Quello sulla mercatizzazione è oggi un dibattito in evidente espansione – come dimostra la stessa pubblicazione di questo numero monografico di Impresa Sociale – tanto per la quantità dei contributi quanto per l’intensità del confronto che lo attraversa. I fenomeni di mercatizzazione stanno interessando in misura crescente l’universo del Terzo settore, pur avendo finora conosciuto una diffusione relativamente contenuta (Marocchi, 2024). In effetti, non sono tanto le trasformazioni già osservabili a renderlo un tema cruciale, quanto l’insieme di presupposti, logiche d’intervento e implicazioni sistemiche che esso mobilita: temi che investono direttamente la regolazione pubblica del welfare e la fisionomia stessa del Terzo settore.
È su questo terreno che si colloca il presente articolo. Di fronte a una costellazione ancora fluida di idee, giudizi e posizioni, l’obiettivo è mettere a fuoco le questioni di fondo che la mercatizzazione solleva: che cosa essa sia nella sua concreta configurazione e quale significato assuma nel più ampio assetto del welfare.
La mercatizzazione consiste nella vendita diretta di servizi di welfare da parte delle organizzazioni di Terzo settore – in particolare delle cooperative sociali – a famiglie e individui. Si tratta del processo attraverso il quale enti storicamente impegnati nell’erogazione di servizi su committenza pubblica si orientano progressivamente verso il mercato, offrendo prestazioni direttamente agli utenti finali. La mercatizzazione è, perlopiù, incentivata dall’inadeguatezza dei finanziamenti destinati al welfare pubblico in presenza di una domanda crescente d’intervento.
In questo scenario, il Terzo settore assume il ruolo di produttore di servizi destinati a una domanda pagante, operando in concorrenza con altri soggetti privati e senza il sostegno economico diretto delle amministrazioni pubbliche. L’ente pubblico non interviene nella definizione dei contenuti, dei volumi o dei prezzi delle prestazioni e l’incontro tra domanda e offerta è mediato principalmente dai meccanismi di mercato. Il ruolo dell’attore pubblico, dunque, si riduce alla garanzia di standard minimi (Fazzi, 2026).
Gli effetti della mercatizzazione non sono univoci: possono essere positivi o negativi a seconda delle modalità di regolazione e del contesto istituzionale in cui il processo si sviluppa. Per questo motivo, non si presta a una valutazione aprioristica, ma richiede un’analisi empirica caso per caso (Fazzi. 2025).
Per metterne a fuoco le caratteristiche principali, è possibile individuare alcuni elementi costitutivi comuni. Dal lato della domanda, la mercatizzazione implica che i beneficiari sostengano direttamente il costo delle prestazioni, assumendo il ruolo di consumatori che scelgono i servizi in base alle proprie preferenze, alle risorse economiche disponibili e alle condizioni di accessibilità. Dal lato dell’offerta, gli enti del Terzo settore progettano, organizzano ed erogano i servizi in autonomia, assumendosi il rischio economico e organizzativo dell’attività, mentre l’intervento pubblico si limita alla regolazione e alla supervisione del sistema.
Di qui in avanti l’analisi si sviluppa attraverso due ipotesi di lavoro, che paiono lo strumento più adeguato ad affrontare un dibattito ancora giovane e in evoluzione.
Sulla diffusione della mercatizzazione non vi sono indicatori consolidati per rappresentarla né parametri condivisi per misurarla. In ogni caso, negli altri articoli di questo numero prevale il giudizio secondo cui si tratti di un fenomeno in crescita, ma ancora poco diffuso. È una realtà che si manifesta attraverso numerose esperienze presenti nei territori, senza tuttavia configurarsi come una dimensione riscontrabile a livello di sistema. La sua rilevanza, quindi, non risiede tanto nell’estensione attuale, quanto piuttosto nella direzione che sembra indicare e nelle possibilità di sviluppo futuro. In uno scenario di questo tipo, l’attenzione non si concentra principalmente sulla consistenza attuale del fenomeno, bensì sulle tendenze in atto e sugli scenari futuri che esso lascia intravedere.
