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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  5 minuti
Argomento:  WIS
data:  11 gennaio 2022

Continuare il lavoro con la comunità. Nuove opportunità e spazi di crescita per le imprese sociali

Caterina De Benedictis

Le imprese sociali possono rispondere ai bisogni dei territori in cui operano sperimentando nuove traiettorie imprenditoriali capaci di attivare le comunità. A trent’anni dalla 381, una riflessione sul ruolo della cooperazione sociale per lo sviluppo di comunità, dai suoi esordi ad oggi.


Gli anni Duemila hanno reso evidenti i limiti economici, sociali ed ambientali del modello di sviluppo dominante, centrato sul mercato e sulla finanza. La pandemia da Covid-19 ha amplificato questi limiti e reso ancora più marcate e visibili le diseguaglianze in termini di welfare, di servizi pubblici e di opportunità di lavoro tra centro e periferia, tra aree urbane e aree rurali, tra regioni maggiormente sviluppate e regioni con ritardi di sviluppo. In questa nuova geografia dello sviluppo post Covid-19 le imprese sociali possono rispondere ai nuovi bisogni dei territori in cui operano sperimentando nuove traiettorie imprenditoriali capaci di attivare le comunità.

Questo tema è stato sviluppato durante la sessione "Continuare il lavoro con la comunità. Nuove opportunità e spazi di crescita per le imprese sociali" durante la XIX edizione del Workshop sull'impresa sociale, tenutosi a Trento il 17 e 18 novembre 2021, sul tema "Il futuro a trent'anni dalla 381/1991".

Andrea Bernardoni (Legacoopsociali) modera
* Michele Vignali (Consorzio COOB, Arezzo) [slide presentazione]
* Michele Pellegrini (Cooperativa sociale Cadore, Pieve di Cadore BL) [slide presentazione]
* Marco Romanelli (Cooperativa Raccolti di Comunità, Città di Castello PG) [slide presentazione]


A trent’anni dalla legge 381/91 è sicuramente utile confrontare il fenomeno della cooperazione sociale ai suoi esordi e oggi, chiedendosi in che misura sia stato (all’epoca) e sia (oggi e nel futuro) in grado di porsi come strumento di trasformazione del Paese nel segno della solidarietà e di un nuovo modo di fare impresa.

Iniziando ad interrogarsi sulla fase fondativa del fenomeno, è importante comprendere che l’approvazione della legge 381/91 trent’anni fa si sia innestata su un terreno fertile, ponendosi essenzialmente come riconoscimento giuridico di un fenomeno già avviato. Quattro erano le caratteristiche fondamentali del contesto in cui si è sviluppata la cooperazione sociale: il cambiamento del sistema economico, il manifestarsi di un "vuoto" pubblico, la trasformazione della società e la conseguente organizzazione di risposte dal basso in forma comunitaria. Sono questi gli elementi di conteso in cui è nato un fenomeno capace di inserirsi in quel "vuoto", dando vita ad un processo di cui la legge 381/91 rappresenta il completamento e non l’avvio. Se la nascita della cooperazione sociale è dunque imputabile ad una spinta comunitaria dal basso, la legge si pone come riconoscimento giuridico di tale spinta, che ne ha garantito la continuità e la legittimità.  

È allora utile provare ad applicare queste categorie di analisi alla situazione attuale; e indubbiamente emergono significative analogie. Così come allora, ci troviamo oggi a fronteggiare un profondo cambiamento del sistema economico, che si manifesta anche in modo ricorrente sotto forma di crisi economico-finanziarie. È ancora presente quel vuoto pubblico, forse oggi ancora più evidente nella difficoltà da parte dello Stato di rispondere ad una parte significativa dei bisogni dei cittadini. La trasformazione della società, individuabile allora nel passaggio dal fordismo al post fordismo, si esprime attualmente nella transizione ecologica, così come nella trasformazione digitale. Se queste sono le similitudini di contesto, è quindi necessario chiedersi se, oggi come allora, siano presenti forme di organizzazione di risposte dal basso in forma comunitaria che provano a imprimere una propria direzione ai cambiamenti in atto e quale sia il ruolo delle attuali imprese sociali in tali cambiamenti.

Anche se il tema sarebbe certamente più ampio, in questa sede ci si concentrerà su una forma specifica di imprese sociali – quantomeno di fatto, dal momento che non tutte sono riconosciute come tali – generalmente indicate come “imprese di comunità”.

Si tratta di una forma di impresa la cui origine, come approfondito anche nel numero 5/2015 di Impresa Sociale, è fortemente radicata nella storia del nostro Paese: si pensi alle cooperative elettriche, alle cooperative di produttori (cfr. latterie sociali), alle cooperative consumo o ancora alle cooperative del credito. Si tratta cioè delle forme cooperative nate tra la fine dell’‘800 e gli inizi del ‘900 con l’obiettivo di produrre beni e/o servizi di interesse generale a favore di una determinata comunità locale.

