Sostienici! Rivista-Impresa-Sociale-Logo-Mini
Fondata da CGM / Edita e realizzata da Iris Network
ISSN 2282-1694
impresa-sociale-3-2014-impresa-sociale-e-politiche-di-sviluppo-e-coesione-nel-mezzogiorno-lo-strumento-della-fondazione-di-comunita

Numero 3 / 2014

Saggi brevi

Impresa sociale e politiche di sviluppo e coesione nel Mezzogiorno: lo strumento della fondazione di comunità

Domenico Marino, Gaetano Giunta

Abstract

In questo paper si vuole delineare un nuovo paradigma per le scelte strategiche e organizzative delle imprese sociali che operano nel Mezzogiorno d’Italia. Territori caratterizzati da un atavico ritardo di sviluppo e da un contesto sociale che presenta numerosi problemi dal punto di vista della coesione. In particolare si cercherà di delineare un nuovo schema interpretativo all’interno del quale collocare lo strumento della fondazione di comunità, che può rappresentare un’innovazione istituzionale e una nuova modalità di espressione delle politiche sociali e dei servizi di interesse collettivo nel Mezzogiorno.


This paper aims at pointing out a new paradigm for strategic and organizational choices of social enterprises operating in the South of Italy. This part of Italy is characterized by an atavic and late development and a not cohesive social context. Our effort will focus on a new interpretative framework with regard to the role of the Community Foundation. This institution could be an innovative actor for social policies and could transform the provision of social services in the South of Italy.

 

Introduzione

Questo saggio vuole proporre un nuovo modello per orientare azioni di policy nei territori del Mezzogiorno d’Italia, aree caratterizzate da un atavico ritardo di sviluppo e da un contesto con numerosi problemi di coesione sociale. Non è certamente possibile considerare il meridione come un “monolite”1: un unicum bisognoso di cure omogenee per patologie estese. Bisogna tendere “all’analisi delle interdipendenze, dei sistemi di correlazione, delle connessioni tra una molteplicità di ‘luoghi’, interni ed esterni alla realtà meridionale” (Donzelli, 2005). Ciò ha particolarmente senso quando si parla di imprese sociali che, per loro caratteristica intrinseca, intrattengono legami profondi con la tradizione produttiva locale, con l’apparato amministrativo, con la comunità locale intesa nel senso più ampio. Si è scelto dunque di abbandonare una visione per macro-aree (“Mezzogiorno” nel suo complesso) prendendo in esame territori limitati che possano costituire specificità e fare emergere l’irriducibile complessità del contesto reale.

 

Un’analisi di contesto

Le condizioni socio-economiche e culturali sono gli elementi strutturali profondi di discriminazione ed esclusione per le persone, specie le donne, che vivono in numerose aree del Mezzogiorno, dove la disoccupazione supera facilmente il 30% della popolazione e quella femminile raggiunge punte del 60%. In questi territori le donne sono inoltre più esposte alla precarietà, al lavoro nero e alla disoccupazione di lungo periodo, specie quando non in possesso di titoli di studio o con lauree deboli. Per chi viene poi da storie di disagio, questi elementi conducono a livelli di discriminazione disperati e di autentica violazione dei fondamentali diritti dell’uomo, anche in relazione ad una forte arretratezza nei processi di integrazione lavorativa delle persone svantaggiate. Nella fase di “presa in carico” emergono con chiarezza delle problematicità che si possono in sintesi così descrivere:

  • eterogeneità ed inadeguatezza degli strumenti di valutazione delle capacità residue;
  • arretratezza culturale dell’approccio al problema di sostegno all’inserimento lavorativo, visto spesso in termini esclusivamente adattivi e/o riparativi;
  • scarsa integrazione di servizi rivolti a persone con difficoltà di accesso al mercato del lavoro;
  • inefficacia degli strumenti di supporto all’inserimento (borse lavoro, sussidi o altro) che, quasi fatalmente, non essendo spesso legati a contesti imprenditoriali “accoglienti”, si trasformano in interventi di natura esclusivamente assistenzialistica, con il forte rischio di passivizzazione e di nuova dipendenza indotta.