Partiamo dalle tendenze intertemporali. La mercatizzazione viene abitualmente collegata alla contrazione della spesa pubblica per i servizi di welfare locale (quelli sociosanitari delle Regioni e quelli sociali dei Comuni): la riduzione delle risorse dedicate restringerebbe il perimetro del welfare pubblico e, di conseguenza, gli spazi di azione del Terzo settore al suo interno, incentivandone lo spostamento verso il mercato privato.
Tuttavia, se si osserva l’andamento della spesa pubblica per i servizi del welfare locale negli ultimi quindici anni, emerge un quadro diverso da quello atteso sulla base di tale ipotesi. La spesa per i servizi sociali era pari allo 0,47% del PIL nel 2009 (7 miliardi di euro) e allo 0,46% nel 2022 (8,9 miliardi) (Istat, anni vari). La spesa sociosanitaria si attestava allo 0,6% del PIL nel 2009 (9,5 miliardi) e allo 0,7% nel 2022 (13 miliardi di euro) (Ministero della salute, anni vari). Non si è, quindi, verificata una riduzione della spesa pubblica in questi ambiti, almeno in termini aggregati.
Richiamare questi dati non implica in alcun modo ritenere che l’impegno pubblico possa considerarsi adeguato: al contrario, è ampiamente riconosciuto come insufficiente rispetto ai bisogni espressi. Significa piuttosto evidenziare che - almeno a livello macro - che, secondo l’ipotesi richiamata, avrebbe dovuto restringere lo spazio del welfare pubblico e spingere il Terzo settore verso il mercato privato.
La mercatizzazione interessa l’insieme dei servizi locali di welfare sociale che, nel sistema pubblico italiano, sono attribuiti alle Regioni/ASL e ai Comuni. In particolare, le prime sono responsabili dei servizi sociosanitari, mentre, i secondi, sono titolari dei servizi socioassistenziali e socio-educativi. I destinatari di questi interventi sono numerosi e comprendono anziani non autosufficienti, persone con disabilità, bambini e famiglie, nuclei in condizioni di povertà e soggetti che vivono situazioni di marginalità. Tale platea può essere ricondotta a due grandi tipologie di bisogno. La prima, riguarda la povertà e l’esclusione sociale, intese come incapacità di raggiungere uno standard di vita adeguato. La seconda, concerne la limitata autonomia nello svolgimento delle attività quotidiane, tipica, ad esempio, degli anziani non autosufficienti o della prima infanzia (Gori, 2022).
Non tutti gli ambiti del welfare sociale sono suscettibili di mercatizzazione. Per chiarirlo, adottiamo un approccio “ad imbuto”, che dal settore nel suo complesso restringe progressivamente il campo in base alle componenti effettivamente esposte alle logiche di mercato (tab. 1). Le situazioni di povertà ed esclusione sociale, per definizione, non generano una domanda solvibile e restano, quindi, strutturalmente esterne alla mercatizzazione. Diverso è il caso dei servizi di cura e assistenza rivolti a persone con ridotta autonomia, laddove esiste una capacità di spesa, diretta o mediata dalle famiglie. In questo ambito, i perni quantitativamente più rilevanti sono i servizi per la prima infanzia e per gli anziani non autosufficienti. Possono essere suddivisi – secondo la tipologia tradizionale dei servizi alla persona – tra servizi domiciliari e di comunità, semi-residenziali e residenziali.
Per quanto riguarda i servizi domiciliari e di comunità, i margini per ulteriori processi di mercatizzazione appaiono limitati. In questo ambito, esiste da decenni un mercato privato esteso, fondato prevalentemente su prestazioni individuali: assistenti familiari (“badanti”) per gli anziani e baby-sitter per i bambini. Nel tempo, l’offerta individuale ha consolidato la propria centralità a scapito di quella organizzata. Ciò dipende in larga misura dalla struttura dei costi, che rende le prestazioni individuali più flessibili e, spesso, meno onerose rispetto ai servizi erogati da organizzazioni strutturate. Le esperienze di offerta organizzata restano, pertanto, marginali. In sintesi, nei servizi domiciliari il mercato è già ampio, ma si fonda su relazioni individuali di lavoro (Capretti et al., 2025), mentre la mercatizzazione riguarda l’offerta organizzata (del Terzo settore). Quando si parla di mercatizzazione del welfare, invece, il riferimento è soprattutto all’espansione di un’offerta organizzata capace di operare secondo logiche imprenditoriali e competitive.
