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ISSN 2282-1694
Tempo di lettura:  5 minuti
Argomento:  Sociologia - Libri
data:  26 giugno 2023

È giunto il tempo di parlare di Community Development nel Terzo Settore

Redazione

La recensione del libro di Michele Bianchi Il Community Development nel Terzo Settore italiano: Cittadini ed enti costruttori di comunità, FrancoAngeli 2023: come il Terzo settore interpreta e sostiene l'aspirazione alla ricostruzione dei legami di comunità così avvertita dalla nostra società.


Michele Bianchi, Il Community Development nel Terzo Settore italiano: Cittadini ed enti costruttori di comunità, FrancoAngeli 2023. Realizzato grazie al sostegno di Coopfond SpA, Fondo mutualistico di Legacoop. Il volume è leggibile e scaricabile gratuitamente a questo link https://series.francoangeli.it/index.php/oa/catalog/book/975


Il libro di Michele Bianchi Il Community Development nel Terzo Settore italiano: Cittadini ed enti costruttori di comunità, edito da FrancoAngeli, considera il “Community Development” fondamentale nel contesto del terzo settore italiano, dal momento che i tempi sono maturi per poter concepire, anche nella nostra società, l’esistenza di un insieme di processi e pratiche che possono essere definite all’interno della cornice delle teorie internazionali.

Il Community Development (Sviluppo di Comunità) nasce come tema all’interno della sfera culturale anglosassone ma nei decenni si è espanso diffondendosi in numerose altre società. Il libro presenta un’analisi sociologica del fenomeno all’interno del terzo settore italiano. Si analizzano le ragioni sociali, economiche e politiche che solo in anni recenti hanno portato questo a crescere ed emergere trasversalmente nei diversi ambiti di quest’area.

Perché c’è bisogno di parlare di comunità nella società contemporanea? È partendo da questa domanda e dalle considerazioni che ne conseguono che si possono capire molte delle dinamiche psico-sociali sottese agli eventi che si analizzano in questo libro. Le nostre esperienze di vita contemporanee, se paragonate con quelle della società industriale o delle comunità rurale precedenti, sono diametralmente opposte perché non vi sono più riferimenti fissi in termini di ideologie politiche, credi religiosi, istituzioni tradizionali (es. la famiglia), oltre a realizzarsi entro un sistema produttivo basato su precarizzazione del lavoro e un continuo stato di aggiornamento e adattamento a nuove condizioni. È in questo contesto che emerge con maggior insistenza una delle domande centrali di questo libro: cos’è la comunità oggi? E, soprattutto, perché parliamo di comunità oggi? Nel celebre scritto di Bauman “Voglia di Comunità” (2001), l’autore ci offre un’importante interpretazione: in una società in cui si sminuiscono i legami sociali, si accentua l’individualismo, si perde il contatto con i centri decisionali e si vive in balia degli eventi, le persone cercano allora un riparo all’interno della costruzione di comunità locali che possano ridare aggregazione sociale, identità ed un senso di agire pratico che possa mostrare ai soggetti interessati le dirette conseguenze e benefici delle propri azioni.

Di fronte alla presa di coscienza del dissolvimento delle comunità tradizionali - da tempo perse e che difficilmente si possono ricreare - gli individui attuano un processo di creazione delle proprie comunità al fine di ridarsi un senso di appartenenza in relazione ai luoghi dove avvengono le loro esperienze di vita più significative, come l’abitare, il lavorare ed il vivere le relazioni sociali più significative.

Il tema del community development s’inserisce nelle dinamiche sopra descritte strutturando processi volontari di lavoro e azione per una maggior strutturazione della comunità sia in termini di un maggior riconoscimento sociale di questa, passando per un miglioramento delle relazioni tra soggetti, sia con servizi e progetti che ne possano favorire il benessere.

Date queste premesse, il libro di Bianchi procede quindi ad analizzare diverse forme di terzo settore[1], da quelle più informali fino a quelle più strutturate. Si presentano i risultati di una ricerca qualitativa basata su interviste ai diretti interessati. Ogni capitolo si occupa di uno specifico aspetto relativo all’azione del Terzo settore nell’ambito dello sviluppo di comunità, raccogliendo le voci di rappresentanti di organizzazioni locali e di osservatori dei fenomeni sul livello nazionale, tentando di cogliere il funzionamento pratico dei processi studiati.

Il primo di questi capitoli affronta il tema dell’attivismo civico, l’emergere di nuove forme di partecipazione ed aggregazione si configurano come una risposta al venir meno dei tradizionali corpi intermedi che avevano la capacità di unire i soggetti; questo però non ha fatto scomparire l’esigenza di rivolgere le istanze dei cittadini verso le istituzioni pubbliche, anzi l’emergere in nuove forze autonome ha spinto alla ricerca di forme di partecipazione meno politiche e più di stampo civile e trasversale. L’attenzione si focalizza su dinamiche e modelli di cittadinanza attiva che mirano a favorire processi di sviluppo di comunità locali soffermandosi sulle esperienze più recenti emerse nel panorama italiano. In questa dinamica si sono inserite le esperienze delle Social Street e Retake, due modelli nati in Italia e che hanno avuto molto successo nel corso degli ultimi anni aggregando centinaia di persone. Questi due modelli rispondono al bisogno sociale, più che a quello economico, di sviluppo di comunità; si basano sul creare nuovi legami sociali dove ve n’è più bisogno, ovvero, nelle aree urbane densamente popolate. Inoltre, queste iniziative sono spesso create da persone che non sono originarie del luogo, quindi, sono persone che esprimono un bisogno maggiore, rispetto ad altri, di un rafforzamento della propria identità e del proprio benessere in relazione al radicamento con un territorio al fine di sentirsi parte di questo e potersi includere nelle reti che si vengono a creare con gli altri residenti.