Nella seconda fase del processo di inclusione, quella del vero e proprio inserimento nel mercato del lavoro, si pone la discriminante delle “opportunità”, che raggiunge livelli intollerabili per le donne e di radicalità angosciosa per le persone a rischio di esclusione. In questo contesto di “crescita economica sterile”, emerge una nuova e più complessa domanda nel campo dei cosiddetti “servizi di prossimità” per la quale Stato e mercato esprimono una risposta largamente insufficiente, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo (Giunta, Marino, 2011a). Tali dinamiche sono alla base della revisione dei sistemi di welfare che appaiono oggi inadeguati rispetto all’esigenza di competitività dei sistemi economici europei e minacciati dallo svuotamento della dimensione pubblica dei problemi sociali. L’imporsi di questi processi di cambiamento richiede un ripensamento complessivo degli strumenti che garantiscano la protezione dei più fragili e quindi, necessariamente, un ripensamento dei modelli di sviluppo. La riflessione, in questo senso, richiama il valore della coesione sociale e della risorsa “fiducia” quali elementi sui cui investire in un processo di crescita della società; fa emergere la necessità di ricentrare le politiche economiche e sociali sul legame sociale e sulla sua qualità; obbliga a rivedere il ruolo delle comunità, dei “mondi vitali” delle forme auto-organizzate della società civile e, di conseguenza, a ridefinire il ruolo delle istituzioni pubbliche. La riflessione impone inoltre di:

  • riconsiderare il rapporto esistente - oggi fonte di discriminazione - tra i “modelli” dell’assistenza e quelli dello sviluppo;
  • immaginare le modalità di ri-orientamento dei “costi del sociale” in investimento economico e relazionale, in valorizzazione dei legami;
  • pensare che “l’incorporamento” delle variabili economiche in strutture sociali portatrici di senso possa produrre nuove forme di sviluppo e di inclusione sociale, redditi accessibili ai più deboli e possa allargare l’area dei diritti di cittadinanza.

 

Un paradigma interpretativo

Di seguito riportiamo in modo schematico la sequenza logica su cui fondare, per territori fortemente deprivati, proposte di policy realmente emancipatrici.

Step 1. Le persone scelgono e agiscono sulla base dei loro desideri e delle loro paure, di ciò che credono realistico e dei loro bisogni. Il peso, però, che ciascuna persona attribuisce a paure e desideri, aspettative e bisogni, dipende fortemente dalla propria condizione. Le economie non si basano, solo, su presupposti di razionalità fondate su principi di massimizzazione dell’utile o di utilità (Kahneman, 2007).

Step 2. Le persone deprivate di libertà tendono a rimanere intrappolate dalla loro necessità di sopravvivere e possono di conseguenza non avere il coraggio di chiedere cambiamenti e/o agire per essi. Le loro aspettative vengono schiacciate, senza alcuna ambizione, alle poche cose considerate possibili (Sen, 1994). La disillusione allontana il desiderio da ciò che appare possibile e frena comportamenti positivi finalizzati ad uscire dalla condizione di povertà, dipendenza, deprivazione. Le politiche devono creare le condizioni affinché le persone abbiano una vera possibilità di giudicare quale tipo di vita vorrebbe vivere. L’espansione delle libertà reali è dunque il fine, ma anche il mezzo dello sviluppo.