Spostando l’attenzione sui servizi semi-residenziali, il caso più emblematico è quello degli asili nido. Negli ultimi venti-venticinque anni l’aumento dei posti disponibili – oggi pari al 31,6% della fascia 0-3 (Istat, 2026) – è stato realizzato prevalentemente attraverso strutture interamente finanziate dalle famiglie e gestite da soggetti del Terzo settore.
Attualmente, circa la metà dei posti è collocata nel mercato privato, dove l’intervento pubblico si limita prevalentemente alla definizione e al controllo degli standard minimi. La maggior parte degli operatori è costituita da enti non profit. All’origine di questa dinamica vi è l’insufficienza strutturale dell’offerta pubblica e la sua crescita limitata nel tempo.
Quello dei nidi rappresenta probabilmente il caso più esteso di mercatizzazione nella fase recente: a fronte di un’offerta pubblica inadeguata, le organizzazioni di Terzo settore – in particolare le cooperative sociali – hanno sviluppato una vendita diretta di servizi educativi alle famiglie. Ulteriori espansioni su larga scala appaiono, tuttavia, poco probabili. L’inverno demografico, con la persistente riduzione delle nascite, determina, infatti, un aumento della copertura percentuale della popolazione target anche a parità di posti disponibili, riducendo gli spazi per una crescita quantitativa del mercato (Istat, Università di Venezia, 2025).
Venendo alla residenzialità, l’attenzione si concentra sulle strutture per anziani. La dotazione pubblica è estremamente contenuta, come evidenziano il confronto internazionale e la diffusione delle liste di attesa. In astratto, ciò suggerirebbe ampi margini per un’espansione della mercatizzazione attraverso nuove strutture rivolte al mercato privato. Finora, tuttavia, tale dinamica non si è realizzata. Ne è prova l’assenza di investimenti significativi nella residenzialità privata da parte dei maggiori gruppi del settore, sia profit sia non profit, cioè quelli che avrebbero la forza economica per aprirsi una strada di rilievo in questo ambito. Le loro strategie si concentrano, invece, sul mantenimento e sull’ampliamento dei posti letto accreditati nel sistema a titolarità pubblica (Cepparulo, Giuriato, 2021).
Il giudizio che non vi siano le condizioni per puntare al mercato privato è condiviso da tutti gli stakeholder. Le possibili motivazioni sono molteplici. Primo, le rette del mercato privato sono molto elevate (almeno 3.000-3.500 euro mensili), restringendo significativamente la platea potenziale. Secondo, una parte delle famiglie che potrebbe sostenere tali costi sceglie di non farlo, per evitare di erodere il patrimonio da trasmettere alle generazioni successive. Infine, i nuclei con disponibilità economiche molto elevate tendono spesso a preferire soluzioni di assistenza intensiva al domicilio. Quali che siano le ragioni, le condizioni economiche e sociali per un'espansione significativa del mercato privato della residenzialità appaiono, allo stato attuale, deboli e incerte.
Tabella 1 – L’imbuto della mercatizzazione nei servizi del welfare locale
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AMBITO |
INTERVENTI |
SITUAZIONE |
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Intero settore |
Contrasto di povertà/esclusione. Cura di prima infanzia e anziani |
Povertà/esclusione no domanda pagante. Focus su cura |
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Domiciliarità (cura) |
Assistenti familiari e baby-sitter |
Ampio mercato privato basato su offerta individuale |
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Semi residenzialità (cura) |
Asili nido |
Mercatizzazione già avvenuta |
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Residenzialità (cura) |
Strutture per anziani |
Assenti le condizioni per la mercatizzazione |
Tirando le fila, la tabella 1 suggerisce che nel contesto italiano sia difficile immaginare una crescita significativa della mercatizzazione: nei principali servizi e interventi sembrano mancare, allo stato attuale, le condizioni strutturali perché essa si espanda.
