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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  4 minuti
Argomento:  Un nuovo dossier!
data:  29 marzo 2020

Dossier cooperative di comunità - Introduzione

Redazione

E' uno degli aspetti più dinamici, attuali e fecondi del movimento cooperativo, ne raccoglie la tradizione e propone contenuti nuovi. Come legittimarlo e promuoverlo sul fronte normativo?


Da alcuni anni le cooperative di comunità sono evocate come uno degli aspetti più dinamici, attuali e fecondi del movimento cooperativo. Decisive, nel determinare l’interesse per il fenomeno, sono state alcune esperienze in sviluppatesi particolare nelle aree interne del nostro paese, in territori che sembravano destinati ad un inarrestabile declino e che sono riusciti al contrario ad avviare evoluzioni impensabili attraverso attività imprenditoriali fortemente innestate sulle risorse locali, decisive per il rilancio del territorio.

In uno degli esempi più noti di cooperativa di comunità, un gruppo di cittadini prende in gestione l’ultimo bar del paese altrimenti avviato alla chiusura, probabile capitolo finale di un progressivo abbandono del territorio; il mantenimento di questo presidio rappresenta invece il punto iniziale di una rinascita economica (un ristorante, l’agriturismo, l’azienda agricola, le iniziative turistiche, sempre gestiti in forma cooperativa dai cittadini), e dell’auto organizzazione di un sistema di servizi essenziali (es. trasporto dei bambini a scuola, consegna dei farmaci) tali da consentire il rilancio del territorio. Esperienze come questa si sono nel corso degli anni moltiplicate, soprattutto in zone caratterizzate da isolamento, crisi legata al venir meno di forme di economia tradizionali, tendenza allo spopolamento; hanno come tratti distintivi la partecipazione diffusa degli abitanti e la capacità di andare oltre lo svolgimento di un’attività specifica a vantaggio degli associati, agendo – lo argomenta bene Mori nel suo saggio – nell’interesse dell’intera comunità con l’obiettivo di uno sviluppo complessivo economico e sociale del territorio; o per dirla con le parole di Bandini, Medei e Travaglini, orientando la propria azione non solo in risposta alle istanze degli shareholder, dei membri “azionisti”, ma degli stakeholder, identificati come tutti i cittadini di una determinata comunità, al tempo stesso beneficiari e protagonisti, diretti o indiretti, effettivi o potenziali, delle attività della cooperativa.

Le imprese di comunità si collocano felicemente al centro di un cluster di temi, tra loro collegati, che raccolgono molto interesse in questi anni: la centralità dei luoghi, che si popolano di senso e relazioni diventando elementi importanti dell’identità collettiva di una comunità; l’emergere della dimensione della prossimità – non necessariamente in forma imprenditoriale – come orientamento dei cittadini ad attivarsi in forma collettiva su problemi comuni; l’innovazione sociale, soprattutto nelle accezioni (più autentiche) che evitano di identificarla come mera collocazione di servizi sul mercato, considerandone invece le peculiarità dal punto di vista del processo sociale sottostante; l’attenzione a specifici settori di attività come l’agricoltura sociale, il turismo sociale, la gestione di beni comuni artistici e naturalistici, il commercio di prossimità, le energie rinnovabili, ecc.: tutti ambiti che catalizzano un particolare interesse per l’intreccio di potenziale sviluppo economico e di benessere sociale che portano con sé; e ancora, la rigenerazione urbana, le politiche di sviluppo locale e altro ancora.

Si trova un po’ di tutto ciò nel dibattito sulle cooperative di comunità ed anche in questo dossier, che raccoglie diversi materiali sul tema, pubblicati in questi ultimi anni su Impresa Sociale.

Il saggio di Mori rappresenta un punto di partenza ideale di questo percorso: definisce in modo rigoroso in confini del fenomeno, le sue caratteristiche, classifica le cooperative di comunità a partire dalla loro vocazione primaria - “produrre” o il “fruire” di un determinato bene -, introduce utili chiarimenti concettuali e terminologici. Mori sviluppa inoltre un’analisi circa il possibile ruolo delle cooperative di comunità e i processi di liberalizzazione o privatizzazione dei servizi prima sottoposti a monopolio pubblico, rispetto a cui esse possono rappresentare un’opzione vantaggiosa.