Nel successivo capitolo si affronta il tema del governo dei beni comuni, in particolare dell’esperienza italiana dei “Patti di collaborazione tra cittadini ed amministrazione per la cura dei beni comuni” ispirati dal Laboratorio per la Sussidiarietà (LabSus). L’identificazione, gestione e cura dei beni comuni si caratterizza per molti elementi che sono identificativi dei processi di community development. Per primo, vi è l’aggregare soggetti diversi che condividono un medesimo spazio (città, quartiere, piccolo paese) e che in questo s’identificano in quanto luogo di propria residenza. La spinta verso la gestione dei beni comuni avviene dalla necessità di custodirne il valore sia pratico (manutenzione, gestione del verde, animazione con eventi), sia simbolico (la scuola come luogo di educazione, gli spazi pubblici come luogo di aggregazione, le aree verdi come luoghi di benessere e contatto con la natura). Il secondo aspetto è relativo alla valorizzazione dei beni comuni: individuare i beni comuni e renderli chiaramente riconoscibili alla comunità ed agli esterni li rende sempre più importanti perché se ne riconosce il ruolo di risorse per la comunità (es. educazione dei più piccoli, nuovi rapporti di vicinanza e solidarietà, tutela di risorse ambientali, ecc.). Il terzo elemento che accumuna gestione dei beni comuni e community development è la centralità che assumono le relazioni che si generano e/o fortificano intorno a questi progetti. Il governo cooperativo dei beni comunità deve inevitabilmente far affidamento su queste relazioni, nell’essere coinvolti in questi processi le persone vengono responsabilizzate e questo produce un maggior senso di appartenenza al luogo in cui si vive perché lo si sente proprio attraverso questo legale ai beni comuni e grazie ai benefici che da questo ne derivano.

Segue poi un capitolo dedicato alle cooperative di comunità. Nel contesto italiano, solo in recenti anni, è iniziata a emergere l’idea di applicare la forma cooperativa nell’ambito dello sviluppo locale attraverso meccanismi di partecipazione attiva della cittadinanza. Generalmente, queste imprese sono formate per strutturare le forze di singoli individui e le loro risorse al fine di implementare azioni volte al favorire il benessere delle loro comunità. In generale, si può definire la cooperativa di comunità come un’impresa collettiva che si prefigge l‘obiettivo di promuovere lo sviluppo economico e sociale del proprio territorio coinvolgendo i membri della propria comunità in un processo di ripensamento dello sviluppo locale e di partecipazione attiva nella gestione delle risorse comunitarie. Per capire il successo di questo nuovo modello di cooperazione è necessario considerare l’immenso lavoro fatto dalle centrali cooperative (sono intervistati, tra gli altri, i responsabili di Confcooperative e Legacoop sul tema delle cooperative di comunità), che sono state protagoniste di un’ampia campagna d’informazione e promozione, hanno creato strumenti ad hoc per l’accompagnamento dei gruppi di cittadini e amministrazioni alla formazione delle cooperative e hanno offerto sostegno finanziario nelle fasi di avvio delle cooperative di comunità, con risultati di grande rilievo.

In ultimo, si presenta il lavoro delle fondazioni di comunità in Italia. Queste agiscono principalmente attraverso l’erogazione di risorse ad enti del territorio di riferimento e sostengono progetti e processi di welfare locale, sviluppo economico, cura del patrimonio artistico ed anche ricerca scientifica. Il coinvolgimento di una varietà di attori del territorio all’interno di queste organizzazioni ne definisce il ruolo di collettore e catalizzatore di risorse; esse accumulano e gestiscono risorse dalla comunità e per la comunità. Il fenomeno delle fondazioni di comunità in Italia è molto recente, se paragonato con il mondo anglo-sassone: la prima fondazione di questo tipo nasce nel 1999 a Lecco. In questo capitolo si presentano le esperienze di Fondazione Cariplo e Fondazione con il Sud, che in questi anni hanno accompagnato la nascita e crescita di fondazioni di comunità nei rispettivi territori. I risultati inducono a pensare che le fondazioni di comunità italiane siano ben consce del loro ruolo e potenziale, a tal punto da divenire protagoniste dei processi di welfare generativo locale. Le fondazioni di comunità sono divenute quindi attori capaci di agire a livello di sistema sulla base della forza del loro patrimonio finanziario ma sono anche giunte a determinare un nuovo ruolo di sviluppatori di comunità sulla base delle esperienze acquisite negli anni che le hanno portate a far comprendere come i sistemi di welfare ed economie locali necessitassero di nuovi punti di riferimento.

[1] Nel libro questo termine è utilizzato non con riferimento alla definizione giuridica, ma con un’accezione ampia, intendendo l’ambito d’iniziativa privata dei cittadini (quindi non pubblico) che si dedica a missioni sociali e senza scopo di lucro (quindi non privato for profit).

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