Decisiva, per giungere a questa valutazione, è la scelta delle lenti analitiche. Il nodo risiede nel punto di osservazione adottato. Tradizionalmente, l’analisi della mercatizzazione muove dalla natura dei soggetti organizzati – pubblici, non profit o for-profit – riflettendo l’origine del dibattito nel contesto delle trasformazioni del Terzo settore. In questo paragrafo, si è invece scelto di partire dalla natura degli interventi. Si tratta di un cambio metodologico che incide sull'esito interpretativo e non solo sull'angolazione descrittiva. Spostare l’attenzione dai soggetti organizzati agli interventi consente di guardare, non solo a “chi” eroga, ma anche a “cosa” viene erogato. Una simile angolazione sembra ridimensionare le possibilità di espansione della mercatizzazione.
Dopo aver verificato l’assenza delle condizioni per una diffusione significativa della mercatizzazione, si potrebbe ritenere opportuno non dedicare ulteriore attenzione al tema. Sarebbe un errore. Il dibattito sulla mercatizzazione spinge, infatti, a riflettere su questioni centrali, il cui rilievo va ben oltre il suo effettivo compimento empirico. In particolare: l’evoluzione dei modelli di regolazione nel tempo, la logica dell’azione pubblica e di quella privata, nonché alcune questioni specifiche che ne derivano.
In questa prospettiva, l’apparente contraddittorietà delle due ipotesi poste in questo articolo – “è un tema di nicchia” e “è necessario confrontarsi con questo tema di nicchia” – si rivela per ciò che è: un insieme di sguardi complementari.
Per comprendere il reale significato della mercatizzazione e le sue implicazioni, è necessario allargare lo sguardo e collocarla nel più ampio percorso del welfare italiano. Specularmente, il dibattito sulla mercatizzazione rappresenta uno strumento potente per comprendere l’evoluzione del welfare locale.
Bisogna allora guardare ai principali modelli di regolazione del sistema emersi nel corso del tempo, definiti in base al regime di finanziamento, alle modalità di funzionamento e ai conseguenti incentivi per le realtà del Terzo settore.
I tratti essenziali dello scenario sono piuttosto nitidi (tab. 2). Il welfare mix rappresenta il modello di regolazione prevalente nel welfare locale, affermatosi progressivamente a partire dagli anni Ottanta. Esso segna il superamento del precedente modello pubblicistico, nel quale finanziamento, programmazione ed erogazione dei servizi erano interamente concentrati in capo al soggetto pubblico. Nell’assetto attuale, invece, le funzioni di finanziamento e di acquisto dei servizi restano in capo all’ente pubblico, mentre le funzioni di organizzazione e gestione sono prevalentemente affidate a soggetti del Terzo settore (Ascoli, Pasquinelli, 2003).
La principale alternativa emersa sino ad ora è quella dei voucher e dei quasi-mercati, introdotti con la riforma dei servizi e degli interventi sociali (legge 328/2000). Il voucher è fornito dall’ente pubblico, su richiesta dell’utente interessato, e attribuisce il diritto a determinati servizi. L’utente lo utilizza per “acquistare” le prestazioni di cui necessita da uno degli erogatori (pubblici o privati) accreditati dall’ente pubblico, che operano in concorrenza tra loro. Attraverso l’accreditamento, l’ente pubblico autorizza un soggetto a diventare proprio fornitore, ossia ad erogare servizi che l’ente stesso si impegna a finanziare. Sebbene per anni il tema dei quasi-mercati abbia suscitato notevole interesse nel dibattito pubblico e tecnico, l’analisi delle applicazioni concrete mostra come questo impianto abbia trovato una traduzione pratica limitata e selettiva (Fazzi, Gori, 2004).