Se questi sono gli “antenati” del fenomeno qui analizzato, l'impresa di comunità cui si fa attualmente riferimento è da intendersi come forma organizzativa che «si caratterizza essenzialmente per due caratteristiche: il beneficio per la comunità creato attraverso un’attività di impresa e la partecipazione dei suoi membri – destinatari ultimi del beneficio – alla gestione di essa» (Mori, Sforzi, 2018). «Per parlare di impresa di comunità è imprescindibile che ci sia il coinvolgimento in qualche forma dei membri della comunità nelle scelte gestionali. Un’impresa che opera a favore della comunità senza alcun coinvolgimento di quest’ultima nelle decisioni gestionali è un’impresa per la comunità, più che un’impresa di comunità. Dunque, nell’impresa di comunità la partecipazione che ci interessa è in primo luogo la partecipazione alle scelte gestionali, eventualmente accompagnata dalla partecipazione al finanziamento e al godimento dei frutti» (Mori, Sforzi, 2018 - p. 27). A partire da questa osservazione è possibile evidenziare come le imprese di comunità possano assumere forme e contorni differenti, a patto tuttavia di rispettare questo imprescindibile requisito. Per tale ragione possiamo parlare di impresa di comunità facendo riferimento ad esperienze diverse tra loro, ma accomunate appunto dal coinvolgimento e dalla partecipazione dei membri della comunità alla gestione dell’impresa stessa.

Il rinnovato interesse per questo fenomeno sembra essenzialmente connesso a due elementi: l’indebolimento da un lato dell’impresa – nella sua accezione più classica di soggetto che persegue unicamente la massimizzazione del profitto dei soci – e dall’altro dell’intervento pubblico nell’economia. È così che dunque si alimenta l’interesse per queste esperienze, come è dimostrato anche dal proliferare di testi normativi regionali, nonché lo sviluppo di una riflessione a livello nazionale per il riconoscimento giuridico delle imprese di comunità.

È utile, a questo punto, proporre alcuni esempi di imprese di comunità coerenti con la definizione sopra proposta.

Impresa di comunità è la cooperativa di comunità umbra Raccolti di Comunità, nata dall’aggregazione di cinque cooperative agricole sociali del territorio, unite dal desiderio di ottimizzare e migliorare l’accesso ai prodotti biologici, soprattutto locali, favorendo l’inclusione sociale attiva dei soggetti svantaggiati, anche attraverso la promozione di percorsi di partecipazione e co-progettazione con gli abitanti.

Impresa di comunità è anche la cooperativa sociale Cadore, nata nel 2008 con l’obiettivo di promuovere l’economia dell’area del Cadore, in provincia di Belluno e che, a tale scopo, aggrega all’interno della propria base sociale non solo soci lavoratori, ma anche soci istituzionali. Dieci dei ventidue Comuni del Cadore sono infatti soci della cooperativa e rappresentati all’interno del Consiglio di Amministrazione.

Infine, impresa di comunità è il consorzio COOB di Arezzo, che aggrega circa 35 cooperative sociali di inserimento lavorativo e che, negli ultimi vent’anni, ha intrapreso nei territori in cui opera – spesso aree interne e montane a forte rischio di spopolamento – un lavoro di aggregazione di risorse e di coinvolgimento della popolazione locale: in una parola di accelerazione di comunità.

Emerge da queste esperienze – e da tantissime altre, sia nell’ambito delle cooperative di comunità che delle migliaia di cooperative sociali che operano nel nostro Paese – la presenza di un modello di sviluppo fortemente ancorato al territorio di riferimento e, proprio per tale ragione, capace di trasformare i bisogni del territorio in opportunità di crescita. Tuttavia, a trent’anni dalla 381/91 si nota al tempo stesso come numerose altre imprese sociali si siano sviluppate seguendo differenti traiettorie di sviluppo. Un esempio tra tutti è quello delle imprese sociali operano su tutto il territorio nazionale partecipando a tutte le gare che ritengono "convenienti".

Da questo punto di vista, si può osservare che a determinare la partecipazione della comunità non sia, di per sé, l’etichetta o la forma giuridica, quanto piuttosto il modello di sviluppo adottato; ed è bene, in un momento in cui si sta lavorando per la definizione giuridica di cooperativa di comunità – cosa che avrebbe con ogni probabilità l’effetto di stimolare ulteriormente lo sviluppo del fenomeno, così come avvenuto per la cooperazione sociale a seguito dell’approvazione della 381/1991 trent’anni fa –, affrontare questo passaggio nella consapevolezza che, come trent’anni fa, si tratta di recepire e sostenere un fenomeno nato nella società civile, facendo quindi attenzione a non soffocare con appesantimenti normativi la nascita e lo sviluppo di tutte quelle esperienze che si stanno sviluppando spontaneamente in questo senso.

In chiusura di questa analisi è forse utile, per riprendere le categorie citate in apertura, interrogarsi su come il fenomeno delle imprese di comunità si inserisca nelle dinamiche trasformative della nostra società. Il tema meriterebbe una trattazione estesa, ma dalle esperienze considerate è possibile ipotizzare che le imprese di comunità tendano a muoversi – diversamente da una parte significativa delle imprese sociali italiane che operano nell’ambito specifico del welfare – sulle tre direttrici che caratterizzano la sostenibilità integrata: la direttrice della transizione / conversione ecologica, la direttrice della transizione sociale e quindi la necessità di affrontare il tema delle diseguaglianze socio-economiche, la direttrice dell’economia focalizzata sul tema dello sviluppo locale. In altre parole, le imprese di comunità sembrano percorrere le dimensioni richiamate nel concetto di sostenibilità integrata, individuato come orizzonte di cambiamento in cui esse sono oggi chiamate a portare il proprio potenziale trasformativo, originato dalla capacità di interpretare i bisogni e rilanciare le energie delle comunità locali.

Burini C., Sforzi J. (2020), Imprese di comunità e beni comuni, Euricse, Trento 2020.
Mori P.A., Sforzi J. (2018), Imprese di comunità. Innovazione istituzionale, partecipazione e sviluppo locale, Il Mulino, Bologna.

 

 

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Caterina De Benedictis

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