Step 3. Se uno dei nostri scopi è, dunque, quello di capire le possibilità reali che ciascuna persona ha di perseguire e realizzare i propri obiettivi, si deve tener conto non solo dei beni principali da essa in possesso, ma anche delle caratteristiche personali e relazionali che governano i processi di conversione dei beni principali in capacità di promuovere i propri scopi (in tale prospettiva, per esempio, una persona anziana, disabile o cagionevole di salute può essere svantaggiata anche con un pacchetto di beni principali più consistente rispetto ad una persona giovane e fisicamente sana). Sono molteplici gli elementi che influenzano il rapporto fra reddito, benessere e libertà. La personalizzazione delle politiche ci appare un’opzione strategica assolutamente necessaria. A tale proposito ricordiamo che Amartya Sen definisce funzionamento ciò che una persona può desiderare, ciò a cui una persona dà valore (dall’essere nutrito, all’essere curato, dal bisogno di partecipare a quello di socializzare, ecc.) e capacitazione l’insieme delle combinazioni alternative di funzionamenti che ciascuna persona è in grado di realizzare. Le capacitazioni sono dunque una sorta di libertà sostanziale, libertà di mettere in atto più stili di vita alternativi2.

Step 4. Il peso che ciascuna persona dà a bisogni e paure rispetto all’aspettativa reale di uscire dalle condizioni di povertà, dipendenza, deprivazione non dipende soltanto dal livello delle libertà individuali (capacitazioni) ma anche dalla lettura che ciascuna persona fa della rete relazionale dei suoi primi vicini e dei principali stakeholder istituzionali (e non) con cui interagisce, dal microclima dentro cui vive. Le scelte si fondano su equilibri di contesto, non individuali, più correttamente su “dinamiche collettive” alla Aoki (Aoki, 2002). Se le persone percepiscono contesti prevalentemente di falchi (per citare il linguaggio delle teorie dei giochi) le scelte saranno determinate più dalle paure, se al contrario vengono percepiti contesti di colombe, cioè di coesione, scattano più facilmente meccanismi di condivisione, cooperazione e proiezione di desideri. Certamente la percezione più diffusa di una società (l’atteggiamento antropico-culturale dominante) condiziona fortemente la percezione dei singoli. L’approfondimento sviluppato nel paragrafo successivo appare un’esemplificazione di grande interesse che chiarisce come in alcune aree del Mezzogiorno le politiche di lotta alla povertà, alle dipendenze ed alle deprivazioni siano necessariamente più complesse e debbano coinvolgere azioni strutturali rivolte a sistema e finalizzate alla promozione della coesione e allo sviluppo di contesti socio-economici fecondi rispetto a progetti personalizzati di espansione delle libertà personali.

L’attesa di una possibile crescita di libertà e quindi dei desideri personali e collettivi costituisce l’orizzonte umano necessario per orientare lo sviluppo delle persone, delle società e perfino delle economie.

Per fondare scientificamente una proposta funzionale ed operativa di welfare comunitari orientati alla lotta alla povertà, alle dipendenze ed alle deprivazioni appare necessario costruire un modello di funzionamenti la cui appropriatezza ed efficacia sia verificata quantitativamente. In coerenza con le più avanzate ricerche in ambito economico e psichiatrico e con le più evolute sperimentazioni di welfare locali (condotte ad esempio anche dal network promotore della Fondazione di Comunità di Messina) proponiamo i seguenti funzionamenti come griglia, prima di analisi, poi metodologica, per sviluppare progetti personalizzati finalizzati a potenziare le capacitazioni dei soggetti deboli:

  • superamento delle deprivazioni dovute all’assenza e/o all’insufficienza di reddito/lavoro ed alla precarietà dell’abitare;
  • affettività, socializzazione;
  • conoscenza;
  • accessibilità, partecipazione e democrazia.

La coesione sociale ed i funzionamenti scelti - e sopra esplicitati - saranno le lenti polarizzate attraverso cui osservare la condizione delle regioni meridionali in modo comparato alle altre regioni del Paese.

