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ISSN 2282-1694
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Numero 2 / 2023

Saggi brevi

Da Schumpeter all’impresa sociale. L’apertura e la relazionalità alla base della creatività e dell’innovazione

Giacomo Pisani, Jole Decorte


Introduzione

Il concetto di Joseph Schumpeter di “distruzione creatrice” ha goduto, negli ultimi anni, di una notevole fortuna all’interno del mondo dell’economia digitale, venendo utilizzato dai giganti della Silicon Valley, nonché dalle grandi piattaforme digitali, per identificare alcuni dei processi da essi innescati. In questo articolo proveremo ad evidenziare alcune contraddizioni insite nell’uso che è stato fatto della teoria schumpeteriana, in particolare all’interno dell’economia delle piattaforme digitali. Emergerà come l’enfasi posta sulla creatività dell’imprenditore, concepito come origine e motore dell’innovazione, sia spesso stata funzionale a nascondere i processi di profilazione e di orientamento algoritmico su cui si fonda il funzionamento delle piattaforme digitali. In questo quadro, il lavoratore delle piattaforme, descritto come novello “micro-imprenditore” schumpeteriano, è in realtà un ingranaggio all’interno di un sistema di gestione governamentale della forza lavoro più complesso, di cui nella maggior parte dei casi egli è anche tenuto all’oscuro.

Ci sembra invece che le categorie di “innovazione creatrice” e di “imprenditore innovatore” possano essere utili alla comprensione di alcune dinamiche proprie dell’impresa sociale. Essa, soprattutto all’origine, ha costituito un soggetto trasformativo, in grado, grazie alla propria struttura organizzativa, al proprio orientamento e al modello di relazioni che ha instaurato, di portare ad emersione e di dare risposta a bisogni nuovi ed eterogenei. L’impresa sociale ha saputo declinare, in particolare, il concetto di innovazione schumpeteriano in chiave relazionale, ponendo nella generatività delle interazioni che l’hanno vista protagonista il fattore in grado di riscrivere la risposta al bisogno e l’articolazione della propria forma d’impresa.

L’innovazione è concepita allora non come il risultato ottenuto da un singolo, ma come un processo aperto, che si nutre dell’apporto degli attori con cui l’impresa entra in relazione, i quali divengono essi stessi attori del cambiamento[1]. Tale orientamento relazionale si è espresso fino alla capacità di rendere gli stessi beneficiari dei propri interventi e servizi un soggetto fondamentale all’interno della propria organizzazione. Lo sviluppo di modelli organizzativi massimamente inclusivi e democratici ha permesso di arricchire le proprie competenze e di rafforzare il proprio orientamento al bisogno. Ciò ha reso l’impresa sociale un attore attento non solo alla dimensione economica e sociale, ma anche in grado di promuovere la partecipazione e l’esercizio della cittadinanza attiva.

L’inquadramento dell’impresa sociale attraverso le categorie schumpeteriane è utile, allora, oltre che per fare luce sulle “radici” di tale fenomeno, anche per dare delle coordinate su cui rilanciare la sua vocazione innovativa. Com’è noto, infatti, l’impresa sociale e in generale il Terzo settore hanno subito negli ultimi decenni alcune importanti trasformazioni. La loro inclusione all’interno dei sistemi di welfare locale, in quanto attori professionali spesso impegnati nell’erogazione di prestazioni standard per conto del pubblico, li ha spesso condannati al ruolo di meri erogatori di servizi. Tale tendenza si è ulteriormente rafforzata negli ultimi anni con l’aumento della competizione, a discapito degli elementi connessi con l’innovazione e la vocazione sociale. Riprendere la lezione schumpeteriana, sottraendola alle strumentalizzazioni e correggendola in senso relazionale e pluralistico può essere un utile esercizio per sfuggire alle logiche di standardizzazione e di dipendenza e per rilanciare il ruolo dell’impresa sociale come promotrice del cambiamento all’interno delle nostre società.

1. La “distruzione creatrice” come chiave di lettura dei processi di innovazione economica e sociale

La letteratura teorica sull’imprenditorialità fa riferimento generalmente alla dicotomia del pensiero economico che presenta ai suoi estremi le ideologie neoliberiste di matrice smithiana da un lato e le ideologie socialdemocratiche keynesiane dall’altro. Nello specifico, l’interpretazione neoliberista dell’impresa descrive quest’ultima come una “scatola nera” avente una mera funzione di produzione in cui entrano fattori produttivi e risorse (input) ed escono prodotti (output). In tale contesto, il ruolo dell’imprenditore appare marginale in quanto non ricopre alcuna discrezionalità nel definire il meccanismo produttivo. Solo a partire da Coase (1937), una simile impostazione viene messa in discussione e all’impresa viene attribuito un ruolo chiave nel processo economico, in quanto costituente un setting istituzionale che può risultare perfino più efficiente del mercato nella realizzazione di determinate attività (Borzaga, Defourny, 2001). È in questa concezione dell’impresa che si colloca il pensiero shumpeteriano, che può ancora oggi fornire interessanti spunti di riflessione.

