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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  3 Minuti
Argomento:  Interviste
data:  01 novembre 2021

Terzo settore, sostenibile oltre ogni logica

Andrea Tittarelli

Una nuova intervista di Andrea Tittarelli, che oggi ci propone il suo colloquio con Marco Morganti, già Amministratore Delegato di Banca Prossima e oggi responsabile del fondo Fund for Impact di Intesa Sanpaolo, un che mira a rafforzare l'inclusione finanziaria di persone che hanno difficoltà ad accedere ai tradizionali canali di credito.


Proseguono le interviste di Andrea Tittarelli, oggi è la volta di Marco Morganti. Laureato in Filologia Rinascimentale muove i primi passi professionali nel settore turistico, dell’arte e della cultura: partner di una società di studi di economia del turismo; segretario generale del Centro di Studi Turistici di Firenze; Responsabile RE e Comunicazione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato. Entra nel Gruppo Editoriale Giunti, dove ricopre prima il ruolo di Assistente dell’Editore per poi diventare Segretario Generale del Gruppo e Amministratore Delegato della società di consulenza e sviluppo Giunti Consulting. Nel 2000 viene chiamato in Poste Italiane ad occuparsi di progetti culturali e sociali. Nel 2003 è la volta di Banca Intesa, dove sviluppa i primi progetti “sociali” di accesso al credito come responsabile di una struttura peculiare nel sistema bancario: il Laboratorio Banca e Società. Dal giugno 2006 inizia il percorso di incubazione verso una banca dedicata al nonprofit. Banca Prossima nasce nel novembre 2007; Marco Morganti ne è l’Amministratore Delegato. Dall’esperienza di Banca di Prossima, tredici anni dopo, nascerà Fund for Impact (ancora affidato a Morganti) una struttura sperimentale dedicata al credito di inclusione. L’obiettivo non è il Terzo settore, bensì la persona, la famiglia, l’impresa che non ha merito di credito ma un buon progetto da realizzare.

Marco, perché una Banca? C’è un nesso tra l’ambito professionale in cui ti sei affermato e l’esperienza di vita che hai compiuto?

Per due ottime ragioni. La prima perché si pensava di dover sperimentare uno strumento “in purezza”, completamente legato al raggiungimento di un obiettivo all’interno del terzo settore, un soggetto che non avesse un piano b (in caso di mancata soddisfazione nel servizio a quel mercato potersene allontanare per privilegiarne o aggiungerne un altro); la seconda ragione è che si doveva verificare se c’era abbastanza spazio per un’iniziativa dedicata – capitale dedicato, persone dedicate, metodologie dedicate. Il tempo ha dimostrato che si poteva, una volta consolidata la struttura e soprattutto il metodo, tornare nell’alveo di Intesa Sanpaolo, formando una nuova Direzione Impact e imprimendo a tutto il Gruppo la trasformazione inventata e collaudata all’interno di Banca Prossima. In altre parole Banca Prossima, con il suo Fondo per lo sviluppo dell’Impresa Sociale, è il modello al quale Intesa Sanpaolo si è ispirata per realizzare Fund for Impact. Non credo si sarebbe arrivati dove siamo arrivati se non avessimo avuto modo di dimostrare che la cosa funzionava stand alone, con un’entità giuridica separata. Avevamo la necessità di collaudare, all’inizio di tutto, questo principio della metà degli utili da destinarsi al Fondo di Solidarietà e Sviluppo, cosa che all’interno di un bilancio consolidato non si può fare, prova ne sia il fatto che l’attuale forma del suddetto Fondo, nonché del Fund for Impact, non è più legata al profitto bensì al patrimonio di Intesa Sanpaolo: un ancoraggio molto solido.

Quando e come, crescendo, hai scoperto il senso del fare credito?

Mai prima di avere varcato la porta di Intesa Sanpaolo, anche se in precedenza, in Poste Italiane, avevo conosciuto le capacità della grande impresa di realizzare interventi in un’ottica di valore sociale aggiunto: Poste Italiane viste come uno strumento che facilita la vita delle persone e rende meno cruda la differenza di vita quotidiana tra chi ha e chi non ha. Ci dedicavamo anche allora alla riduzione dei gap, gli strumenti postali lo consentono, anche quelli fisici come il trasporto e il recapito di cose e di lettere. L’argomento prestiti, come dicevo, si è aperto per me come nuovo capitolo all’interno di Intesa Sanpaolo: il credito che ha questa capacità quasi magica di consentire qualunque attività, di esserne il precursore. In questo penso che l’approccio attraverso la Banca alla missione di ridurre le disuguaglianze è veramente formidabile, la benzina per qualunque tipo di motore, di qualunque veicolo. Questo mi ha sempre colpito, mi è sempre sembrata la cosa più ricca e credo lo sia non solo rispetto a tutte le esperienze precedenti ma anche definitivamente; questa flessibilità e fungibilità che è propria del denaro se utilizzato allo scopo che è stato di Banca Prossima (e oggi è di Prossima e di Fund For Impact): non c’è niente come il denaro per realizzare gli obiettivi che le persone si pongono e per tendere, in una prospettiva politica, nel senso civico di res publica, all’equità sociale, vera condizione non soltanto per la pienezza della cittadinanza ma anche condizione necessaria per un paese come l’Italia, della competitività.