 

Policy e prospettiva strategica

Da un punto di vista logico-strategico i piani di lotta alla povertà ed alle deprivazioni dovranno promuovere in modo interdipendente progetti di inclusione personalizzati e sistemi socio-economici responsabili sul piano ambientale e sociale, capaci di generare un clima di fiducia (si veda step 4) e costruiti a partire dal riconoscimento delle reti di vicinato e parentali. E’ ovvio che tali modelli di welfare comunitario devono essere sostenuti da politiche di cooperazione interregionale che abbiano un deciso carattere di riequilibrio. E’ del tutto evidente, infatti, che alcune aree del Sud sono precipitate al di sotto del livello di povertà trappola e che quindi, se messe in contatto con territori lontani da livelli accettabili di prossimità, sono - in assenza di politiche di cooperazione - destinate ad un progressivo impoverimento. In territori che partono da condizioni di povertà, deprivazione e forte sperequazione ed in cui si sono fuse pratiche liberiste con antiche pratiche padronali e clientelari, bisogna operare sistemicamente per potenziare cluster locali di qualità e per favorire la loro connessione con reti nazionali ed internazionali.

marinoFigura 1: Schema logico-strategico delle politiche di lotta alle povertà

Sul piano della cooperazione interregionale ed internazionale è necessario promuovere processi di redistribuzione delle risorse e della ricchezza per colmare i differenziali di sviluppo fra i territori.

Assi di intervento per le politiche di riequilibrio sono:

  • sistemi fiscali e di incentivazione redistributivi sulle diverse scale territoriali (es. l’azione di Fondazione per il Sud può intendersi in quest’ottica);
  • processi di innovazione, trasferimento tecnologico e attrazione di talenti creativi;
  • creazione di reti di interscambio e promozione di programmi di cooperazione allo sviluppo che vedano protagonisti reti di economia sociale e solidale realmente terze rispetto a Stato e mercato, capaci quindi di proporre soluzioni sociali ed economiche alternative rispetto all’impianto politico-economico di tipo padronale e clientelare;
  • abbattimento delle barriere protezionistiche.

Sul piano funzionale, promuovere sistemi socio-economici significa:

  • strutturare sui territori processi olistici di Responsabilità Sociale, quali metodologie dinamiche e partecipative di valutazione e di supporto alla riprogrammazione delle politiche e delle prassi degli attori istituzionali, nonché delle pratiche delle organizzazioni e delle imprese: politiche, prassi e pratiche dovranno essere progressivamente convergenti con i desideri ed i principi (il quadro valoriale) dei cittadini, delle comunità e delle società locali;
  • promuovere forme di economie sociali e solidali a cluster e reti di cluster;
  • promuovere azioni di riqualificazione urbana funzionali alla creazione di patti socio-educativi;
  • promuovere processi di infrastrutturazione sociale capaci di stabilizzare sui territori reti di ricerca e reti di economia sociale e solidale, libere rispetto alle dinamiche padronali e clientelari che intrappolano molte aree del Mezzogiorno e capaci di elaborare/trasferire innovazione nei sistemi di welfare locali e alle economie locali.

Nel contesto descritto il cambiamento non può quindi che nascere che da azioni sistemiche. In una prospettiva oltre-moderna appare necessario creare forme autonome di infrastrutturazione sociale finalizzate a promuovere modelli di welfare comunitari integrati ad esperienze di economia a cluster e a reti di cluster eticamente orientate, costruite cioè secondo criteri di responsabilità ambientale, sociale e di contrasto delle economie criminali.

In questo contesto parlare di sviluppo significa intendere la capacità complessiva di un sistema locale di intuire e governare il cambiamento, incorporare innovazioni rese compatibili con il know-how preesistente, proiettare le economie sociali e solidali locali in una dimensione nazionale ed internazionale. Se quindi le teorie tradizionali dello sviluppo regionale tendevano ad enfatizzare il conflitto fra equità regionale ed efficienza nazionale, l’approccio dello sviluppo endogeno fa perno sulle opportunità di sviluppo delle capacità imprenditorialità locali e sui sistemi di accesso alle innovazioni tecnologiche ed organizzative, in un quadro di promozione complessiva di vantaggi competitivi tipici di ciascuna realtà regionale. Usando un linguaggio più proprio nell’ambito del terzo sistema, l’idea è quella di fare perno sullo sviluppo di intrecci solidali all’interno del territorio. Il tentativo di trasformare una semplice specializzazione spaziale - o peggio frammenti per nulla interconnessi di imprese e di attori sociali - in un qualcosa di più complesso, in strutture di tipo sistemico e/o in reti di filiere può sicuramente essere una linea guida valida per le azioni di policy.