In particolare, l’economista austriaco associa una teoria “statica” tradizionale ad un’analisi “dinamica”[2], distinguendo tra teoria del flusso circolare e teoria dello sviluppo. Il flusso circolare corrisponde allo stato stazionario, in cui l’economia si riproduce di periodo in periodo senza cambiamenti di struttura. Schumpeter ammette anzi come possibile una crescita puramente quantitativa, nella quale vengono esclusi per definizione mutamenti nelle tecniche di produzione e nei gusti dei consumatori. Lo sviluppo è invece caratterizzato da cambiamenti (Roncaglia, 2016). Il ruolo di agente attivo del cambiamento è attribuito al produttore, mentre i consumatori seguono passivamente e “se necessario, sono da lui educati” (Schumpeter, 1912).

In questa sede la discussione si focalizzerà sulla dimensione dinamica dello sviluppo, che ci sembra offrire degli elementi utili nell’analisi dell’impresa sociale. Per Schumpeter lo sviluppo economico è un processo che si può definire come la “realizzazione di nuove combinazioni nei processi produttivi” (Schumpeter, 1912), e dunque innovazioni. In tale modello, colui che introduce le innovazioni[3] è l’imprenditore, il quale agisce secondo due assunti fondamentali: quello della razionalità e quello della motivazione utilitaristica. È nodale richiamare a questo punto la differenza tra l’agire economico imprenditoriale e l’agire economico di routine. Il primo contiene elementi di rischio, incertezza e rottura; il secondo condizioni di ordinarietà e sicurezza. Dalla tensione tra questi due idealtipi si avvia lo sviluppo economico. 

L’imprenditore è capace di rompere la routine e di introdurre ciò che non è sperimentato. Egli, animato dal sogno di costruire un impero privato, di lottare e ottenere successo e motivato dalla gioia di creare, è per sua stessa natura maggiormente incline al rischio. Inserendosi all’interno della prospettiva dell’individualismo metodologico[4], Schumpeter individua il motore dello sviluppo nell’agire dell’imprenditore che, in un determinato contesto, è in grado di cogliere le nuove opportunità e di mettere in atto le azioni concrete per realizzarle. L’innovazione è dunque concepita come strettamente connessa al soggetto agente e liberata dalla dipendenza da processi esogeni[5] (Magatti, Magatti, 1987).

Pertanto, lo sviluppo avviene mediante l’introduzione di nuove combinazioni da parte degli imprenditori, ovvero attraverso: 1) la produzione di un nuovo bene; 2) l’introduzione di un nuovo metodo di produzione; 3) l’apertura di un nuovo mercato; 4) l’acquisizione di una nuova fonte di materie prime; 5) la riorganizzazione di un’attività (Borzaga, Defourny, 2001). L’innovazione può quindi assumere varie forme: essa può essere, in generale, di prodotto o di processo.

Il processo di realizzazione presuppone che il “nuovo” si ponga accanto al “vecchio”, per poi distruggerlo con la concorrenza e modificare tutti i rapporti, in modo da rendere necessario un particolare processo di adattamento. Avviene dunque una “distruzione creatrice” che comporta l’introduzione di nuove combinazioni in modo discontinuo, “a grappoli”, poiché gli imprenditori stessi compaiono a gruppi. Così come gli imprenditori anche i loro prodotti appaiono in massa. Successivamente, vi è una caduta dei prezzi e viene posta fine all’espansione che a sua volta può condurre a una situazione di crisi e di depressione[6].

Il profitto è dunque temporaneo: il vantaggio è limitato dalla capacità dell’imprenditore di proteggere la sua innovazione; quando verrà imitata dalla concorrenza, il vantaggio svanirà. Alla fine del processo di imitazione-diffusione, l’innovazione non sarà più tale e il sistema si riavvierà sulla strada dell’equilibrio stazionario, finché una nuova innovazione (o grappolo) non riaprirà il ciclo. Dalle argomentazioni risulta lapalissiano che il progresso, per Schumpeter, non è per sua natura lineare, ma tortuoso, discontinuo e caratterizzato da scosse simili a esplosioni: le innovazioni shumpeteriane avvengono sempre in una condizione di incertezza. Tali innovazioni distruggono, allo stesso tempo, gli elementi obsoleti: ne deriva una continua evoluzione del ciclo produttivo, in cui vengono eliminate le imprese incapaci di innovare.