Metti in luce il passaggio relazionale, lo snodo delle componenti umane, che ha permesso a Prossima, nella fase di incubazione, di passare da un’idea alla realtà.

Ce ne sono molti di momenti umani che hanno presieduto alla nascita di Prossima e oggi li vedo come un “allineamento di pianeti” non scontato che si è realizzato. Penso alla prima, quando la proposta di fare una Banca uscì fuori quasi come una provocazione tra me e Corrado Passera per poi riscuotere ascolto e consenso. In quei momenti basta scegliere le parole sbagliate o il momento sbagliato perché le cose non si realizzino. Ricordo che in quella grande azienda e in quel rapporto personale si avvertiva un clima di libertà molto favorevole per l’elaborazione di proposte “fuori schema”. Successivamente, nella fase di incubazione, di fissazione dei principi, sicuramente la cosa più importante mai fatta è quella di aver scelto di privilegiare come organico della Banca i colleghi che provenendo da Intesa Sanpaolo avessero un’esperienza di volontariato. Questa idea è stata giudicata prima impossibile, poi poco raccomandabile, dopo ancora una stramberia non necessaria e alla fine un esperimento da tentare. Un passaggio, ribadisco, cruciale, in quanto se tutto risiede nell’incontro tra le persone, quella soluzione era l’unica in grado di conciliare i due antropotipi opposti: l’essere dedicato alla produzione del valore economico – il bancario – e quello che produce valore sociale in un’organizzazione del Terzo Settore.

Dovessi tracciare il profilo delle imprese sociali presenti nel portafoglio dei gestori, cosa mostrerebbe?

Il portafoglio dei nostri gestori a mio avviso costituisce davvero la migliore rappresentazione di quella che è la composizione del Terzo Settore in Italia. Scherzando dico sempre che se ci si vuol fare l’idea di che cos’è questo comparto si possono guardare i conti e l’indirizzario clienti di Banca Prossima (tra l’altro equamente distribuito tra nord, centro e sud), oppure si può chiedere alle persone di Prossima di che cosa sono volontarie. Ne esce uno spaccato piuttosto fedele. Suggestioni a parte, credo che il nostro portafogli sia soprattutto equilibrato, con una rappresentazione di tutte le componenti, dove per il credito la parte maggiore è rappresentata dalle Imprese Sociali, in particolare dalle cooperative sociali le quali sono numericamente ben meno delle decine di migliaia di soggetti volontaristici e di opere sociali delle Chiese, e che eppure esprimono molta più richiesta di finanziamenti. Trovo che alcuni dei nostri colleghi, senza che abbiano ricevuto indicazioni in tal senso, abbiano più affinità con il campo religioso piuttosto che con quello laico, altri con il volontariato rispetto alla cooperazione; posso tuttavia anche dire che (questo è uno degli elementi che si apprezzano di più sperimentando la vita di filiale) è del tutto evidente come tali vocazioni vengano compensate da una grande disponibilità a subentrare gli uni alle necessità degli altri, dinamica che riequilibra le propensioni individuali.

Cosa hai scoperto, anche in chiave controintuitiva, servendo l’habitat “impresa sociale”?