 

Introducendo la nozione di Sistema Socio-Economico Territoriale come unità di analisi, si ritiene possibile ampliare le capacità interpretative, se viene ricercata una sintesi tra sistema di produzione, conoscenze tecnologiche incorporate a livello territoriale ed istituzioni locali. Il Sistema Socio-Economico Territoriale risulta cioè costituito dalla interconnessione tra sistema di produzione, dotazione di conoscenze - anche tecnologiche - e social capabilities. Mentre il sistema di produzione ha una connotazione prevalentemente materiale, le conoscenze tecnologiche e le social capabilities presentano una natura prevalentemente immateriale.

Le conoscenze rese disponibili dalla R&S (conoscenza codificata) e dalle opportunità di apprendimento offerte dallo stato delle conoscenze nel Sistema Socio-Economico Territoriale (codici di contesto) costituiscono le “conoscenze tecnologiche”. Le “social capabilities” invece trovano il loro fondamento nella disponibilità effettiva di competenze tecniche e culturali diffuse a livello locale, nonché nell’efficienza ed efficacia delle azioni condotte dalle istituzioni dislocate a livello territoriale. Le prime sono significativamente correlate al livello ed alla qualità dell’istruzione, della formazione e dell’esperienza professionale, le seconde sono strettamente interconnesse all’esperienza nell’organizzare e gestire sistemi produttivi progressivamente più complessi.

Ragionare in un’ottica di Sistema Socio-Economico Territoriale permette altresì di ottimizzare funzioni complesse come quelle della ricerca, del trasferimento dell’innovazione tecnologica, del management, del marketing e della rappresentatività; pertanto diviene più semplice costruire connessioni con i mercati “lontani”, elemento decisivo in un territorio che appare “carente” di Stato e mercato.

Coerentemente con il modello costruito e verificato quantitativamente, i progetti personalizzati finalizzati al potenziamento delle capacitazioni personali potranno seguire i seguenti assi di intervento:

  • dell’abitare autonomo (ricordiamo la specificità negativa di Messina);
  • del reddito-lavoro;
  • della formazione permanente;
  • dell’accessibilità e della partecipazione;
  • dell’affettività e della socializzazione.

 

Obiettivi e strumenti del modello della fondazione di comunità

Nella prassi - specie dei paesi anglosassoni (USA e Inghilterra) e Germania - esistono diversi modelli di fondazione di comunità; astraendo possiamo dire che oscillano da un’idea di fondazione e-bay all’idea di fondazioni tematiche specializzate in azioni ben definite (welfare locale, microcredito, ecc.). Per modello e-bay intendiamo uno strumento neutro di raccolta e finalizzazione su richiesta dei fondi. Questa tipologia, orientata alla massimizzazione delle donazioni, ci appare inadatta ad un contesto così strutturalmente iniquo come quello di una città (come Messina) caduta sotto la soglia di povertà trappola e caratterizzata dalla presenza di attrattori di ricchezza legati ad economie criminali e parassitarie del sistema pubblico. La filantropia genericamente intesa non può ovviamente incidere nei processi di liberazione individuale e collettiva e nell’individuazione di dinamiche sociali orientate alla coesione, alla mobilità verticale e quindi alla redistribuzione delle opportunità. Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, in questi territori una fondazione di comunità, per essere vera infrastrutturazione sociale (e non infrastrutturazione del status quo e delle lobby), non può essere neutra rispetto ai processi di accumulazione della ricchezza delle mafie e delle loro economie criminali, quelle che nascono dagli investimenti dei proventi criminali (e di quelle imprese parassitarie che costruiscono la loro ricchezza dentro relazioni perverse e spesso occulte fra poteri pubblici clientelari e poteri criminali).