Schumpeter si dimostra più volte consapevole dell’importanza dell’aspetto istituzionale e strutturale, accanto a quello etico-valoriale. In tal senso, egli colloca il suo ragionamento teorico nel contesto capitalistico, il quale, diversamente da altri sistemi economici, poggia su un incessante mutamento economico. L’essenza stessa dello sviluppo capitalistico è riconducibile all’antagonismo dialettico tra il “nuovo” e il “vecchio”, il quale costituisce la base del movimento ciclico (Magatti, Magatti, 1987).

Tuttavia, il capitalismo, se in un primo momento asseconda l’innovazione, successivamente produce un atteggiamento morale cui conseguono politiche pubbliche che non permettono il suo stesso funzionamento, quindi una tendenza al ristagno (Schumpeter, 1939). In particolare, secondo Schumpeter, con l’avvento del big business e la diffusione delle macrostrutture iperorganizzate, l’innovazione si sarebbe ridotta a un processo meramente routinario.

Ora, ci sembra che alcuni caratteri dell’innovazione schumpeteriana siano particolarmente adatti a descrivere una parte dei processi che hanno visto protagonisti l’impresa sociale e il Terzo settore. Guardando alla nascita stessa dell’impresa sociale, essa è avvenuta seguendo le logiche descritte da Schumpeter, in un contesto animato da dinamismo locale da un lato e disordine pubblico dall’altro. In particolare, accanto alle imprese tradizionali e alle organizzazioni senza scopo di lucro, a partire dagli anni ‘80 sono sorte le imprese sociali, che hanno portato ad un’evoluzione della promozione dei diritti, affiancando all’attività di sola advocacy, la produzione di servizi sociali. Si è dunque avviato quel processo di coesistenza del “nuovo” accanto al “vecchio” che ha condotto al superamento delle relazioni e, in particolare, del welfare locale come concepito fino a quel momento.

Se l’innovatore per eccellenza per Schumpeter è l’imprenditore, l’impresa sociale affonda le sue radici nell'attivazione dal basso e nell'impegno di gruppi di cittadini. Essa, dunque, trasferisce la categoria schumpeteriana di imprenditore su una soggettività collettiva, in un'ottica relazionale e "bottom-up". Gli imprenditori sociali sono agenti del cambiamento in quanto introducono nuove combinazioni creative grazie alla propria capacità di guardare oltre gli schemi consolidati, assumendosi il rischio di osare soluzioni non sperimentate e aggregando risorse per il raggiungimento di un fine comune (Schumpeter, 1912). A tal proposito, essendo le imprese sociali meno gerarchiche e burocratizzate delle altre forme organizzative, esse si caratterizzano per un’elevata autonomia nell’ambito dell’organizzazione del lavoro, della gestione del personale e della produzione (Borzaga, Zandonai, 2009). Ciò costituisce un ulteriore elemento in grado di stimolare le dinamiche innovative.

Il carattere inedito dell’impresa sociale, che incrocia natura privata e collettiva[7], costituisce il motore di cambiamento, nonché l’elemento di scarto rispetto alle imprese for profit e pubbliche. L’affermarsi dell’impresa sociale può dunque essere interpretato come un fenomeno di “distruzione creatrice” che, attraverso il superamento della dicotomia classica pubblico-privato, ha dato avvio ad un nuovo processo di imitazione-diffusione.

Nello specifico, gli elementi di innovazione possono essere ricondotti a entrambi i livelli di prodotto e di processo (Borzaga, Zandonai, 2009). Per quanto riguarda il primo, le imprese sociali hanno dimostrato di essere all’avanguardia nella creazione di nuovi servizi e nella riorganizzazione di quelli che non erano più in grado di soddisfare adeguatamente i bisogni. A livello di processo, l'impresa sociale dimostra le sue capacità innovative attraverso l'organizzazione dei suoi processi produttivi e gestionali. In generale, la governance dell’impresa sociale possiede caratteri innovativi rispetto a tutte le forme organizzative preesistenti. Essa si differenzia dalle strutture burocratiche tipiche dei servizi pubblici e dai modelli gerarchici predominanti nelle imprese for profit. Le imprese sociali si presentano come organizzazioni partecipative, in grado di coinvolgere una pluralità di stakeholder (Borzaga, 2010). Su questo ci soffermeremo diffusamente più avanti.

Le imprese sociali si sono distinte per la loro capacità di dare risposta a bisogni nuovi o latenti, trascurati dalle imprese a scopo di lucro, e a cui le politiche pubbliche di protezione sociale non sono in grado di far fronte in modo adeguato. In questo quadro, l’impresa sociale, pur essendo un soggetto privato, ha saputo dare risposta ad interessi collettivi e diffusi, senza appiattirsi su questioni di carattere particolaristico o di natura meramente patrimoniale. Essa ha dunque assunto una funzione tradizionalmente associata alle competenze esclusive dello Stato, con il vantaggio di rispondere in modo più tempestivo alla moltiplicazione dei bisogni, anche di gruppi di cittadini di dimensioni ridotte.