Infine, all’interno di un contesto ancora regolato dal welfare mix, si sta facendo strada una nuova ipotesi di cambiamento: la mercatizzazione, oggetto di questo articolo. Le sue caratteristiche essenziali – come già accennato – sono il finanziamento privato, l’erogazione dei servizi da parte di soggetti privati, del Terzo settore o for-profit, e un ruolo pubblico limitato alla garanzia degli standard minimi.
Tabella 2 – Modelli di regolazione del welfare locale
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FINANZIAMENTO |
EROGAZIONE |
REGOLAZIONE |
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Pubblico puro [Sino agli anni ‘80] |
Pubblico |
Servizi pubblici |
Sistema pubblico integrato |
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Welfare mix [Dagli anni ’80 sino ad oggi] |
Pubblico |
Servizi di Terzo settore |
Finanziamento/acquisto pubblici Progettazione/erogazione Terzo settore |
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Quasi-mercati [Ipotesi emersa a cavallo del secolo] |
Pubblico |
Servizi di Terzo settore e privato for-profit |
Libertà di scelta dell’utente Competizione tra erogatori accreditati |
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Mercatizzazione [Ipotesi emersa oggi] |
Privato |
Servizi di Terzo settore e privato for-profit |
Autorità pubblica con funzione autorizzativa |
L’emerge dell’ipotesi della mercatizzazione non rappresenta una rottura improvvisa, ma il punto estremo di traiettorie già inscritte nell’evoluzione del welfare. Per comprenderla non occorre contrapporla al passato, bensì collocarla entro un processo di lungo periodo. Essa è preceduta dall’introduzione di meccanismi competitivi nei quasi-mercati, dalla legittimazione dello spostamento del finanziamento verso il privato nel secondo welfare e dalla managerializzazione del Terzo settore nel welfare mix. In tutti questi passaggi il mercato e le sue logiche entrano progressivamente nella regolazione della protezione sociale.
La discontinuità non riguarda, quindi, la presenza del mercato, ma il principio regolativo del sistema. Se nei modelli precedenti il mercato operava entro una cornice fondata sul diritto sociale, nella mercatizzazione è la domanda solvibile a diventare criterio ordinatore. Il Terzo settore non è più partner nella produzione di diritti, ma operatore esposto a logiche competitive analoghe a quelle for-profit. La rilevanza della mercatizzazione, da questo punto di vista, non dipende dall’estensione empirica attuale, bensì dalla direzione che indica: lo spostamento del baricentro del welfare dal diritto garantito alla domanda solvibile, la ridefinizione del ruolo pubblico da garante a regolatore, l’emergere di una tensione strutturale tra missione sociale e sostenibilità economica. Pur non essendo oggi un modello diffuso, la mercatizzazione rappresenta l’esito coerente – benché non inevitabile – di questa traiettoria evolutiva.
Mettiamo ora a confronto i modelli di regolazione. Ciò consente di cogliere con maggiore precisione lo specifico della mercatizzazione. Tre sono le dimensioni rilevanti.
Primo, il regime di finanziamento. Negli altri modelli il finanziamento resta prevalentemente pubblico, pur in presenza di differenti modalità di organizzazione ed erogazione dei servizi. Con la mercatizzazione, invece, il finanziamento diventa privato.
Secondo, lo statuto dei diritti. Nel modello pubblicistico, nel welfare mix e nei quasi-mercati le prestazioni sociali sono configurate come diritti, garantiti dal soggetto pubblico anche quando l’erogazione è affidata al Terzo settore. Con la mercatizzazione, le prestazioni perdono la natura di diritti universali e assumono la forma di opportunità selettive legate alle disponibilità economiche di utenti e famiglie.
Terzo, il ruolo dell’attore pubblico. Nel modello pubblicistico lo Stato concentra in sé finanziamento, programmazione ed erogazione. Nel welfare mix delega l’erogazione al Terzo settore. Nei quasi-mercati il ruolo pubblico si trasforma ancora, assumendo prevalentemente funzioni di regolazione, accreditamento e controllo della qualità. Con la mercatizzazione l’intervento pubblico si riduce ulteriormente, limitandosi alla definizione di cornici generali e standard minimi, senza garantire direttamente l’accesso universale alle prestazioni.