La nostra ipotesi è, invece, quella di creare un modello intermedio fortemente orientato verso una visione strategica del cambiamento, capace però di evolversi, in una prospettiva epistemologica di tipo costruttivista, e quindi capace di recuperare universalità nella responsabilità, attraverso dinamiche e metodologie partecipative che coinvolgono innanzitutto nella propria governance pezzi sempre più ampi delle comunità locali, dei cittadini, degli stakeholders territoriali e quindi della società messinese nel suo complesso. La fondazione di comunità mirerà, dunque, a massimizzare la partecipazione, le capacitazioni delle persone più fragili, il dialogo sociale, comportamenti responsabili degli attori territoriali sul piano sociale, ambientale, antropico-culturale, del contrasto delle economie criminali3. In definitiva l’idea è quella di creare uno strumento di fraternità economica che sia capace auto-finanziarsi auto-generando reddito, promuovere libertà, giustizia, coesione sociale e pari opportunità.

L’idea strategica è quella di creare una fondazione di comunità quale strumento terzo rispetto alle dinamiche del mercato (qui assai debole e drogato da una presenza strutturale di economia criminale e/o di economie parassite del sistema pubblico) e rispetto ad ogni forma di dipendenza economica dal pubblico (spesso legate a pratiche clientelari e padronali), che sia però capace di contaminare gli attori del mercato e del quasi-mercato pubblico e di promuovere sul territorio un Distretto Sociale Evoluto (Sacco, Tavano Blessi, 2005; Giunta, Marino, 2011b).

La vera sfida appare quella di produrre nuova cultura e nuovi tessuti sociali di coesione, e di far sì che questi si integrino nel patrimonio esistente e gli diano nuova linfa, e che allo stesso tempo divengano il terreno di coltura nel quale il sistema produttivo del territorio (ed un nuovo sistema produttivo più solidale e più partecipativo) vada a cercare nuove idee che si trasformino, in un complesso ma indispensabile processo di metabolizzazione, in innovazione competitiva. Tutto ciò ci appare assai coerente con lo scenario della strategia di Lisbona, dove cultura e coesione vengono proposti quali fattori che stanno all’origine della catena del valore, i canali per eccellenza attraverso cui affermare ed attestare un diffuso orientamento sociale verso l’innovazione e la creatività.

In definitiva l’agire della fondazione di comunità sarà orientata a strutturare una economia di reciprocità finalizzata a:

  • promuovere processi di capacitazione dei cittadini e delle comunità locali. La riconquista dei diritti fondamentali declinati nel modello di funzionamenti precedentemente proposto costituisce il presupposto per liberare il desiderio altrimenti schiacciato dal bisogno, dalla malattia, dalle dipendenze materiali e dai pregiudizi. L’attesa nuova di una possibile futura felicità o comunque di un crescente benessere costituisce, come si è detto, l’orizzonte umano necessario per guidare scelte e comportamenti, per orientare lo sviluppo delle persone, delle società e perfino delle economie;
  • promuovere la coesione sociale attraverso la sperimentazione di forme mature di dialogo sociale e di partecipazione nonché attraverso lo sviluppo di reti lunghe, che abbiano anche valore economico, proprio a partire dal riconoscimento delle reti di vicinato/parentato che ancora oggi costituiscono il tessuto antropologico dominante delle aree più deboli della città;
  • promuovere un’economia sociale e solidale che sia maschile e femminile, dove gli esclusi dallo sviluppo trovino piena cittadinanza e che sia un’alternativa solida e riconosciuta alle forme grigie di economie compiacenti, illegali e criminali;
  • promuovere l’apertura dei sistemi locali allo scambio di risorse, conoscenze, opportunità, all’attrazione di talenti creativi.

 

Note

1. Una definizione di Gianni Molinari in “Segni di una vocazione per l’industria leggera”, Rivista di Politica Economica, ott-nov 1998.