L’impresa sociale si è posta in chiave innovativa e trasformativa nel contesto del welfare locale e del sistema di offerta tradizionale di servizi in forza di caratteristiche proprie come l’assenza di finalità lucrative e la mission sociale. Essa rappresenta in sé un'innovazione (Borzaga, 2013) in quanto ha saputo individuare e dare risposte più efficaci alle problematiche sociali emerse successivamente alla crisi del modello fordista, dimostrando parallelamente che i servizi di interesse generale, come quelli sociali, educativi, culturali e sanitari, non devono necessariamente essere erogati solo da enti pubblici, limitati dalle risorse disponibili in termini di quantità e qualità. Al contrario, possono essere sviluppati in modo imprenditoriale, partendo dai bisogni delle persone e cercando - o generando - le risorse necessarie. Inoltre, la sua diffusione ha portato ad una radicale modifica nella concezione stessa dell'impresa e del suo ruolo economico e sociale. L'impresa non è più intesa come un'organizzazione avente l'obiettivo esclusivo di massimizzare il profitto per i proprietari, ma è un attore che può perseguire scopi sociali, o addirittura concentrarsi interamente su tali obiettivi, pur a condizione di garantire la propria sostenibilità finanziaria.

Come vedremo più avanti, l’innovatività dell’impresa sociale e del Terzo settore giace, più che nella “genialità” del contributo di un imprenditore concepito come individuo singolare, nelle forme organizzative che essi hanno saputo creare. All’interno di queste un fattore fondamentale è quello relazionale, connesso con la capacità dell’impresa sociale di configurarsi come una rete inclusiva e plurale, aperta al contributo di una molteplicità di attori. Su questo ci soffermeremo nel terzo paragrafo.

Ci interessa qui notare che non sempre il contributo dell’impresa sociale e del Terzo settore in termini di innovazione è stato adeguatamente messo a tema. Del resto, anche i concetti schumpeteriani di “distruzione creatrice” e di “imprenditore innovatore” sono stati più spesso utilizzati dai giganti dell’economia digitali, in maniera il più delle volte assai strumentale. Su tali usi e sui processi che essi hanno contribuito a mascherare ci soffermeremo nel prossimo paragrafo.

2. L’uso neoliberista di Schumpeter nell’economia digitale

Alle categorie di Schumpeter fanno riferimento, come dicevamo, molte delle campagne portate avanti dalla Silicon Valley sull’innovazione digitale come sinonimo di “distruzione creatrice” (Zuboff, 2019: 60). Come ha messo in evidenza Shoshana Zuboff, tale narrazione ruota attorno al concetto di “innovazione senza permesso”, per cui l’innovatore è felice di rendere continuamente obsoleti i propri prodotti, grazie alle proprie capacità e creatività, in favore di qualcosa di meglio (Hayes, 2011).

Tale narrazione è stata ripresa, più in generale, dalle grandi piattaforme digitali, che tendono a presentare i lavoratori come micro-imprenditori, al centro dello sviluppo e dell’innovazione apportata dalle organizzazioni in cui operano. Basti guardare, a questo proposito, alle retoriche di Uber. Esse ruotano attorno alla centralità della “democratizzazione del successo imprenditoriale” (Rosenblat, 2019: 82). La responsabilità del successo del lavoratore è interamente ricondotta alle capacità e alla dedizione del singolo che, indipendentemente da tutto ciò che c’è attorno (relazioni, contesto sociale, risorse ecc.) può, attraverso le proprie decisioni, far emergere la propria impresa.

Per molti anni queste retoriche hanno trovato sponda all’interno di una narrazione che tendeva ad identificare l’economia delle piattaforme con la cosiddetta “sharing economy”. Soprattutto nei primi anni di esplosione del fenomeno delle piattaforme digitali, numerosi studiosi si sono focalizzati su quelle relazioni di condivisione e di reciprocità che all’interno di alcune piattaforme stavano prendendo forma, facendone un paradigma attraverso cui guardare il fenomeno nella sua interezza.

Vero è che molte piattaforme hanno messo in relazione utenti al fine di condividere – generalmente tramite affitto o locazione – un bene. Altre piattaforme hanno costituito la base per processi o lavori di tipo collaborativo: basti pensare a Wikipedia, che ancora oggi viene citata come una delle piattaforme collaborative di maggior successo. Tuttavia, ben presto è emerso che queste piattaforme costituivano uno spaccato assai marginale del fenomeno, e che leggere l’economia nascente sotto l’ombrello della “sharing economy” nascondeva i processi di sfruttamento che, in particolare nelle piattaforme di lavoro, andavano intensificandosi.