Ognuna delle tre fratture menzionate meriterebbe di per sé un’ampia discussione, che qui non è possibile svolgere. Considerate nel loro insieme, tuttavia, esse suggeriscono un’ulteriore chiave di lettura. Proviamo a visualizzarne la rappresentazione concreta: finanziamento privato, attore pubblico residuale e privo di un ruolo di governo, assenza di diritti. Si tratta, come abbiamo visto, di uno scenario di rottura rispetto alla fase – a partire dalla fine degli anni Settanta – caratterizzata da un ruolo sempre più rilevante del governo pubblico del territorio e dalla crescente presenza del Terzo settore.
Se assumiamo, invece, uno sguardo di più lungo periodo, tale configurazione richiama il welfare territoriale esistente fino agli anni Settanta. Sotto un diverso profilo, dunque, la mercatizzazione può essere letta come la fine del ciclo di vita delle politiche locali di welfare sociale così come le abbiamo sinora conosciute nel nostro Paese. Un’ipotesi che, evidentemente, non può lasciare indifferenti. In sintesi, la scelta della prospettiva inter-temporale modifica la lettura della mercatizzazione: la manifestazione estrema di fenomeni maturati nel tempo (orizzonte più breve) o ritorno alla casella di partenza di una vicenda cinquantennale (orizzonte più lungo). In questa prospettiva, una lettura della mercatizzazione alla luce della storia del Terzo settore e del welfare locale potrebbe rivelarsi particolarmente feconda (Borzaga, Ianes, 2006; Borzaga, 2024).
Il Terzo settore è particolarmente sensibile alla mercatizzazione perché essa ne interroga l’identità: cosa è e cosa vuole essere. Nel welfare mix, le organizzazioni di Terzo settore operano come co-produttori di diritti sociali. La loro legittimazione deriva dalla capacità di coniugare gestione dei servizi, partecipazione alla programmazione e rappresentanza dei bisogni collettivi, entro una cornice pubblica che ne orienta finalità e universalismo. Con la mercatizzazione, il principio regolativo muta: si attenua il rapporto con l’ente pubblico e si rafforza quello con il cliente. Le organizzazioni sono così progressivamente esposte a logiche competitive analoghe a quelle degli operatori for-profit.
Si riacutizza così una frattura che ha accompagnato il Terzo settore sin dall’inizio del suo percorso storico: quella tra funzione gestionale e funzione politica; a ben vedere, è “la” frattura, perché investe la ragione ultima del suo stesso esistere. Il Terzo settore ha sempre oscillato tra l’obiettivo di offrire risposte efficaci ai bisogni e quello di rappresentarli nello spazio pubblico, contribuendo a ridefinire diritti e priorità collettive (Borzaga, Gori, Paini, 2023). La pressione competitiva tende a comprimere la dimensione dell’advocacy, spostando il baricentro dall’interlocuzione istituzionale alla performance economica.
L’interrogativo è se, in un contesto di mercatizzazione, la funzione gestionale non sia destinata a prevalere stabilmente su quella politica – e se ciò non comporti un progressivo ridimensionamento delle aspirazioni di giustizia sociale che hanno storicamente caratterizzato il Terzo settore.
La mercatizzazione non appare oggi destinata a divenire un modello dominante del welfare locale italiano. Tuttavia, rappresenta un banco di prova per la capacità del Terzo settore di ridefinire il proprio ruolo.
Ignorare il fenomeno sarebbe miope; assumerlo come destino inevitabile sarebbe altrettanto problematico. La sfida consiste nel comprenderne la portata reale, evitando sia semplificazioni ideologiche sia letture deterministiche.
DOI 10.7425/IS.2026.01.04
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Cepparulo, A. & Giuriato, L. (2021). The Residential Healthcare for the Elderly in Italy: Some Considerations for post-COVID-19 Policies. The European Journal of Health Economics, 23(4), pp. 671-685.
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