle imprese for profit che adottano politiche di responsabilità sociale. Per fare un esempio, Change.org, la grande piattaforma che raccoglie petizioni, ma che ha una forma di benefit corporation, non può dare nessun beneficio fiscale ai donatori e ho dei dubbi che i loro tentativi di raccolta fondi possano andare a buon fine. Da un punto di vista culturale, certamente la percezione della finalità pubblica degli Enti di Terzo settore, il fatto che operi senza scopo di lucro per assicurare diritti civili e di cittadinanza, rende più naturale che vengano accordati benefici fiscali a chi li supporta con donazioni; l’ambito delle imprese sociali non cooperative e delle imprese for profit socialmente responsabili andrebbe invece maggiormente indagato e regolamentato.

6) Un esempio virtuoso di impresa sociale impegnata in questa pratica.

Un esempio a mio parere assai virtuoso è quello delle scuole non statali gestite da imprese sociali spesso in forma cooperativa, ancorché ciò almeno in parte non sia disgiungibile da politiche pubbliche a livello regionale che in alcuni contesti, come in Emilia Romagna, appaiono particolarmente favorevoli. Ricordo che sono quasi due milioni, su dodici totali, i bambini e i ragazzi che frequentano questi istituti. Bene, la raccolta che si fa in questi contesti credo sia la migliore e la più promettente del movimento cooperativo, anche perché in habitat del genere si ha una rete di relazioni che, tra genitori e alumni, è molto significativo.

Rivista-impresa-sociale-Andrea Tittarelli Università di Perugia

Andrea Tittarelli

Università di Perugia

Imprenditore sociale con l'incarico di Presidente presso la cooperativa "La Semente" e manager del nonprofit nel ruolo di Direttore Generale in seno alla Federazione di Angsa (Associazione Nazionale Genitori di Soggetti Autistici). Insegna "Impresa sociale e service design" presso il Dipartimento di Scienza Politiche dell'Università degli Studi di Perugia.

Tempo di lettura:  4 minuti
Argomento:  Interviste
tag:  Fundraising
data:  29 dicembre 2021
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