All’interno di molte piattaforme, infatti, ad essere scambiate sono vere e proprie prestazioni lavorative, attraverso la messa in contatto, ad opera della piattaforma, di lavoratori e utenti che richiedono un servizio. Le piattaforme si sono per lungo tempo presentate come “marketplace”, luoghi neutri che mettono in contatto attori privati: tale narrazione era funzionale a presentare i lavoratori come lavoratori autonomi, micro-imprenditori totalmente responsabili delle relazioni intraprese, nonché del proprio successo e del proprio fallimento. È in questa narrazione che si inserisce il riferimento delle piattaforme al concetto di “imprenditore innovatore”.

In questa maniera, le piattaforme tendono ad occultare il proprio potere normativo, esercitato attraverso l’utilizzo di infrastrutture algoritmiche (Pisani, 2023). Le piattaforme digitali impiegano algoritmi attraverso i quali dirigono e orientano la propria forza lavoro. Esse adottano innanzitutto algoritmi che incrementano la capacità di registrazione di alcuni elementi come i ritmi di lavoro, la produttività ecc. Inoltre, esse utilizzano algoritmi decisionali che, in base alle indicazioni inserite all’atto della programmazione, prendono decisioni autonomamente e le eseguono. Infine, le piattaforme mettono in atto sistemi complessi tesi ad orientare in maniera morbida le azioni, agendo sulle aspettative e sulle inclinazioni del lavoratore (basti pensare a Uber). Tali sistemi fanno leva su una strutturale asimmetria di conoscenza, derivante dall’opacità delle strutture algoritmiche. È su questa opacità che si struttura il potere esercitato dalle piattaforme, che diviene sempre più pervasivo e unilaterale. Le decisioni del lavoratore di Uber, ad esempio, sono tutt’altro che informate. La libertà del “micro-imprenditore” che anima le piattaforme digitali ha ben pochi margini di creatività rispetto all’“imprenditore innovatore” teorizzato da Schumpeter. Piuttosto, egli opera in totale assenza di consapevolezza rispetto alle stesse dinamiche che dominano le organizzazioni in cui opera.

Le piattaforme sono caratterizzate da una totale assenza di trasparenza, che riguarda innanzitutto le infrastrutture informatiche su cui si reggono, ovvero gli algoritmi. Attraverso sistemi di raccomandazione algoritmica, il lavoratore è continuamente stimolato, in modo da sfruttare il suo dinamismo purché sia compatibile con l’interesse dell’organizzazione.

Il lavoratore viene dunque presentato come colui che, grazie ai processi di disintermediazione messi in atto dalle piattaforme, torna in pieno possesso delle proprie facoltà. Per questo, egli può finalmente introdurre direttamente le proprie innovazioni, senza dover fare i conti con quelle mediazioni che caratterizzano il lavoro tradizionale. È in questo quadro che l’imprenditore innovatore schumpeteriano può emergere: in tale retorica tende del tutto a scomparire il contesto entro il quale si producono le innovazioni, nonché la dimensione relazionale che connota qualsiasi attività d’impresa.

Come mette in evidenza Zuboff, le retoriche della Silicon Valley, nonché quelle delle piattaforme digitali, tendono a banalizzare l’analisi di Schumpeter, che era assai più complessa. Pur essendo il capitalismo un processo evolutivo, ben poche trasformazioni si traducevano in reali mutazioni, ovvero in cambiamenti duraturi e sostenibili. Come sottolinea Zuboff, “Schumpeter considerava la distruzione creativa una conseguenza negativa di un lungo e complesso processo creativo per un cambiamento sostenibile. […] Infine, in opposizione alla retorica della Silicon Valley e al suo culto della velocità, Schumpeter teorizzava che una vera mutazione avesse bisogno di pazienza” (Zuboff, 2019, 60).

Infatti, secondo S. le mutazioni e, eventualmente, una crescita si realizzano, con il tempo, per piccoli passi e attraverso continui adattamenti. Questo procedere prepara il terreno per un nuovo equilibrio, che attraverso una “rottura creatrice” è capace di condurre ad una innovazione. Fondamentale, al fine di garantire la sostenibilità delle mutazioni, è che esse vadano di pari passo con innovazioni istituzionali che possano sostenerle, permettendo al contempo ai nuovi prodotti di incontrare i bisogni delle persone.

3. L’“innovazione creatrice” come chiave di sviluppo dell’impresa sociale

Come abbiamo anticipato, ci sembra che le categorie impiegate da Schumpeter possano essere impiegate in maniera assai più coerente e fruttuosa per leggere le specificità dell’impresa sociale e, più, in generale, del Terzo settore. Su questa scia, Borzaga e Defourny hanno affermato che l’utilizzo delle categorie schumpeteriane per lo studio del Terzo settore può consentire “di esaminare, per ciascun livello analitico, in che misura sia possibile identificare la presenza di innovazione imprenditoriale” (Borzaga, Defourny, 2001: 23).

