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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura: 
Argomento:  Attualità
tag:  Politica
data:  13 luglio 2021

Candidarsi non basta: ci vuole una nuova politica

Guido Memo

Prosegue il dibattito iniziato da Marco Musella su Terzo settore e politica. Non basta candidarsi se poi si resta prigionieri - omologati o emarginati - di un sistema vecchio. Serve un Terzo settore consapevole della propria dimensione politica per aprire scenari diversi.


Ho letto la presa di posizione di Marco Musella relativa all'elezione del Sindaco a Napoli, un ragionamento che sostanzialmente condivido, conoscendo anche Sergio e il mondo che rappresenta. Ne approfitto però per riordinare un po' le mie idee e fare una proposta finale.
L’articolo di Musella solleva il tema più generale del rapporto TS/Politica che, oltre al n. 1/2020 di Impresa sociale e al dibattito in questo periodo su Vita, meriterebbe più attenzione, un dibattito e un ragionamento più approfondito.
Tavazza, che intervistai nel 1992[1] mi disse non solo che "o il volontariato ha una dimensione politica, oppure non può neppure essere considerato volontariato", ma anche descrisse il mondo del volontariato come "un serpente con una testa che è quella del volontariato moderno [che ha una dimensione politica]......, che non supera il 40% del movimento di volontariato italiano. C'è poi un corpo centrale che si trova nella zona del guado, dal riparatorio al moderno. Infine, c'è una coda ancora profondamente ancorata al mondo della beneficenza e dell'assistenza ...
In questi anni alla fin fine è sostanzialmente prevalso il corpo centrale se non la coda del “serpente”, politicamente agnostico; quindi non a caso, nonostante la continua crescita del TS, abbiamo assistito anche a un continuo degrado della Politica. Sono prevalse posizioni comprensibili di tutela e promozione delle organizzazioni, ma quindi in fondo corporative e politicamente subalterne, anche se non sono mancati molti fermenti locali. Questo non significa che in politica non sia cambiato nulla: sono cambiate sia pure in ritardo spesso molte “politiche di settore”, ma ben poco è cambiato nella democrazia rappresentativa, comunque delegata a governare le nostre istituzioni pubbliche.
Se consideriamo il dibattito pubblico e i processi di innovazione, oramai da molti anni le proposte di riforma, attuate o no, non si sono originate dai partiti, ma da movimenti la cui anima in genere è stata costituita da organizzazioni appartenenti al variegato mondo della cittadinanza attiva e del Terzo settore (negli anni '70 fu protagonista il sindacato, penso ad es. alla riforma sanitaria come diritto universale, e sarebbe interessante ragionare anche sul declino di questo ruolo delle organizzazioni sindacali) con un obiettivo reale arricchimento già ora dei soggetti della politica; ma poi il governo dei processi non è quasi mai stato nelle mani di questi soggetti.
L'impostazione che demmo al tema negli anni Novanta sul lungo periodo quindi non ha retto: non solo dunque può avere senso candidarsi (come fece Lumia e come fa D'Angelo), ma penso che non basti proprio. Se la stessa autonomia, concepita come separazione dalle istituzioni rappresentative non ha dato buoni risultati (esemplare secondo me il caso della "autonomia sindacale" che ha finito per l'allontanare il mondo del lavoro dalle istituzioni), quindi ben venga anche la partecipazione a processi elettorali, in particolare penso locali. Però tutto ciò può finire per assolvere solo ad una funzione di selezione della classe dirigente, quello che Giuliano Amato propone nel dibattito di Vita, una cosa che ha una sua utilità, ma che non è sufficiente: il problema è che se solo inserisci rappresentanti del TS in un sistema di democrazia rappresentativa immutato, essi finiranno per essere omologati, o emarginati se manterranno fedeltà ai loro valori e alla loro base sociale.
Lumia ad esempio, citato da Musella, mi pare abbia svolto una funzione positiva nella battaglia antimafia, ma sia rimasto un fenomeno isolato, senza riuscire a mio avviso in seguito a diventare un punto di riferimento; anche se in dimensione locale le cose potrebbero essere diverse grazie alla presenza di una comunità che si ritrova territorialmente, ma anche in questo caso si pone il problema di come indurre cambiamenti persistenti nel tempo se si vogliono cambiare le cose.
A mio avviso non solo si pone un problema di riforma delle istituzioni, ma prima ancora di riforma dei partiti e in particolare di quelli che vogliono svolgere una funzione innovativa e di giustizia sociale, quelli cioè dell'area di centro/sinistra. Un cambiamento di sistema è un processo lungo che presuppone una strategia e una base sociale, non è una questione di elezioni, che sono uno strumento. Ci vuole il soggetto organizzato capace di concepire, raggruppare, creare alleanze e guidare questo processo. Questo si accompagna ad un’idea di partito diversa non solo dalle cariatidi oggi esistenti ridotte a comitati elettorali che cercano consenso nell'ambito del senso comune egemone (controllato da chi ha le risorse economiche), ma diversa anche dai partiti indubbiamente più gloriosi che pur costituirono la Repubblica e scrissero la nostra bella e avanzata Costituzione.

Che ne dite se ci diamo da fare con le nostre organizzazioni per sviluppare questa discussione? Il compito non è semplice e breve, ma mi pare sempre più necessario.

Direi che i tentativi di questi anni ci dicono che l'autoriforma dall'interno delle istituzioni e dei partiti non è praticabile, come reso evidente anche dai numerosi tentativi di riforma che hanno avuto impatti limitati perché sono sempre stati intesi come una contesa di potere tra le istituzioni della democrazia rappresentativa (si veda ad esempio il tema del ruolo delle regioni nella riforma costituzionale del 2001), non come una nuova pratica democratica che coinvolga aree più ampie di cittadini; non a caso gli elementi che si stanno mostrando più fecondi, come il principio di sussidiarietà dell’u.c. dell’art. 118, sono venuti dall’esterno delle istituzioni rappresentative, dal nostro mondo. Anche i tentativi di riforma interni ai partiti hanno avuto esiti limitati, come confermano le vicende del PD e il riemergere chiassoso e vuoto della peggiore propaganda di incivili culture politiche, già giustamente e con molti lutti sconfitte dalla Storia in Italia e non solo.

È allora necessario pensare ad una mobilitazione in grado di coinvolgere se non tutto il Terzo settore, almeno da quel 40% consapevole della propria dimensione politica che indicava Tavazza, che deve praticare un ripensamento sul cammino fatto, visto che la questione mi pare sempre più impellente e viene avvertita da un'area più vasta.

[1] Imparare la democrazia. Per rinnovare le istituzioni e l'impegno sociale e politico, a cura di Guido Memo, n. 21 Materiali e atti, Centro di studi e iniziative per la riforma dello stato. Supplemento al numero 2 aprile - giugno 1992 di  Democrazia e diritto.

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Guido Memo

LabTS

Presidente di LabTs, http://www.laboratorioterzosettore.it/

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data:  13 luglio 2021
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