L’attenzione di Claudio Calvaresi, Carolina Pacchi e Davide Zanoni si concentra su quella sorta di brodo primordiale – in questo caso, però, con riferimento ad un contesto urbano e non alle aree interne - della cooperativa di comunità costituito dalle esperienze di auto organizzazione e innovazione dal basso delle comunità locali, che si esprime in iniziative quali la riqualificazione di spazi e immobili degradati, nell’housing sociale, nella mobilità alternativa, in attività culturali e ambientali, ecc. Le iniziative descritte dagli autori sono nella maggior parte pre-imprenditoriali, ma costituiscono il terreno a partire dal quale è possibile meglio comprendere lo sviluppo della cooperazione di comunità.

Bendini, Medei e Travaglini illustrano gli esiti di una ricerca che ha interessato 15 cooperative di comunità in tutte le aree del Paese – nel nord nate prevalentemente sulla base di dinamiche autonome, al sud ad esito di azioni promozionali nell’ambito di politiche pubbliche - e che ha riguardato diversi temi: le caratteristiche della governance e le relazioni di questa con la comunità nel suo complesso - tema delicato perché misura le tensioni tra l’aspirazione a includere la comunità nei processi cooperativi e il concreto funzionamento degli organi sociali; il valore prodotto e il suo impatto effettivo sulle comunità locali; le fonti di finanziamento. Insomma, si tratta di un primo tentativo di andare oltre alle narrazioni episodiche, mettendo la cooperazione di comunità alla prova dei dati economici.

Se nella narrazione prevalente questi fenomeni sono rappresentati come uno sviluppo innovativo relativamente recente, Mori ne evidenzia le origini remote, richiamando la storia delle cooperative per la produzione dell’energia elettrica sviluppatesi nel nostro Paese e in altri già da fine Ottocento e più in generale la mission storica della cooperazione nella cura della comunità. A ben vedere le stesse cooperative sociali, nate come noto per perseguire “l’interesse generale della comunità” si collocano in questo movimento. Depedri e Turri lavorano invece sui punti di contatto tra cooperative di comunità e cooperative di consumo, a partire da una ricerca realizzata in Trentino; soprattutto quelle che operano in piccoli paesi tendono di fatto a svolgere una funzione sociale che va oltre all’interesse dei soci e ad essere riconosciute come punto di riferimento identitario e valoriale dalla propria comunità. In questi e altri casi la linea di demarcazione tra cooperazione di comunità e altre forme consolidate di cooperazione appare particolarmente labile. Accanto a queste similitudini è possibile però individuare, afferma Mori nel saggio di apertura, anche differenze tra la vecchia e la nuova generazione di cooperative di comunità, generalmente più orientate ad occuparsi di una pluralità di ambiti di attività e con basi sociali maggiormente eterogenee.

La gran parte degli autori citati inserisce nelle proprie riflessioni indicazioni di policy e, come ricordato, nei fatti il tema della cooperazione di comunità ha visto negli anni uno sviluppo importante a livello regionale, oltre a poter essere studiato, come molti degli autori considerati fanno, a partire dalla comparazione internazionale della regolazione di soggetti analoghi. Ma alla base è necessario chiedersi se una “legge sulle cooperative di comunità” sia la via giusta per favorire lo sviluppo di queste esperienze. È utile impegnarsi in una disciplina autonoma, ora regionale, un domani nazionale, della cooperazione di comunità come forma autonoma? A questa domanda rispondono nell’ultimo saggio qui presentato Borzaga e Sforzi che, ad esito di un processo di analisi delle soluzioni normative adottate e in discussione, ritengono invece auspicabile scegliere la strada dell’introduzione di introdurre al d.lgs. 112/2017 (il decreto legislativo sull’impresa sociale applicativo della riforma del Terzo settore) le modifiche utili a cogliere le specificità dell’impresa di comunità.

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