Andando oltre, ci sembra che il Terzo settore, e soprattutto la parte a vocazione produttiva di esso (imprese e cooperative sociali), offra un esempio più autenticamente schumpeteriano di innovazione rispetto a quello offerto dalla Silicon Valley e dal capitalismo delle piattaforme digitali. Ciò è particolarmente evidente se guardiamo al momento costitutivo dell’impresa sociale. Com’è noto, il concetto di impresa sociale è stato introdotto negli anni ‘80 per identificare alcune organizzazioni impegnate nella produzione di servizi sociali e in attività di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (Fazzi, 2021: 52). Esse affondano le proprie origini nelle esperienze di attivazione della società civile, fortemente collegate ai movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70. Negli anni successivi, molte di queste esperienze si sono strutturate entro forme imprenditoriali e cooperative più stabili, che hanno trovato spazio soprattutto all’interno dei sistemi di welfare locale, lavorando in sinergia con le pubbliche amministrazioni.

L’impresa sociale ha saputo offrire delle risposte innovative ai bisogni della popolazione, grazie all’enfatizzazione della dimensione sociale e relazionale all’interno dei propri modelli di organizzazione. Essa ha tradotto, insomma, l’idea di innovazione creatrice all’interno di una prospettiva relazionale, che si è distanziata dalla concezione per certi versi “individualistica” di Schumpeter. Quest’ultimo concepiva il contesto sociale come animato da individui che agiscono in base a idee, norme e credenze e che sono capaci di avviare processi innovativi grazie ad una propria personale capacità e attitudine. Schumpeter non negava il contesto sociale ampio e la relazione tra individui ma – coerentemente con i principi dell’individualismo metodologico – riteneva che ogni fenomeno sociale fosse il risultato della combinazione di azioni, credenze o atteggiamenti individuali.

Le esperienze di innovazione che vedono protagoniste le imprese sociali e le organizzazioni di Terzo settore ci mostrano che le relazioni fra gli attori hanno un ruolo propulsivo nella generazione del cambiamento. La capacità dell’impresa sociale di tessere alleanze eterogenee genera un valore aggiunto, non riconducibile alla sommatoria degli attori. Le spinte creative di schumpeteriana memoria, allora, trovano il proprio fattore trainante nella relazionalità e nell’apertura che fanno la stoffa dell’azione dell’impresa sociale e del Terzo settore.

In questo senso, è stato evidenziato come la specificità delle organizzazioni di Terzo settore risieda nella qualità delle relazioni che esse costruiscono, più che nell’identità degli attori. Come hanno notato De Leonardis e Vitale, “lo spostamento dagli attori alle relazioni è infatti una condizione di metodo essenziale per poter mettere a fuoco nella sfera di azione del Terzo settore aspetti non soltanto economici – per esempio questioni di efficienza e di coerenza tra domanda e offerta di servizi - non soltanto morali – per esempio l’impiego di risorse di altruismo - , bensì politici, e di tematizzare perciò i nodi della cittadinanza e delle condizioni di partecipazione alla costruzione della società” (de Leonardis, Vitale, 2001: 12).

L’importanza dei fattori di tipo relazionale, all’interno delle dinamiche evolutive dell’impresa sociale e del Terzo settore, giace innanzitutto nel legame che esse stabiliscono fra contesti sociali e soggetti individuali. Particolarmente interessanti sono state le situazioni in cui l’impresa sociale ha lavorato nell’ottica della creazione di ecosistemi, in cui le relazioni hanno permesso di dare ospitalità a bisogni, istanze e interessi prima latenti.

Ciò è stato particolarmente evidente nell’ambito del welfare locale. Le esperienze più efficaci di innovazione messe in campo dalle imprese sociali sono nate dal coinvolgimento attivo dei beneficiari degli interventi, non più intesi come destinatari passivi, ma come soggetti attivi, in grado di autodeterminarsi. Qui, questo capovolgimento, che ha investito lo statuto “ontologico” dell’utente, è stato possibile incidendo sul contesto sociale e istituzionale. Questo ha dovuto fare propri elementi di ricettività e permeabilità alla specificità dei beneficiari, riconoscendo questi ultimi come una soggettività attiva, in grado di incidere nell’evoluzione della società e delle istituzioni.

Il destinatario dei servizi, in questo quadro, diventa esso stesso un attore che produce innovazione, grazie alle trasformazioni introdotte nel contesto sociale e istituzionale. Tali trasformazioni sono possibili solo grazie all’attivazione e allo sviluppo di relazioni generative. In questo quadro emergono le implicazioni dell’attività dell’impresa sociale, inteso come soggetto costitutivamente “relazionale”, sulla politica e sulle istituzioni. La qualità delle relazioni instaurate, infatti, si può tradurre nella rimodulazione dei modelli di governance locale, che possono così divenire maggiormente collaborativi e inclusivi.