2. Per un rassegna bibliografica completa si veda Amartya Sen (Sen, 2000).

3. In questo contesto il termine responsabile viene utilizzato come progressivamente convergente verso il quadro dei principi, dei desideri espressi dal territorio attraverso i processi permanenti di pedagogia partecipativa previsti dalla metodologia TSR® che rappresenta una delle scelte centrali di infrastrutturazione sociale delle azioni della fondazione di comunità.

 

Bibliografia

Aghion P., Caroli E., Garcia-Penalosa C. (1999), “Inequality and Economic Growth: The Perspectives of New Growth Theories”, Journal of Economic Literature, 37(4), pp. 1615-1660. http://dx.doi.org/10.1257/jel.37.4.1615

Aoki M. (2002), Modeling Aggregate Behavior and Fluctations in Economics, Cambridge University Press, Cambridge UK. http://dx.doi.org/10.1017/CBO9780511510649

Cannari L., D’Alessio G. (2003), La distribuzione del reddito e della ricchezza nelle regioni italiane, Banca d’Italia Working Paper n. 482/2003, Banca d’Italia.

Clementi F., Gallegati M. (2005), “Pareto’s Law of Income Distribution: Evidence for Germany, the United Kingdom, and the United States”, in Chatterjee A., Yarlagadda S., Chakrabar B.K. (a cura di), Econophysics of Wealth Distributions, Springer-Verlag Italia, Milano. http://dx.doi.org/10.1007/88-470-0389-X_1

Donzelli C. (2005), “Un pezzo di mondo”, in Donzelli C., Cersosimo D. (a cura di), Realtà, rappresentazioni e tendenze del cambiamento meridionale, Donzelli, Roma.

Kahneman D. (2007), Economia della felicità, Il Sole 24 Ore Libri, Milano.

Kuznets S. (1955), “Economic Growth and Income Inequality”, The American Economic Review, 45(1), pp. 1-28.

Giunta G., Marino D. (2011a), “An Explicative Model of Wealth Distribution”, International Journal of Applied Economics and Econometrics, 19(1), pp. 66-75.

Giunta G., Marino D. (2011b), Mediterranean Contradictions: Economic Authoritarism, Inequality and Happiness of the People, Microcredit as Tool of Ethical Financing for Sustainable Development, APS Bank publications, La Valletta (MLT), pp. 115-168.

Marino D. (2005), “L’impresa sociale e lo sviluppo dei territori del Mezzogiorno”, Impresa sociale, 74(2), pp. 228-232.

Nussbaum M.C. (1999), Sex and Social Justice, Oxford University Press, New York.

Perotti R. (1996), “Growth, Income Distribution and Democracy: What the Data Say”, Journal of Economic Growth, 1, pp. 149-187. http://dx.doi.org/10.1007/BF00138861

Person T., Tabellini G. (1994), “Is Inequality Harmful for Growth?”, American Economic Review, 84(3), pp. 600-621.

Sacco P.L., Tavano Blessi G. (2005), “Distretti culturali evoluti e valorizzazione del territorio”, Global & Local Economic Review, 8(1), pp. 7-38.

Sen A.K. (1994), La disuguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna.

Sen A.K. (2000), Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano.

Signorino G. (2002), “L’economia del Mediterraneo”, Mesogea, n.0/2002, pp. 76-87.

 
Sostieni Impresa Sociale

Impresa Sociale è una risorsa totalmente gratuita a disposizione di studiosi e imprenditori sociali. Tutti gli articoli sono pubblicati con licenza Creative Commons e sono quindi liberamente riproducibili e riutilizzabili. Impresa Sociale vive grazie all’impegno degli autori e di chi a vario titolo collabora con la rivista e sostiene i costi di redazione grazie ai contributi che riesce a raccogliere.

Se credi in questo progetto, se leggere i contenuti di questo sito ti è stato utile per il tuo lavoro o per la tua formazione, puoi contribuire all’esistenza di Impresa Sociale con una donazione.