Cito due cose. Una che ho maturato subito, nei momenti preparatori, quando volevamo capire dagli attori del Terzo Settore il segreto della sostenibilità. Da soggetti che operano per la coesione mi sarei aspettato una grande volontà naturale di aderire a schemi trasversali, collettivi, ma non è così e questo spiega in parte la crisi del sistema delle reti. All’interno di questo fatto ho però scoperto che la Banca, proprio in quanto soggetto allo stesso tempo vicino ma terzo rispetto alle realtà nonprofit, è particolarmente adatta a promuovere partnership “opportunistiche” nel senso buono, cioè nate intorno a opportunità, attivanti proprio quelle strategie del fare insieme date per scontate, in realtà tutte da innescare. Un migliore accesso al credito, ottenibile, appunto, grazie alla collaborazione tra soggetti nonprofit diversi, rappresenta uno stimolo a un concetto espanso di cooperazione. Controintuitiva è anche e soprattutto la sostenibilità del Terzo Settore. La fragilità apparente secondo i criteri del credito - anche secondo quelli di Prossima modificati proprio per cogliere le potenzialità nascoste di questo settore - viene smentita dalla strutturale solvibilità dimostrata nei rapporti bancari. Questo, seppur contornato da un alone di vero e proprio mistero, ha alcune ragioni osservabili. Prendo ad esempio questa: il nonprofit, nel momento in cui un'organizzazione sparisce perché non è più in grado di andare avanti, spesso sopravvive nell’opera che conduceva, mantenendo i servizi attraverso la sostituzione delle realtà in dissesto con nuovi gestori; in questo perimetro, insomma, distinguerei il fallimento dell’impresa, che è sempre possibile, dalla cessazione dell’attività, di fatto molto più difficile se non impossibile. È una forma imprevista di resilienza.

Quali sono le avanguardie sul piano della relazione bancaria nel perimetro dell’impresa sociale?

Una è la necessità, o finalmente la possibilità di aggiungere alla componente del credito la necessaria componente di capitale. Iniziano a esserci soggetti che intervengono con equity nel soggetto sociale, con un rafforzamento patrimoniale che è la premessa perché il credito fluisca in modo copioso, rapido, efficace (e anche più sicuro, nella prospettiva della Banca). Questa dinamica, un’araba fenice lungamente cercata nel passato, oggi comincia a farsi realtà. Ancora oggi equity partners “professionali” pretendono dalle nonprofit ritorni simili a quelli del mercato profit (alti perché molto rischiosi) che per i soggetti nonprofit, operanti su “mercati” molto più sicuri, sono inappropriati e non sostenibili. In questi mesi le pretese si stanno facendo più miti, si riscontra una presenza di vari operatori pazienti e questo farà bene sia al Terzo Settore sia alle Banche sia agli stessi investitori che dovranno acquisire la correttezza del rapporto con il nonprofit, fino a oggi visto come un paese dei balocchi dove si può ottenere un buon rendimento senza rischio, oppure come un luogo per gesti emblematici da evidenziare nei bilanci di sostenibilità. L’altro elemento è invece una convergenza. L’economia for profit, non soltanto con un’attenzione crescente al sociale e all’ambiente, ma anche con vere e proprie forme giuridiche innovative, sta mimando alcuni comportamenti tipici dell’Impresa nonprofit. Stanno nascendo società benefit che introducono nel loro statuto, come da legge, subito dopo l’obiettivo di profitto e con pari dignità, un obiettivo sociale che contempla la destinazione di una parte degli utili alla generazione di effetti positivi in ottica ESG. L’impegno di statuto è molto stringente, ma la scelta dell’obiettivo di beneficio è libera e autodeterminata. Questo fenomeno prefigura un mondo in cui le imprese non siano costrette ad allontanarsi dal concetto di bene comune per poi riavvicinarsi nei momenti in cui c’è da fare bella figura. Devo dire che il tutto mi è molto familiare perché riscontro una delle logiche di base di Banca Prossima la quale, vista alla luce di questo nuovo format societario, è di fatto una benefit che realizza profitto ma che ha come obiettivo di beneficio quello di includere nel credito soggetti che non ne avrebbero le capacità. Questo schema che noi realizzavamo con il Fondo di Solidarietà e Sviluppo, Intesa Sanpaolo l’ha fatto proprio con Fund for Impact; in ogni caso una parte del profitto, allora, o del patrimonio, oggi, viene utilizzata per rendere possibile, a leva, un prestito fatto a un soggetto che non ha merito di credito ma che ha un buon progetto da realizzare. L’economia del futuro sarà diversa perché non vedrà la contrapposizione frontale tra chi ha l’obiettivo del bene comune e chi ha l’obiettivo della massimizzazione del profitto, ma chiederà a entrambi efficienza e collaborazione.

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Andrea Tittarelli

Università di Perugia

Imprenditore sociale con l'incarico di Presidente presso la cooperativa "La Semente" e manager del nonprofit nel ruolo di Direttore Generale in seno alla Federazione di Angsa (Associazione Nazionale Genitori di Soggetti Autistici). Insegna "Impresa sociale e service design" presso il Dipartimento di Scienza Politiche dell'Università degli Studi di Perugia.

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Argomento:  Interviste
data:  01 novembre 2021
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