La dimensione relazionale dell’impresa sociale può dunque essere valutata da due punti di vista, strettamente implicati l’uno nell’altro. Innanzitutto, essa può essere osservata dal punto di vista dell’organizzazione interna delle singole organizzazioni, e poi dal punto di vista delle relazioni intrattenute con l’esterno, in particolare con le istituzioni pubbliche e con il contesto locale. Per quanto riguarda i modelli organizzativi adottati dall’impresa, fondamentale è la democraticità delle decisioni, ovvero il fatto che i manager e coloro che prendono parte all’impresa possano compiere decisioni realmente consapevoli.

All’interno dell’economia delle piattaforme, come abbiamo visto, l’opacità delle infrastrutture algoritmiche espone a rischi di incompletezza informativa anche gli stessi “micro-imprenditori”, rendendoli un ingranaggio all’interno di un sistema di cui non hanno alcun controllo. Ciò contraddice il senso più autentico della concezione schumpeteriana dell’innovazione entro la quale - pur all’interno di un modello fin troppo fiducioso rispetto alle capacità del singolo - l’imprenditore è pienamente responsabile delle proprie azioni e dei propri progetti.

L’impresa sociale, invece, ha saputo produrre innovazione mettendo in condizione una pluralità di attori di partecipare attivamente - e consapevolmente - alla creazione di nuovi servizi e nuovi valori. Basti pensare al momento più “disruptive” dell’impresa e della cooperativa sociale, ovvero al loro momento costitutivo, che le connette ai movimenti sociali e alle forme di attivazione “dal basso” nate negli anni Ottanta (Fazzi, 2021). In quel momento, le associazioni di volontariato, i gruppi a difesa dei diritti dei pazienti e dei soggetti più vulnerabili, i movimenti per la de-istituzionalizzazione hanno permesso il riconoscimento di diritti di categorie di persone fino a quel momento escluse dal dibattito pubblico. La cooperazione sociale, in particolare, ha saputo tradurre tali rivendicazioni all’interno di strutture di tipo imprenditoriale, facendo prevalere sull’attività di advocacy il disegno e l’erogazione di nuovi servizi.

Fondamentale, inoltre, è, come abbiamo visto, la capacità delle organizzazioni di porsi all’origine di relazioni generative che trasformino il contesto sociale in cui operano, coinvolgendo anche le istituzioni pubbliche all’interno di ecosistemi collaborativi. Le istituzioni, come Schumpeter stesso ha messo in evidenza, svolgono un ruolo cruciale al fine di garantire sostenibilità e solidità ai cambiamenti introdotti.

Come è emerso nel IV Rapporto di Iris Network sull’impresa sociale in Italia, non sempre c’è una piena consapevolezza, anche da parte degli imprenditori sociali, di come le proprie innovazioni abbiano contribuito a cambiare il modo di pensare diffuso nonché la politica stessa. A tale mancanza di consapevolezza ha contribuito proprio un certo pensiero aziendalista che, come evidenziato nel report, ha posto maggiore enfasi sugli aspetti gestionali, tacendo l’impatto politico dell’impresa sociale (Marocchi, 2021: 99-122)

A dare forza a questa capacità di innovazione è stato innanzitutto il carattere collettivo dell’impresa sociale. Come emerge dal Rapporto, l’impresa sociale non è un fatto isolato, frutto dell’idea illuminata di un singolo. Piuttosto, esso è il risultato dell’incrocio di una grande varietà di fattori: “se oggi troviamo normale una pratica sociale che vent’anni fa non esisteva non è solo perché qualcuno ha provato, in un periodo lontano, a realizzarla; ma perché più soggetti hanno iniziato, magari in forme diverse, a sperimentare, altri l’hanno raccontato, altri ne hanno fatto una campagna, un Comune o una fondazione hanno iniziato a contribuire economicamente, ecc.” (Marocchi, 2021: 104).

Le due “prospettive” da cui è possibile osservare la relazionalità dell’impresa sociale convergono nell’indicare come principale fattore di innovatività di quest’ultima la sua capacità di creare modalità diverse di lavoro, interazione, decisione. La sua natura aperta e inclusiva gli permette di dare la parola a soggetti che altrimenti non troverebbero spazio di espressione. Al contempo, il dialogo con le istituzioni favorisce un più profondo e duraturo impatto delle proprie azioni, che possano tradursi entro modalità di azione politica e istituzionale. L’impresa sociale diviene, in questo quadro, un soggetto in grado di favorire i processi di democratizzazione nei territori.

C’è da dire che, all’interno del welfare mix, tale vocazione innovativa è spesso stata sacrificata, soprattutto negli ultimi anni, a favore di un processo di standardizzazione delle prestazioni. Soprattutto nell’ambito del welfare locale, il Terzo settore e l’impresa sociale hanno avuto un ruolo esecutivo, in cui sono state fagocitate, tra l’altro, all’interno di procedimenti estremamente competitivi.

Una sfida fondamentale per l’impresa sociale è allora, probabilmente, nel recupero di questa vocazione innovativa, che possa esprimersi anche nella promozione di un diverso modello di giustizia sociale. Il rafforzamento delle dinamiche inclusive e democratiche, infatti, può restituire all’impresa sociale quella specificità che le ha rese un attore peculiare, in grado di denunciare le situazioni di bisogno, creando nuove soluzioni e arricchendo la grammatica del dibattito pubblico, grazie alla connessione con i mondi abitati dalle persone in carne e ossa.

Conclusioni

Abbiamo identificato negli elementi di tipo organizzativo e relazionale la dimensione in cui l’impresa sociale può riattualizzare le categorie schumpeteriane connesse con la creazione e l’innovazione. Enfatizzare i fattori connessi con l’inclusività, l’apertura, la socializzazione e la democratizzazione può permettere all’impresa sociale di divenire catalizzatore di un nuovo modello di decisione a carattere pluralistico. A tal fine, fondamentale è la ricettività dei contesti locali in cui le imprese sociali operano: un’innovazione può divenire duratura solo se trova risposta anche a livello istituzionale, trasformandosi in una prassi diffusa, adeguatamente sostenuta e stabile.

In questo quadro, l’innovazione diviene un fenomeno non individuale ma collettivo, esposto al contesto sociale e istituzionale. Il carattere profondamente relazionale dell’impresa sociale e del Terzo settore può oggi trovare sponda all’interno del nuovo quadro normativo delineatosi grazie all’introduzione degli istituti della co-programmazione e della co-progettazione. Essi descrivono un nuovo canale di “amministrazione condivisa” fra pubblico e Terzo settore, finalizzato alla realizzazione dell’interesse generale (Pisani, 2022). La collaborazione viene qui intesa come strumento chiave per poter giungere ad una più efficace individuazione dei problemi e ad una più piena rappresentazione di interessi e bisogni diffusi. Tuttavia, come la ricerca empirica ha mostrato chiaramente (Euricse, 2023), la collaborazione non può essere costruita sul piano semplicemente amministrativo, ma richiede conoscenza reciproca, allineamento di aspettative e interessi, la costruzione di relazioni fiduciarie tra i diversi attori coinvolti[8].

Il recupero delle categorie schumpeteriane può essere un modo, per il Terzo settore, per sfuggire all’appiattimento che in molti casi ha caratterizzato le esperienze degli ultimi anni, recuperando il momento della creazione. In questo quadro, ancorandosi ai valori di democrazia e giustizia sociale, l’impresa sociale e il Terzo settore possono tornare ad essere un attore dal profondo impatto politico, recuperando la dinamicità e il movimento delle origini, pur di fronte alle sfide del presente.

 

DOI: 10.7425/IS.2023.02.09

 

Riferimenti bibliografici

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[1] Il dibattito generalmente contrappone due prospettive. Da un lato, vi è l'approccio europeo che mette in evidenza l'aspetto collettivo e giuridico delle imprese sociali. Dall'altro lato, vi è la prospettiva di origine anglosassone che si focalizza sull’idea di imprenditore socialmente vocato (Kerlin, 2010).

[2] Infatti, fino ad allora, il problema dello sviluppo economico non veniva preso in considerazione ed era ritenuto un tema di carattere storico. Allo stesso modo, le fluttuazioni economiche venivano considerate perturbazioni provocate da fattori esterni al sistema economico.

[3] È necessario precisare che la crescita economica non si associa direttamente alle innovazioni. La crescita può avvenire in modo continuo senza comportare delle fasi “disruptive”.

[4] Se il concetto di individualismo metodologico può essere ricondotto a Menger, l’espressione viene attribuita a Schumpeter (1908).

[5] In suddetto contesto, l’elemento di sintesi che anima il sistema economico è lo scambio, ed in particolare, essenziale in un’economia di scambio è la figura del banchiere, il quale per Schumpeter “sta tra coloro che vogliono introdurre nuove combinazioni e i possessori dei mezzi di produzione”, costituisce dunque “un fenomeno dello sviluppo”.

[6] Secondo S. nell’economia capitalistica le depressioni periodiche non sono eliminabili.

[7] Com’è noto, a differenza delle imprese profit, in cui il controllo è detenuto dagli azionisti e si verifica una netta separazione tra gli interessi dei proprietari e dei lavoratori, nelle imprese sociali il controllo è invece attribuito ai soci. L’interazione tra individuo e collettivo avviene quindi costantemente e il tema del coinvolgimento diviene nodale per realizzare la funzione di imprenditore sociale innovatore (Fazzi, 2014: 104).

[8]  Come è stato notato, “le forme di coprogrammazione e coprogettazione più efficaci sotto il profilo dell’innovazione sono quelle dove le persone e le organizzazioni si confrontano per costruire qualcosa di diverso e frutto delle interazioni comuni” (Fazzi, 2014: 77).

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